Aiden's P.O.V
Stringo con forza le palpebre. Provo qualsiasi cosa per smettere di pensare alla luce riflessa nei suoi occhi. Sbuffo violentemente lasciando che le mie iridi si posino nuovamente sul mio riflesso attraverso lo specchio posizionato al soffitto. In ogni modo possibile non riesco a smettere di proiettare nella mia mente il ricordo dei momenti passati assieme. Mi passo le mani nei capelli tirando lievemente le ciocche con frustrazione. Questa è una tortura che non mi sarei mai immaginato di poter subire. Il suono di qualcuno che bussa alla porta riesce a darmi qualche attimo di tregua dai miei pensieri. «Chi è?» domando senza alzare nemmeno il tono della voce. Non mi interessa nemmeno se mi abbiano sentito o meno. La porta si schiude con estrema calma, facendomi oltremodo innervosire. «Ho chiesto "chi è", non ho detto "avanti".» percepisco l'arroganza e la frustrazione scivolarmi sulla punta della lingua ad ogni sillaba pronunciata. La figura mascherata ed incappucciata di MC si sofferma con una spalla allo stipite della porta. «Ora tratti male anche me?» La sua voce robotica mi scuote nel profondo, portandomi ad alzare il busto di scatto, ritrovandomi così seduto sul letto. «Io tratto male chiunque.» ribatto prontamente, noncurante che sia una bugia molto velata. «Io non credo.» la sicurezza con cui la figura parla non fa che darmi sui nervi. «Tu non credi? E cosa te lo farebbe pensare?» Non vedo il suo volto, ma alla mia domanda sono certo di aver percepito il suo sorriso al di sotto della maschera. «Kalea.» pronuncia una singola parola. Un nome. Quel nome. Scrollo le spalle con indifferenza e un sorriso beffardo sul volto. «Quale Kalea? Quella a cui ho appena sguinzagliato dietro tutto il clan per avere la sua testa?» Il mio tono è freddo e derisorio. MC resta in silenzio per alcuni interminabili secondi. «Sei sicuro della scelta che hai preso?» la sua domanda mi spiazza, ma non lo do a vedere. «Perché non dovrei esserne certo?» domando a mia volta con la superbia a velarmi la voce. «Perché darle la caccia equivale a dare inizio a una guerra. Darle la caccia vuol dire avere contro Alejandro e Sebastian Dìaz. Sei pronto a mandare in guerra il tuo clan? Sei pronto ad affrontare nuovamente Alejandro? L'ultima volta non mi pare sia andata poi così bene...» In questo momento è come se MC avesse preso il dito e me lo avesse piantato fra le costole, proprio dove fa più male. «Non sono un ragazzino, non più almeno. Crescere vuol dire anche comprendere i propri errori e trarne un insegnamento.» Il mio tono resta freddo e calcolato nonostante i miei occhi ardono di odio. «Per me quando si tratta di Kalea sei tutto fuorché cresciuto.» MC continua a girare il dito nella piaga, a provocarmi per ottenere una reazione da parte mia. So cosa vuole. Vuole che io perda le staffe, che gli dia la conferma che Kalea è il mio punto debole. Mi limito a scrollare le spalle con indifferenza. Mi alzo dal letto ed indosso i pantaloncini della tuta che erano poggiati sul bracciolo della poltrona alla mia destra. Riporto in seguito i miei occhi sulla figura incappucciata. «Puoi credere quello che vuoi, anche che sono un bambino se ti fa piacere, ma non mettere mai in dubbio quello che so fare. Non ho paura di uno scontro, né tanto meno di una guerra. Se Kalea non avesse voluto la guerra non avrebbe tradito gli Scorpions, ma l'ha fatto, quindi ora pagherà le conseguenze delle sue azioni. In ogni storia c'è una vittima e un carnefice, e io non ho paura di fare una carneficina.» Il sospiro di MC giunge anche dal volto mascherato. «Quindi dai per scontato di essere il carnefice?» Un lieve ghigno mi solca il viso con aria soddisfatta. «Non ho mai fatto la vittima, non inizierò di certo oggi. Poi si sa, in ogni storia, la vittima muore sempre per prima.»
Kalea's P.O.V.
