"I dubbi mi stanno
dando ragione"
MARGOT
Tornare a casa prima del solito dovrebbe essere una cosa leggera, quasi un regalo inatteso dentro una settimana già abbastanza carica, ma non lo è.
Le lezioni finiscono a metà pomeriggio e per una volta non ho riunioni, non ho lavori di gruppo e non ho scuse per restare in giro a rimuginare. Eppure mentre attraverso il campus sento addosso un peso diverso dal solito. Non è stanchezza. È la consapevolezza che oggi i corridoi hanno sussurrato il mio nome con un'ombra accanto.
Lo sanno tutti.
Non è più una voce isolata. Non è più una coincidenza sfuggita a una festa. Non è più una piccola insinuazione sulla possibile somiglianza. Oggi, tra un'aula e l'altra, ho incrociato sguardi che non cercavano di nascondere la curiosità.
Alya, la ragazza morta alla fine delle superiori, la tragedia che qui a Miami molti ricordano a metà, deformata dal tempo e dalle chiacchiere, è mia sorella.
Sorellastra, comunque insomma siamo veramente imparentate. È una parte del mio corpo che continua a pulsare anche quando vorrei solo respirare senza spiegazioni.
Cammino verso il parcheggio con il sole che cala lento dietro le palme. L'aria è umida, densa, mi si incolla alla pelle come un ricordo che non vuole staccarsi.
Quando monto sulla moto resto qualche secondo immobile, le mani sul casco, il cuore che batte più forte di quanto dovrebbe e cerco di respirare profondamente.
Non mi vergogno.
Me lo ripeto mentre accendo il motore.
Non mi vergogno di lei. Non mi vergogno di essere sua sorella.
Mi fa male che il mio nome venga pronunciato come se fosse un'appendice del suo, come se io fossi solo un'eco.
Ma non mi vergogno.
Io non sono lei e i miei amici non mi hanno scelto perché gliela ricordo.
Non sono un rimpiazzo.
Guidare mi aiuta a respirare. Le strade verso casa sono familiari ormai, case basse dai colori chiari, giardini curati, cancelli che si aprono su vialetti ordinati.
Quando parcheggio davanti alla mia abitazione sento un senso di protezione quasi fisico. Qui dentro nessuno mi guarda come un mistero da decifrare.
Qui dentro posso essere solo io, senza nessun altro.
Entro e chiudo la porta alle mie spalle ed il silenzio mi accoglie subito. Mi tolgo le scarpe, appoggio la borsa sul tavolo e mi passo una mano tra i capelli.
Stasera Frederick deve venire a cena e questo un po' mi tranquillizza.
L'ho immaginata per tutta la giornata, questa sera. Niente di sofisticato, niente luci e sguardi addosso.
Solo noi due. Avevo bisogno di qualcosa di semplice dopo la tensione della gala, dopo Jessica, dopo il mio nome che rimbalzava tra le bocche degli altri.
Mi cambio, indosso una maglietta morbida e dei pantaloncini corti. Raccolgo i capelli in uno chignon disordinato e vado in cucina. Taglio le verdure, metto l'acqua a bollire. Nel frattempo controllo il telefono appoggiato accanto al tagliere.
Nessun messaggio.
Sono solo le sette e mezza. Non devo dare di matto, non è tardi. Probabilmente è ancora impegnato, solo questo.
Perché sento che c'è qualcosa che non va?
Sarà solo la tensione della giornata che influenza i miei e pensieri.
Mi concentro sui gesti e respiro a fondo. Il suono del coltello contro il legno mi tranquillizza appena. La cucina si riempie di calore e vapore e per qualche minuto riesco a dimenticare tutto.
Alle otto e un quarto gli scrivo.
Io:
A che ora arrivi?
Finisco di pulire la cucina e quando torno a controllare il telefono il messaggio è visualizzato.
Ma nessuna risposta.
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Little Secret
RomanceMargot è stata delusa dall'amore e dalla vita. Ha eretto un muro che l'ha resa fredda e insensibile agli occhi degli altri, sa che le sue debolezze vanno nascoste. Odia ormai il mondo intero ma quando viene costretta a vivere nella stessa casa di Fr...
