Kalea's P.O.V.
Aiden mi osserva, non dice nulla, ma sono certa che si stia chiedendo come mai io abbia deciso di rivelare a tutti il mio segreto più grande. In realtà da una parte me lo chiedo anche io, mi domando come mai io abbia deciso di vuotare il sacco proprio oggi, proprio ora. Chiamala stupidità o incoscienza. «Quindi sei doppiamente una traditrice.» Il volto serio di Erik mi fa ribollire il sangue nelle vene dall'ira. Scendo dal comò con un piccolo salto e mi avvicino pericolosamente a lui. «Tu invece sei doppiamente stupido.» Alla mia affermazione il suo dito si punta violentemente contro di me. «Non ti permettere. Non avvicinarti se non vuoi pagarne le conseguenze!» Avverto la presenza di Aiden alle mie spalle, ma ciò non è in grado di fermarmi. Continuo a camminare decisa verso l'uomo che mi minaccia. «Prova a dire un'altra volta che sono una traditrice e giuro che ti faccio vedere come diventi il sedicesimo.» Sono ad un metro da lui, le mani chiuse in due pugni, il manico del coltello che mi preme sulla schiena. Fallo. Dillo. Mi bastano pochi secondi. «Il sedicesimo?» L'uomo pare essere confuso. Prima che possa rispondere, Aiden si posiziona al mio fianco, prendendo parola prima di me. «Non ti consiglio di scoprirlo, gli altri quindici che hanno provato a metterlo in dubbio, ora non sono più qui per poterlo raccontare.» Le mie sopracciglia si aggrottano, la confusione dipinta sul mio volto. Perché mi sta difendendo? Nessuno gli ha chiesto di mettersi in mezzo. «Quindi oltre ad averci avvelenati tutti, ha anche ucciso quindici di noi?! Che puttana traditrice.» Le sue parole non mi feriscono, ma la mia pazienza ha un limite. Non replico, nè tanto meno mi scompongo. Allungo la mano dietro la schiena, afferro il coltello e lo estraggo dal fodero attaccato ai jeans. Punto la lama in direzione dell'uomo, ma prima che possa avanzare e piantarla nel suo corpo, Aiden si frappone fra di noi, la punta dell'arma che gli preme alla base della gola. Una goccia di sangue scivola giù, sparendo tra le pieghe della sua maglietta nera. «Kalea.» Il mio nome sulle sue labbra è un monito, un tacito avvertimento delle conseguenze che ci potrebbero essere. «Spostati.» La mia voce è seria, i miei occhi fissi sull'uomo alle sue spalle, e il braccio ancora teso. Aiden si protende verso di me, abbastanza da catturare l'attenzione dei miei occhi, ma non abbastanza da farmi abbassare la lama. Un ulteriore rivolo di sangue inizia a scorrere dalla ferita che si allarga. «Non mi importa quanto sangue farai scorrere sulla mia pelle, purché tu non faccia una cazzata.» Le mie iridi serie lo studiano attentamente. Il fuoco ustionante che ho dentro resta lì, non cresce, ma non si affievolisce nemmeno. «Tu lo chiami fare una cazzata, io lo chiamo pretendere rispetto.» Anche se questo vorrebbe dire infilzarti la gola. Vedo come le sue labbra si schiudono per rispondere, ma di colpo tace, lo sguardo fisso sul mio interno braccio. Le cicatrici ancora fresche delle lettere "D" e "T" che risaltano sulla mia pelle. Il suo volto muta espressione, addolorato da ciò che vede. Togliti quel espressione dalla faccia. Vorrei urlarglielo a pieni polmoni, spingerlo via e fargli capire che non voglio la sua pietà, la sua compassione. Ne sono uscita viva dopo aver combattuto, e non di certo grazie a lui. Le sue dita si protendono in direzione della pelle raggrinzita e arrossata, in parte ancora ricoperta di croste. «Non farlo.» Nella mia voce non c'è un imposizione, le parole escono più morbide e fragili di quanto io voglia. Fa ancora male. Vorrei aggiungere, ma mi trattengo, la ferità che si genererebbe nel mio orgoglio ad ammetterlo ad alta voce sarebbe più dolorosa. «Chi è stato?» La sua domanda è carica di veleno. Come se gli importasse davvero. «Questo