«Puttana del cazzo!» Il secondo schiaffo arriva più forte del primo. Stringo i denti per non lasciare che nemmeno un fiato lasci le mie labbra spaccate e ricoperte di sangue. «Che c'è? Non parli più?» La voce di Juan mi dà disgusto, ma ho lo stomaco troppo vuoto per poter vomitare fuori qualcosa. I miei occhi si posano nei suoi fin troppo simili ai miei. «Vai a farti fottere.» Pronuncio con tutto il risentimento e l'odio che sono in grado di dimostrare con il semplice tono della voce. «Sei tenace quanto tuo padre, ma anche più stupida, lui almeno stava zitto.» Afferma mio zio prima di tirarmi un terzo schiaffo in pieno volto. Non mi piego. Non giro il volto dall'altra parte. Continuo a fissarlo negli occhi. «O forse ho solo più palle di te e lui messi insieme.» Lo provoco prima di sputare per terra il sangue e la saliva che mi riempiono la bocca. Stavo per beccare le sue scarpe firmate, non ci sono arrivata per un soffio. Peccato. Avrei riso. La sua mano mi afferra violentemente per le guance, premendo con il pollice sul punto più gonfio di tutto il volto. Stronzo bastardo. Ogni cazzo di volta. «Vedo che con le maniere buone comunque non riesci a capire, mi toccherà passare a quelle cattive.» Non ho nemmeno il tempo di metabolizzare quanto mi ha appena detto che mi arriva un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco. Inizio a tossire dal colpo improvviso che mi ha tolto l'aria dai polmoni. «Vediamo se così stai un po' zitta, puttana!» La sua rabbia è palpabile nell'aria, ma io non posso fare a meno di sorridere con i denti tutti insanguinati. «Di certo non starò zitta se continuerai a chiamarmi "puttana".» Nonostante la situazione in cui mi trovo, non sono veramente in grado di placare la mia sete di giustizia. «Hai veramente il coraggio di proferire ancora parola?» Il suo tono è stupito e beffardo allo stesso tempo. «Certo, non te la darò vinta fino a che avrò fiato in corpo e sangue caldo che mi scorre nelle vene.» La sua risata perfida mi fa venire voglia di tirargli un'altra ginocchiata in faccia. «Se ti dicessi che potresti ritrovarti con il sangue freddo nel giro di molto poco?» La sua domanda mi dà i brividi, ma in realtà sono giorni che ci penso, stando chiusa dentro questa stanza da sola per la maggior parte del tempo non c'è molto da fare. «Ti risponderei che in ogni caso non ho nulla da perdere.» Per quanto dettata dal tono strafottente, la mia risposta in realtà è sincera. Il sorriso scompare di colpo dal volto di mio zio. «Ne sei così sicura?» Mi provoca avvicinandosi a me con in mano un coltello dalla lama corta ma affilata. «Dimmelo tu Juan, cosa avrei da perdere? È quasi un decennio che non sento e non vedo mio padre. Ho passato anni a credere che Sebastian fosse morto quando in realtà sarebbe vivo e vegeto al fianco di mio padre senza però essersi mai fatto sentire. Mia madre non mi ha mai voluta veramente e pensa che io sia solo un'errore. Sophia crede che io sia un peso. Non ho amici né tanto meno una persona con cui condividere il resto della mia vita. Gli Scorpions erano un bel gruppo, penso di aver fatto tanto per loro, altrimenti non sarei qui, ma non avevano molto da offrirmi, Aiden incluso.» Lascio che le parole mi escano fuori di getto. Sul finale il mio cuore si incrina per ogni bugia che le mie labbra lasciano scorrere fuori. Non è vero che non ho amici, Eris è la persona migliore su cui potessi fare affidamento e in realtà anche Savannah si è dimostrata più umana del previsto in fin dei conti. Non è vero che gli Scorpions non hanno nulla da offrirmi, mi hanno sempre dato tanto, a partire da un rifugio sicuro per ogni emergenza possibile ed inimmaginabile. Per non parlare di Aiden; i nostri continui battibecchi, le sfide, gli scherzi, le provocazioni. Lui. Semplicemente, Lui. Vengo bruscamente riportata alla realtà quando Juan fa un altro passo nella mia direzione e, in un gesto netto con la lama che stringe nella mano, mi lacera il tessuto dei pantaloni all'altezza della coscia. Il terrore mi blocca il respiro. Il battito accelera. Cerco in ogni modo possibile di non lasciar trasparire nessuna emozione sul mio volto. Lo ammazzo. Giuro che lo ammazzo se prova anche solo a sfiorarmi con un dito. Madre de Dìos. Lo schifo che provo al solo pensiero che mio zio possa toccarmi in quel modo. La bile mi stuzzica la gola, ma mi impongo di stringere i denti e ricacciare giù le emozioni che mi mettono in subbuglio lo stomaco. Osservo brevemente le mie braccia tese e incrociate fra di loro, posizionate in modo innaturale sopra la mia testa. Dopo aver messo Lia fuori combattimento non ho potuto fare altro se non tentare di rubarle il coltello con cui mi aveva minacciata, ma nello scontro l'avevo fatto volare talmente lontano che nemmeno provando