Capitolo 17

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Jungkook's pov

Tornai a casa distrutto. Ascoltare le sue parole mi fecero sentire ancora peggio. L'avevo deluso, e so che avrei faticato per riconquistarlo. Yoongi hyung mi fece riflettere, disse che forse aveva solo bisogno di tempo e che glielo dovevo concedere, ma non ero disposto a farlo. E se qualcuno me lo portasse via? Ne morirei. In questi giorni di distanza feci chiarezza con i miei sentimenti. Non credevo che quello che ci legasse fosse così forte, ma ormai mi resi conto che più tempo passava, più mi sentivo inevitabilmente legato a lui. Gli scrissi molti messaggi, per attirare la sua attenzione. Mi aveva sbloccato dai social dopo la nostra chiacchierata, e questo deve essere per forza un buon segno. Jimin era un ragazzo ostinato, ma di buon cuore, e forse la mia sincerità lo aveva colpito. Era inutile pensare a scuse poco efficaci, mi ero sempre presentato in tutta la mia schiettezza, e avrei continuato così.

La mia vita andò avanti come sempre, diviso fra casa e lavoro cercavo di ricomporre i pezzi del mio cuore. Con mio padre le cose degeneravano sempre di più, non sopportava di vedermi al suo posto, ma se credeva veramente che avrei lasciato il posto che mi spettava di diritto a Jackson, si sbagliava di grosso. Con me al potere tutto procedeva bene, gli affari erano in crescita, ed io mi sentivo realizzato. Però il pensiero era lì, sempre e solo su di lui.

Decisi così di mollare tutto, quella mattina mi trovavo in ufficio per partecipare ad alcune riunioni importanti, ma non avevo la testa per ascoltare i progetti, né per prendere decisioni. Lasciai tutto al mio segretario, chiedendogli di prendere appunti e di farmi sapere al più presto. Erano quasi le 12 quando lasciai l'azienda per raggiungere la pizzeria. Non ero sicuro di trovarlo lì, ma volevo almeno vederlo. Dieci minuti dopo parcheggiai l'auto davanti all'entrata, e mi misi accanto alla porta scorrevole. Stava servendo i tavoli, con il sorriso tirato, e gli occhi stanchi. Forse anche lui proprio come me non riusciva a chiudere occhio. Il sonno era diventato qualcosa di irraggiungibile negli ultimi tempi. Rimasi ad osservarlo, era bellissimo. Il suo viso così delicato, i dettagli degli occhi, le guance paffute, le labbra carnose....Jimin era tutto ciò che mi aveva sempre attratto.

Squillò il telefono, era mia sorella.
<<Kookie oggi ceni con noi? Minsoo farà le lasagne>> spiegò.
<<Non lo so, devo vedere come si evolve il pomeriggio. Vi faccio sapere>>, affermai attaccando. In quel momento avevo cose più importanti a cui pensare. Peccato che lo persi di vista. Ruotai più volte la testa per scorgere il suo volto, ma in sala non c'era. Forse era andato in cucina, o aveva finito il suo turno.
<<Sai il significato della frase "lasciami un po' di spazio"?>>, mi voltai di scatto. Era lì, sorridente, mentre si torturava le mani, mentre frenava il suo istinto di corrermi incontro e baciarmi. Mentre controllava benissimo, come sempre, tutto ciò che provava.
<<Non hai risposto a nessuno dei miei messaggi, perché?>>, domandai avvicinandomi.

<<Perché non mi fido di te, e non sono sicuro che tu sia sincero, che tu ci tenga a me. Non posso accettare quello che hai fatto, perché ora e un bacio, più avanti che farai? Se hai la testa impegnata da qualcuno non riesci neanche a pensarle queste cose>>, spiegò. Aveva ragione, ma io non opero questo controllo costante su quello che provo, non penso a quelle che potrebbero essere le conseguenze. Mi butto a capofitto su qualunque cosa, e se va male, beh, mi rialzo.
<<Non so cosa fare per riaverti, ti ho già chiesto scusa e mostrato che sono pentito. Cosa ti serve ancora per perdonarmi?>>, domandai accarezzandogli le braccia. Ho così bisogno di un suo contatto, di averlo fra le mie braccia, di continuare a prenderlo in giro quando arrossisce, di provocarlo in tutti i modi possibili. Ho bisogno di lui nella mia vita.
<<Ci sto provando, ma ogni volta che ti vedo, mi sale la rabbia. Sono stato malissimo Jungkook>>, continuò. Come al solito ci trovavamo davanti a un bivio. Ascoltare il cuore o la mente? Jimin non avrebbe ceduto, ed io dovevo trovare il modo per riconquistarlo.

