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«A volte guarire significa
accettare di andare piano,
anche quando ogni fibra del tuo essere
urla di voler correre.»

MARGOT

Quarantotto ore.

Sono passati soltanto due giorni, eppure sento la mia pelle vibrare in modo diverso, come se stessi abitando un corpo nuovo. Non sto ancora bene, sarei una bugiarda a sostenerlo ma sto riemergendo, lentamente ovvio, però sto tornando a respirare.

La gamba pulsa di un dolore sordo dopo le sessioni più estenuanti, la spalla si irrigidisce a ogni movimento troppo audace e la mia schiena è lì, un promemoria costante e crudele di uno schianto che avrebbe potuto uccidermi eppure cammino.
Senza grazia né velocità ma metto un piede davanti all'altro e se penso che fino a una manciata di giorni fa trascinarmi da una parte all'altra della stanza mi faceva somigliare a uno spettro in collera con il mondo, questa è una fottuta vittoria.

Ethan, il mio fisioterapista, me lo ripete come un mantra. «Stai bruciando le tappe, Margot»
Il che, tradotto dal suo dottorese, significa che sono la sua paziente modello o almeno mi aggrappo a questa convinzione. Tendo ad ignorare la voce cinica nella mia testa che mi sussurra che probabilmente usa la stessa frase con tutti.

La vera rivelazione nelle nostre sessioni è stata l'acqua.
Questa mattina abbiamo spostato la riabilitazione in piscina. Immersa fino alle spalle, la gravità ha smesso di essere la mia nemica. L'assenza di peso ha sciolto i nodi, rendendo ogni movimento fluido. Non mi sono sentita un oggetto di cristallo sul punto di frantumarsi, mi sono sentita...libera.

Sono stravaccata sulla poltrona in veranda, con in mano una tazza di una delle strane pozioni di mia madre e le gambe distese davanti a me, mentre il sole del tardo pomeriggio rende tutto un po' più caldo e dorato.

«Sai che hai un aspetto decisamente migliore?» come se sentisse il richiamo anche solo dei miei pensieri la voce di mia madre rompe il silenzio. Mi sta studiando, come sempre ultimamente, mentre si siede sulla sdraio acconto alla mia.

«Lo dici solo perché è il tuo lavoro di madre» replico, stiracchiandomi per tornare ad una posizione decente.

«No.» Sulle sue labbra affiora un sorriso morbido. «Lo dico perché negli ultimi giorni quella perenne espressione da 'potrei uccidere qualcuno da un momento all'altro'  sembra essere svanita.»

Una risata mi sfugge dalle labbra, inaspettata. «Non ero così spaventosa.»
Mi lancia un'occhiata che non ammette repliche.
«Okay» cedo, sospirando «Forse ero un po' spaventosa.»

«Solo un po'» mi concede e stranamente finiamo per ridere entrambe.

È un suono limpido, normale.
Tanto da farmi sentire così stranamente felice di avere questo bel rapporto ora.

«Sai una cosa?» mormora lei dopo un lungo istante, abbassando il tono della voce.

«Cosa?»

«Credo che anche Frederick stia molto meglio.»

Il mio stomaco ha un sussulto violento. Abbasso lo sguardo sulla porcellana della tazza, cercando disperatamente di fingere un'indifferenza che non possiedo. È inutile.

«Davvero?» domando, la voce tradita da una leggera incrinatura.

«Sì.» il suo sorriso si fa più intimo «Da quando sei tornata a casa.»

Little SecretLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora