CAPITOLO XLII

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La carica vitale di Annabelle mi contagiò e, così, mi vestii e scesi a colazione, dove Fiona fece servire delle fragranti brioche con l'uvetta.

- Oggi ci recheremo a Trafalgar Square. – annunciò, trionfante, la padrona di casa.

Rimasi incantata dalla magnifica fontana della piazza e dalle sue statue. Diedi da mangiare ai piccioni che la gremivano, poi, feci ingresso alla National Gallery. La vista delle opere d'arte calmò il mio spirito e feci ritorno in casa di Fiona per pranzo ritemprata. Al nostro arrivo, però, la governante mi consegnò un mazzo di rose rosse: il biglietto recava la firma svolazzante di Arthur Rocherster. Ero senza parole. Lo mostrai a Fiona, sconsolata. Nel biglietto, mio fratello annunciava la sua visita nel pomeriggio.

- Prendila come un'occasione per conoscerlo meglio. – mi disse Fiona, conciliante.

Non avevo alcuna voglia di fingere. Sarebbe stato bello potergli raccontare la verità e ascoltare la storia di mio padre, ma era impossibile. Dovevo adeguarmi e accontentarmi di interpretare il ruolo che mi era stato assegnato.

Scelsi un abito castigato e lo attesi, nervosa. Giunse alle cinque, puntuale come un orologio svizzero. Era molto elegante. Si chinò per farmi il baciamano e trattenne la mia mano nella sua un attimo più del necessario.

- Lady Fiona, permettetemi di ringraziarvi. Sono onorato di essere qui. – esordì, cerimonioso.

- E' un piacere accogliervi, Lord Arthur. – rispose Fiona, gentile.

- Ho avuto l'occasione, ieri, di conoscere la cara Lady Gardenia. – aggiunse lui, guardandomi intensamente.

 – aggiunse lui, guardandomi intensamente

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- Le vogliamo tutti molto bene. – si affrettò a dire Fiona.

- Quanto vi tratterete a Londra? – domandò, poi, rivolto a me, mentre sorseggiava il suo tè.

- Non lo so ancora. – risposi, evasiva.

- Sarei lieto di invitarvi tutti in casa mia per cena, domani sera. – dichiarò, senza perdere tempo.

- Grazie, Lord Arthur, accettiamo con piacere. – disse Fiona, anticipandomi.

Non voleva che lo offendessi, declinando il suo invito. Io ribollivo, mi sembrava d'ingannarlo, di illuderlo deliberatamente, ma Fiona guardava alle convenzioni e faceva ciò che riteneva giusto.

Quando si congedò, mi sussurrò:

- Mi ricordate qualcuno di familiare. Mi sembra di conoscervi da sempre. – io avvampai.

Arthur rivedeva in me i tratti del padre, al quale somigliavo, era evidente, ma scambiava le mie caratteristiche fisiche con un segnale di predestinazione. Mi sentivo sopraffatta.

Quando rividi Peter, a cena, la rabbia montata la sera precedente era del tutto sbollita, lasciando spazio al bisogno di stare un po' con lui. Durante la cena, Annabelle colmò i miei silenzi con il racconto della nostra giornata. Quando Peter seppe della visita di Arthur Rocherster, volle esserne informato:

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