è uno dei motivi per cui pretendo rispetto.» Svio la sua domanda, rivelando allo stesso tempo un altro po' della verità che mi sono portata dentro in silenzio. «Kalea.» Aiden rimarca il mio nome in attesa di una risposta. «Mentre voi eravate lì fuori a darmi la caccia, pensando che io fossi una lurida traditrice, io subivo tutto questo.» I miei occhi vagano per la stanza, incrociando quelli di molte persone che ora mi scrutano stupite. Con la mano libera indico le lettere incise sulla mia pelle. «Aiden, dimmi, tu sai come mai io stavo subendo tutto questo? No, perché a questo punto me lo chiedo, visto che se fossi stata una traditrice, come affermate voi, non avrei dovuto subire ripercussioni da colui con cui mi sarei ipoteticamente alleata.» L'espressione di Aiden muta nuovamente, realizzando a chi, e a cosa io mi stia riferendo. «Juan.» Il nome di mio zio è un bisbiglio sulle sue labbra, a malapena udibile, ma data la poca distanza fra di noi, sono perfettamente in grado di sentirlo. Faccio un passo indietro, abbasso il braccio e rimetto il pugnale nel suo fodero. Mi volto verso gli uomini e le donne nel salone, i miei occhi che per una frazione di un secondo si incastrano in quelli di Eris; nella sua espressione non c'è compassione, non c'è orrore, solo comprensione. «Visto che il vostro Re a quanto pare non lo sa, ve lo dico io.» Faccio una piccola pausa, ma nessuno osa fiatare. «Qualcuno vi ha lasciato credere che io fossi una traditrice, che vi avessi avvelenati tutti, per cosa poi? Per una stupida faida che prosegue da generazioni? Io non sono la mia famiglia. Io non sono mio padre. Sapete, in Colombia, fra criminali, non esistono molte regole; in realtà ne esiste solo una: la famiglia non si tocca.» La presenza di Aiden non mi frena dal continuare a raccontare, per quanto la sua figura pesi sulla tensione nella stanza. «La mattina che siete stati avvelenati, è lo stesso giorno in cui ho scoperto che Amelie è la moglie di mio zio, nonché l'artefice del vostro avvelenamento. Credevo che la legge della famiglia mi avrebbe protetta, ma non avevo considerato l'astio che mio zio provava per mio padre. Mi sono sacrificata, per voi, per farvi avere l'antidoto. Per una settimana intera mi hanno affamata, fatta vivere nelle stesso luogo dove facevo i miei bisogni e poi torturata. Mi hanno marchiato a fuoco, con le lettere della mia famiglia, per farmi ricordare da quale parte avessi dovuto stare, ma anche in quel momento io pensavo agli Scorpions, a voi, speravo che l'antidoto avesse avuto effetto, che avessi fatto in tempo a scambiare la mia vita con la vostra. D'altronde, la vita di una persona vale meno di altre mille, no?» La mia voce è carica di dolore, di risentimento, di desiderio di vendetta. Tutti mi scrutano ammutoliti. «Riesco a scappare, aiutata da una buona dose di fortuna e determinazione, e una volta fuori cosa scopro? Che c'è qualcuno che mi sta dando la caccia, che mi vuole braccare come un animale in fuga; ma non è mio zio, sono coloro per cui mi sono sacrificata. Questo è tradimento.» I miei occhi si impigliano in quelli di Aiden. «Perché dovremmo fidarci di te e non di Amelie?» La domanda giunge da una ragazza alla mia destra. Per quanto la domanda sia stupida, comprendo che sia lecita a questo punto della narrazione. Mi volto con estrema lentezza verso di lei. «Perché avete visto tutti che avrei potuto uccidere il vostro capo in un istante, mi sarebbe bastato fare pressione con il polso e piantargli il pugnale in gola, ma ho scelto di non farlo.» La mia risposta è tagliente tanto quanto il mio sguardo. La ragazza ammutolisce senza proseguire ulteriormente la conversazione. Ed è ben la seconda volta che evito di ucciderlo, sta diventando un'abitudine che non mi piace.
Aiden's P.O.V.