<<Vieni con me, passiamo un pomeriggio insieme, e se vuoi puoi urlarmi contro, sgridarmi, insultarmi. Ma almeno per un po', voglio averti vicino>>, mormorai. Lo attirai in un abbraccio. Mettendo una mano dietro la sua testa e l'altra dietro la schiena per avvicinarlo. Anche lui mi strinse forte. Presi il suo silenzio per un sì, afferrandogli la mano e facendolo salire in macchina. Non avevo pensato ad un posto preciso dove portarlo, ma una mezza idea mi era saltata in mente. Oltre ad una villa, possedevamo alcune casette, mai utilizzate. Erano dei piccoli appartamenti, ristrutturati, innovativi, che inizialmente dovevano essere utilizzati per l'azienda, o per i figli proprietari. I miei fratelli però erano ancora troppo piccoli, così le intestai tutte a mio nome. Di fatto, a soli 22 anni potevo dire di possedere un impero. Cosa che Jimin non avrebbe mai apprezzato. Così, inventando qualche scusa, lo portai nell'appartamento più grande, ma ancora incompleto. Mi inventai che fosse l'abbozzo di casa mia, che desideravo vivere da solo, cosa comunque assolutamente vera, e che stavo facendo dei lavori. Alla fine era una mezza verità, sicuramente sarebbe stata casa mia in futuro, ma per il momento non me ne sarei occupato.

Gli piacque però. Vidi subito i suoi occhi sbalorditi quando entrò. Si soffermò molto ad osservare le stanze, i soprammobili, gli spazi in generale. Forse un giorno potrà essere anche casa sua, se ci deciderà a tornare da me, e costruire qualcosa di serio insieme.
<<Mi hai portato qui in modo tale da essere in tuo territorio e non darmi possibilità di fuga?>>, chiese sedendosi sul divano.
<<Non posso credere che tu l'abbia detto sul serio>>, affermai sconcertato. Possibile che avesse sempre pensieri così negativi su di me? Mi aveva dipinto come un mostro nella sua mente, e questi commenti sgradevoli che era solito riservarmi, mi stavano stancando.
<<Cosa dovevi dirmi? Sei venuto in pizzeria per cercarmi no? Ora sono qui, ti ascolto>>, mormorò. Si mise a gambe incrociate, mostrando uno sguardo di superficialità che mi fece irritare ancora di più.

<<Innanzitutto scendi dal piedistallo in cui ti sei appena messo. Vedo che hai capito finalmente che ci tengo a te, e stai usando questo fatto per aumentare il tuo ego. Ma non funziona così Jimin, perché questo gioco dello scappare sempre può alimentare la passione, ma se mi stanco di giocare, cosa accade?>>, affermai portando i nostri visi a fiorarsi. Distolse lo sguardo. Voleva adottare queste tecniche con chi le aveva usate per tutta la vita? Conoscevo benissimo il meccanismo del gioco, e ci avrebbe distrutto.
<<Desidero che mi parli con il cuore, senza frenarti, senza preoccuparti di cosa può succedere. Cosa senti per me Jimin?>>, domandai prendendogli le mani. Tirò su col naso, raccogliendo probabilmente i pensieri, per darmi quella risposta che tanto cercavo.
<<Quando ho visto le stories sono stato male, ho pensato che tutto quello di cui avevo paura si fosse realizzato. Ti ho sempre detto che per te ero un gioco, una scopata, una conquista, e ora ne ho la certezza. Anche se sei qui davanti a me, io non ti sento vicino, perché sei imprevedibile e questa cosa mi spaventa troppo per perdonarti>>, spiegò.

<<Non sei nessuna delle cose che hai detto, tanto potrei stare qui a ripetertelo all'infinito e non mi crederesti>>, risposi infastidito. Staccai le nostre mani, iniziando a camminare avanti e indietro per la camera. Così non si poteva andare avanti, e forse i nostri caratteri non erano poi così tanto compatibili. Non riusciamo mai a trovare un punto di incontro, e se non sono io che perennemente cerco di riportarlo da me, non si va avanti. Non posso portare avanti una relazione da solo, e quanto pare, sono l'unico intenzionato a farlo. Forse sto sbagliando, e quello che provo quando lo vedo, non è così forte da spingermi a lottare. Forse, dovrei lasciar perdere.

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~Unpredictable~ JikookDove le storie prendono vita. Scoprilo ora