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"La differenza non si promette,
si fa con le azioni"

FREDERICK

Il dolore arriva a ondate, ma è niente rispetto al modo in cui lei mi sta guardando.

Margot si muove davanti a me con una concentrazione che mi disarma. Dopo tutto quello che le ho raccontato, dopo la rabbia e le parole pesanti di Jason, lei ha scelto di mettere da parte ogni cosa per occuparsi di me. E questo mi pesa più di qualsiasi pugno.

«Stai fermo» mormora, la voce bassa ma ferma.

Obbedisco.

La vedo tornare con una bacinella d'acqua, disinfettante e garze. Si inginocchia di nuovo tra le mie gambe e per un attimo resto solo a guardarla: i capelli raccolti in uno chignon disordinato, qualche ciocca ribelle che le sfiora il viso, la maglietta larga che le scivola su una spalla e le gambe nude.

Sembra calma. Ma io la conosco, sotto quella corazza c'è un mare in tempesta.
Le sue mani mi sfiorano il viso. Sono delicate, eppure sento la tensione che le attraversa, lì capisco: sta scegliendo di non tremare.

«Questo brucerà» dice piano.

«Fai quello che devi.»
Non appena il disinfettante tocca il taglio sopra il sopracciglio, stringo la mascella. Non emetto un suono, ma lei se ne accorge lo stesso.

«Non fare il duro» sussurra, quasi infastidita «Se fa male, dimmelo »

Sorrido appena, anche se tira il labbro spaccato. «Fa male»

Lei alza lo sguardo e incrocia il mio. Per un secondo si ferma e in quel secondo non c'è solo preoccupazione.
C'è altro.

Qualcosa di più profondo, più difficile da nominare.

Riprende a pulire la ferita, più lentamente. Le sue dita si muovono con precisione, ma ogni tanto si fermano, come se stesse pensando troppo a quello che sta facendo o a quello che è successo.

Oppure sta rivenendo attimo che vorrebbe solo dimenticare.
Pensare che lei sappia prendersi cura delle ferite così bene mi fa quasi male al cuore; la immagino da bambina che doveva prendersi cura delle sue, di ferite e mi sento ancora più stupido per tutto quello che è successo.
Ma non potevo evitarlo e vorrei che lei lo capisse.

«Togliti la camicia, fammi vedere il resto» dice dopo un po'.
La sua voce è più neutra possibile, ma quel brivido lo sento lo stesso.

La guardo un istante, poi annuisco. Le dita mi fanno male mentre slaccio i bottoni e lei interviene senza chiedere. Si avvicina ancora di più e le sue mani sostituiscono del tutto le mie.

Il contatto è inevitabile così quando mi sfiora il petto il mio respiro cambia. Non per il dolore, non questa volta almeno.

Lei se ne accorge, lo vedo da come trattiene appena il fiato.
Quando la camicia scivola via dalle spalle, l'aria fresca mi colpisce la pelle, ma è la sua vicinanza che mi tiene fermo. Troppo vicina, troppo presente, troppo attenta a studiarmi.

«Hai altri lividi» mormora con lo sguardo che scivola sul torace.

«Niente di rotto» le rispondo deciso.

«Ne sei sicuro?»

«Lo sentirei»
Lei non risponde. Appoggia la mano su un punto preciso, vicino alle costole e preme leggermente.

Un dolore secco mi attraversa e lascio uscire un respiro più pesante.

Cazzo.

«Qui?» chiede.

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