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«La verità ha sempre un prezzo.
Nessuno sa mai quando
sia il momento giusto per pagarlo.»

FREDERICK

Quando esco dalla stanza di Margot ho la sensazione di aver lasciato indietro una parte di me.

La porta dell'ospedale si chiude alle mie spalle ma il suo sguardo continua a seguirmi.
Quel sorriso timido, quelle domande che non riesce a smettere di fare, quel modo assurdo di guardarmi come se una parte di lei mi riconoscesse ancora mentre un'altra non avesse la minima idea di chi io sia davvero...

Fa così male.

Per tutto il tragitto continuo a ripensarci, non ho la minima voglia di andare al college o di vedere qualcuno così me ne torno a casa.

Quando finalmente arrivo voglio solo andarmene a dormire e la villa ancora immersa nel silenzio sembra quasi che me lo permetta ma non ci riesco.

La mia fottuta mente non è dello stesso avviso.
Non lascia uscire Margot dai miei pensieri, ci penso ancora e costantemente.
Al modo in cui mi osservava. Al modo in cui abbassava gli occhi quando si accorgeva di fissarmi.
A quella strana familiarità che compariva nei suoi gesti e spariva subito dopo, lasciando spazio alla confusione.

È come guardare qualcuno cercare una strada che conosce a memoria senza ricordare dove porta.
E la cosa peggiore è che io quella strada la conosco, ogni singolo passo, ogni curva e ogni dosso ma non posso percorrerla al posto suo.

Quanto avrei voluto urlarle che è la mia Margot. La mia piccoletta.

Resto sdraiato sul letto per quasi un'ora a fissare il soffitto della mia camera, ascoltando il rumore distante delle auto che passano oltre le finestre e il ticchettio regolare dell'orologio appeso alla parete ma ogni volta che chiudo gli occhi vedo solo lei...

Alla fine mi arrendo, mi alzo e passo una mano sul viso, sono giorni che non dormo veramente.
Lo vedo ogni volta che mi guardo allo specchio: occhiaie, mascella sempre contratta, occhi spenti...
Sembro un uomo che ha perso qualcosa e forse è esattamente quello che è successo.

Esco dalla camera incazzato, a tratti frustrato e scendo lentamente le scale. Tutto sembra essere normale ma ancora prima di arrivare all'ultimo gradino sento delle voci che mi sembrano tese, forse anche preoccupate.
Mi fermo per qualche secondo per capire almeno chi mi troverò davanti.

«Non possiamo continuare a nasconderglielo.»
La voce di Françoise rompe il silenzio, carica di nervosismo.

Bene, una riunione di famiglia é in atto, tutto sommato poteva andarmi peggio di così?

«Non sto dicendo di nasconderglielo per sempre» ribatte Caroline «Sto dicendo che si è appena svegliata dopo un trauma cranico.»

Di bene in meglio.

«E quando pensi di dirle che sono suo padre?»
Nessuno risponde, così scendo gli ultimi gradini.
Qualcuno deve trovare una soluzione prima che facciano qualche danno.

Nel momento in cui entro nel salone, tutte le conversazioni si interrompono.
Caroline è seduta sul divano, mio padre occupa la poltrona accanto alla finestra e Françoise è in piedi vicino al camino con entrambe le mani infilate nelle tasche.

Per un attimo nessuno parla e vorrei tornarmene al piano di sopra ma desisto e decido di comportarmi da adulto.

«Come stai?» mi chiede Caroline.

La domanda è semplice, ma trovare una risposta mi sembra un impresa talmente ardua che mi limito ad alzare le spalle e lasciarmi cadere sul divano.
Appoggio gli avambracci sulle ginocchia e aspetto che tornino a parlare.

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