a tirare le catene allo stremo ero in grado di arrivarci. Probabilmente avevano un accordo fra guardie che se una di loro non fosse ritornata in postazione entro venti minuti le altre sarebbero andate a cercarla; milleduecento secondi dopo, armati fino ai denti, sono entrati quattro uomini nella mia cella. Lo spettacolo che si sono ritrovati davanti non deve essergli piaciuto molto perché sono stata immediatamente liberata e portata di peso nella stanza in cui sono ora. Mi hanno incatenata al muro, appesa a mezzo metro da terra e mi hanno lasciata lì per due giorni interi senza acqua e senza cibo. Sola con l'unica compagnia di un orologio da parete il cui continuo ticchettare non ha fatto altro che farmi impazzire; contare i secondi e i minuti che passavano era l'unico svago in mio possesso. Dormire era impossibile. Dopo le prime due ore ero certa che mi si staccassero i polsi dal corpo, non mi sentivo più le articolazioni al posto giusto. Poi è arrivata la sete, le labbra secche e la bocca arida, nemmeno la saliva era in grado di darmi sollievo; a seguire i morsi della fame, appesa com'ero non potevo nemmeno piegarmi in due per attutire i crampi che mi attanagliavano la bocca dello stomaco. Il giorno dopo è stato il peggiore. I quattro che mi avevano rinchiusa in quella stanza si sono presentati con due carrelli pieni di cibo, ogni prelibatezza possibile. Mi hanno fatta mangiare contro la mia volontà, costringendomi a masticare, a mandare giù con la forza, mi hanno ingozzata talmente tanto che il mio stomaco a digiuno da troppo tempo non ha retto il colpo e mi ha costretta a rimettere fuori tutto. Non avevo molta scelta se non quella di vomitare sul pavimento, seppur data la posizione mi è stato inevitabile vomitarmi anche addosso. Ho combattuto con l'odore nauseante del vomito fino a che il giorno dopo non mi hanno svegliata con una secchiata d'acqua gelida, lavando via inevitabilmente anche quei residui di cibo. Quel giorno è oggi. I vestiti sono appiccicati al corpo, così come i capelli mi si sono attaccati fastidiosamente al viso e al collo. Juan sogghigna quando con le mani strappa via la gamba destra del pantalone e poi osserva il taglio che inevitabilmente si è creato sulla mia pelle quando ha inciso il tessuto. Stringo i denti quando il sangue inizia a colare fino al ginocchio. Sarà anche un taglio superficiale, ma brucia da morire. Cazzo. Non ancora soddisfatto del suo operato, con entrambe le mani afferra i miei pantaloni dalla cinta e li tira giù lasciandomi in mutande. Di riflesso tento di chiudere le gambe il più possibile, per quanto le mie caviglie incatenate mi lascino per lo più in una posizione sconveniente con gli arti inferiori divaricati fra di loro. Quando una sua mano callosa mi si posa su una coscia nuda, il sangue inizia a ribollirmi nelle vene. La sensazione di impotenza creata dalle catene non fa altro che farmi innervosire, alimentando quel fuoco che ora mi scorre nelle vene. «Non toccarmi!» La mia voce è dura e tutto fuorché remissiva. «Ancora fiati? Non ti è bastato quanto hai vissuto negli scorsi giorni?» Per quanto io possa sentirmi umiliata per essermi vomitata addosso, non gliela do vinta. Lo schifo che provo per lui supera il mio stesso orgoglio. Juan non accenna a spostare la mano dalla mia coscia nuda, aumentando così la mia ira. Mi dimeno contro le catene che mi inchiodano al muro. «Ti ho detto di non toccarmi! Lurido bastardo.» Il mio tono sprezzante è carico di tutta la cattiveria che possiedo in corpo. Nonostante la sete che mi asciuga la bocca, mi sforzo di recuperare quel po' di saliva che mi resta, sputandogli poi in faccia, assicurandomi di colpire proprio il suo occhio destro. Ringrazia che sono attaccata a questo fottuto muro o ti avrei fatto ingoiare la tua stessa lingua! La mia mente urla, ma la mia faccia non può fare a meno di riflettere i miei pensieri sprezzanti. Juan rimuove la mano dalla mia coscia per passarsela sul volto in un gesto di stizza; utilizza la maglia per tentare di asciugare l'occhio come meglio riesce. Lo sguardo d'odio che mi rivolge non fa altro che farmi sorridere. Che c'è? Ora non parli più? Il mio cervello mi suggerisce di urlarglielo in faccia, di provocarlo ulteriormente, ma mi convinco che continuare a sorridere sia sufficiente a fargli perdere le staffe. Puoi provare ad umiliarmi quanto vuoi, non chinerò mai il capo di fronte a te, tant'è vero che mi chiamo Kalea Dìaz.
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Need to love
RomanceESTRATTO DEL CAPITOLO 12: "Diversi brividi percorrono il mio corpo quando il suo respiro caldo si scontra con la pelle sensibile del mio collo. «Ho ucciso per molto meno di un soprannome.» Il tono è caldo, basso ma minaccioso. Perché tutto questo mi...