La mia attenzione resta fissa sulle due lettere marchiate a fuoco sulla sua pelle. "D" come Dìaz e "T" come Torres. Stento a capacitarmi di come suo zio possa averle fatto una cosa del genere. Kalea è comunque sangue del suo sangue, faida o no con il fratello. Il rimorso di averla abbandonata nel momento più cruciale mi divora dall'interno. Se solo avessi ascoltato prima il mio istinto. Erik si intromette nuovamente nella conversazione. «Non l'hai ucciso perché lui non te l'ha permesso.» Gli occhi di quella creatura celeste e allo stesso tempo demoniaca si fissano su di me, una luce divertita al loro interno. Io non gliel'avrei permesso? Se uccidermi la riempisse di gioia, le darei tutti gli strumenti in mio possesso per lasciarglielo fare, e poi troverei il modo di risorgere per lasciarglielo rifare; pur di vederla felice. Un piccolo ghigno solleva l'angolo destro delle mie labbra, ma nemmeno un singolo fiato lascia la mia bocca. Il mio cervello riporta alla luce il ricordo di poco fa: il modo in cui il pugnale premeva sulla mia pelle, la sua sicurezza, il sangue che colava sul mio petto. Le avrei lasciato strapparmi l'anima in quel momento. Kalea sembra iniziare a leggere fra le righe, tant'è che la sua espressione muta. Il suo sguardo si affila, e le sue labbra si tendono in un letale sorriso malizioso. Se non sarà lei ad uccidermi, sarà quel maledetto sorriso a farlo. Quando l'aria inizia a farsi carica di tensione, comprendo che è arrivato il mio momento di intervenire. Il mio volto torna serio, assumendo la solita compostezza e freddezza di cui sono caratteristico. «Io le credo.» Alcuni dei presenti mi fissano increduli. «Non è lei la traditrice, anzi.» I miei occhi vagliano la stanza con attenzione, probabilmente alla ricerca di un qualsiasi gesto di protesta. «Penso di poter parlare per tutti in questo momento nel dirti che ci dispiace per quanto ti è accaduto. Ovviamente eri una Scorpions e tuttora lo rimani, sempre che tu lo desideri. In qualsiasi momento sarai la benvenuta, semmai decidessi di cambiare idea e tornare ad unirti a noi.» L'espressione di Kalea è seria, immutabile; il suo sguardo mi perfora come se stesse cercando di arrivare alla mia anima. «Pensi davvero che io sia una di voi?» Il suo tono è vulnerabile, più di quanto mostri la sua espressione. «Ti sei sacrificata per noi, è il minimo che io possa fare considerarti una Scorpions. » Le mie gambe si muovono da sole, annullando di qualche passo la distanza fra i nostri corpi. «In realtà vorrei ricordarti che la proposta che ti feci la sera del ballo è tuttora valida, forse ora più che mai.» Le sue palpebre si sollevano di scatto, lo stupore che non è in grado di nascondere inciso sul suo volto. Pensavi che mi fossi dimenticato? «Quale proposta?» L'intromissione di Erik rovina il momento, irritandomi all'inverosimile. «Non penso siano affari tuoi.» La voce di Eris è chiara e nitida. L'uomo stringe le mani in due pugni, faticando a replicare. Un sorriso soddisfatto si dipinge sul mio volto. Kalea muove un passo verso di me, per poi fermarsi. Il suo sguardo si posa sulla ragazza dai capelli bianchi. Le sue labbra mimano un "grazie", la voce non esce, il movimento della bocca appena percettibile, ma Eris sorride comunque facendole un occhiolino complice. Lei non ha mai dubitato di Kalea. Era talmente sicura di conoscerla, che ha preferito litigare con me anziché darle la caccia, e ora capisco perché. Infilo le mani in tasca, non voglio che nessuno si accorga di come le stringo in due pugni nel momento in cui le mie iridi si fissano per la seconda volta sulle cicatrici presenti nell'interno braccio della ragazza. Juan me la pagherà. Nessuno deve permettersi di toccarla. Mi rabbuio di colpo quando realizzo improvvisamente una cosa. Juan, è stato lui a mandarmi quelle foto, il suo sangue, la sua ciocca di capelli. Riporto la mia attenzione su Eris. Devo parlarne con lei, sono certo che sappia come recuperare più informazioni possibili da quegli oggetti. Mi servono le impronte digitali di quell'uomo. Devo capire dove altro è coinvolto e in che modo girano i suoi affari. Lo distruggerò in ogni modo possibile. Il mio cervello mi ricorda anche il foglio letto non molto tempo fa, quello contente il test del DNA del bambino e dei genitori. Distruggerò tutto ciò che gli è più caro, esattamente come lui ha fatto con me.
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Need to love
RomanceESTRATTO DEL CAPITOLO 12: "Diversi brividi percorrono il mio corpo quando il suo respiro caldo si scontra con la pelle sensibile del mio collo. «Ho ucciso per molto meno di un soprannome.» Il tono è caldo, basso ma minaccioso. Perché tutto questo mi...
