Lexy's P.O.V
Quei suoi occhi di ghiaccio. Come potrei mai scordarmene? Il mio nome sulle sue labbra ha un bel suono. Mi era mancato. Sono perfettamente consapevole di come il mio sguardo la stia accarezzando dalla testa ai piedi, ma è più forte di me anche solo pensare di smettere di farlo. Il mio ultimo ricordo di lei risale a quando era almeno una spanna più bassa, i capelli erano biondo cenere e il suo corpo era molto meno formoso. Resto in silenzio continuando ad osservarla. Era già un incanto all'epoca, ma ora? Wow. Mozzafiato. Non sono in grado di nascondere il sorriso furbo che si forma sulle mie labbra. «Non sei felice di vedermi, Eris?» La mia domanda la spiazza, tenta di nasconderlo, ma io ormai ho già capito che per me è un libro aperto, esattamente come tanti anni fa. «Tu non dovresti essere qui.» Il suo tono duro mi fa portare una mano al petto con finta aria dolorante. «Ouch. Non serve che ti comporti così, sai che quando parli con me ti puoi togliere quel palo che ti ritrovi in culo, Bibi.» Soleil sorride, ormai consapevole della mia sfrontatezza e dei miei modi poco fini e galanti. Avverto la tensione crearsi nell'aria nel momento in cui Eris si rende conto che ho utilizzato il suo soprannome di quando era ragazzina. «Non sentivo qualcuno chiamarmi così da diverso tempo.» La sua voce è ferma, ma vedo i suoi occhi vacillare. Vorrei che le mie mani potessero sfiorarla, accarezzarla, abbracciarla, ma mi contengo, sono consapevole che questo non è né il luogo e né il momento adatto. Mentirei se dicessi che non mi è mancata. La sensazione è come restare in apnea sott'acqua per diversi minuti, quando riemergi ti rendi conto di quanto sia per te fondamentale l'ossigeno e quanto tu lo dia per scontato con l'automatismo della respirazione. Il rombo del motore di una motocicletta invade la quiete nelle strade; il rumore riecheggia nella stanza a causa della finestra aperta. «Abbiamo visite.» afferma la donna dai capelli ricci con un sorriso, i suoi occhi che sbirciano al di là della tenda. Perché il mio sesto senso mi dice di conoscere già la persona che è venuta fin qui? Eris e la ragazza dai capelli rossi si lanciano uno sguardo carico d'intesa. Il rumore del motore si placa e viene sostituito dal suono dei passi pesanti sul legno del patio. Incrocio le braccia al petto, pronta ad accogliere chiunque sia dietro la porta. Il campanello non squilla, la porta cade direttamente a terra, scardinata dal colpo di un calcio ben assestato. I miei occhi roteano in direzione del soffitto. «Che modi, Fratellone. Non ti ricordavo così sgarbato. Pensavo che mamma avesse insegnato le buone maniere ad entrambi.»
Kalea's P.O.V.
La mancanza di ossigeno mi fa stringere il petto in una morsa dolorosa, ma non posso permettermi di smettere di correre, devo vivere. Tutte quelle persone non devono essere morte invano. La consapevolezza di ciò che ho fatto si abbatte su di me con impeto, spingendomi vicina al collasso. Non ci devo pensare. Tento di regolarizzare il respiro, la mano premuta all'altezza del petto, appena sotto le clavicole; la poca prestanza fisica e l'incostante cibo ingerito in queste settimane fanno si che i segnali che io sia prossima a vomitare dallo sforzo siano sempre più. Non posso mollare. Cerco di darmi ancora più spinta con le gambe, ma la bile mi è ormai in gola e i miei occhi lacrimano per lo sforzo. Sono stremata. Rallento il passo, una mano premuta al fianco e l'altra alla base del collo. Penso che placare la mia corsa sia la scelta più saggia, ma non appena il mio cervello smette di comunicare alle gambe di spingere sempre più, le ginocchia cedono, portandomi ad appoggiare violentemente una spalla all'albero più vicino. I conati di vomito non tardano ad arrivare, e io mi ritrovo costretta a piegarmi in due per rilasciare al suolo tutto ciò che mi premeva all'altezza della gola da già diverso tempo. Mi ritrovo a piangere, principalmente per il dolore, un po' anche per lo schifo. Le scariche continuano, interrotte solo dalla tosse causata della mancanza di ossigeno. Madre de Dìos. Questo fa veramente schifo. Le lacrime mi rigano il volto mentre la saliva mi sporca il mento. Le mani mi tremano dallo sforzo mentre tento di asciugarmi la bocca come posso. Disidratata e denutrita, direi proprio le condizioni migliori per farsi una bella corsetta nel bosco di non so quante ore. Tento mentalmente di ironizzare con me stessa mentre i miei occhi scrutano il cielo che man a mano assume delle sfumature sempre più rosate e aranciate. Non so dove sono. Non so che ore siano. Non ho la minima idea di cosa possa esserci in questo bosco, e la notte sta calando. L'accoppiata vincente per una notte da urlo. Il sapore di ciò che ora ricopre il suolo mi impasta ancora la bocca, lasciandomi addosso una sensazione disgustosa con l'impossibilità di bere dell'acqua per farla andare via. Devo trovare una soluzione. Giurando al mio corpo di fare solo un ultimo piccolo sforzo, inizio a camminare con passo claudicante in cerca di quello che possa essere il mio riparo per la notte. Il tronco incavo di un albero pare rivelarsi la scelta migliore. Un posto un po' riparato dal freddo e da sguardi indiscreti, seppur non del tutto sicuro da attacchi animali. Ci passo a malapena, ma avverto immediatamente la differenza di temperatura. Mi siedo sulle foglie secche raccolte al suo interno, stringendomi le gambe al petto nel tentativo di scaldarmi il più possibile. Poggio il capo sul legno alla mia sinistra e tutta la stanchezza accumulata si riversa su di me ancor più di prima. Non credevo di essere così tanto esausta. Sbatto sempre più lentamente le palpebre, sforzandomi ad ogni costo di restare vigile il più possibile. Cerco di combattere la profonda sonnolenza che mi invade, ma la stanchezza è una ninna nanna letale, e il cinguettio sempre più tenue degli uccelli sui rami è la sua melodia più calorosa. Mi concedo solo cinque minuti, non di più. Lascio che i nervi si rilassino, il corpo molleggiato contro il tronco dell'albero alle mie spalle.
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Need to love
RomanceESTRATTO DEL CAPITOLO 12: "Diversi brividi percorrono il mio corpo quando il suo respiro caldo si scontra con la pelle sensibile del mio collo. «Ho ucciso per molto meno di un soprannome.» Il tono è caldo, basso ma minaccioso. Perché tutto questo mi...
