Kalea's P.O.V.
La porta si apre dopo il rumore secco della serratura che scatta. La luce in salotto viene accesa di colpo. Il sorriso macabro sul mio volto aumenta a dismisura quando lo stupore raggiunge gli occhi di Savannah. «Come sei entrata in casa mia?» Inclino il capo di lato alla sua incredulità. Il liquido ambrato presente nel bicchiere di cristallo rotea lentamente seguendo il movimento del mio polso. «Mhh...ritenta. Prova con un'altra domanda.» Un verso strozzato proveniente dalla cucina le fa roteare il capo di scatto. «Dove sono i miei genitori?» A fatica trattengo un sorriso mentre bevo un sorso di wishkey. «Devo ammettere, non sono mai stata persona da whiskey, ma questo Macallan invecchiato diciotto anni è veramente buono.» Bevo un altro lungo sorso terminando il liquido nel bicchiere. «Quella bottiglia è la preferita di mio padre, la lascia sempre in cassaforte chiusa sotto chiave. Come fai ad averla?» «Lo so. Ottimo gusto, complimenti.» Savannah serra le mani in due pugni. «Kalea rispondi alle mie domande.» Il tono arrogante mi fa stizzire. Scavallo le gambe e poggio i gomiti sulle ginocchia. «Perchè dovrei?» Allungo la mano sul tavolo di ciliegio di fronte a me, afferro l'unica scatola di legno presente, la apro ed estraggo un sigaro cubano. Rigiro l'oggetto nelle mie dita osservandolo con attenzione. Un urlo soffocato attraversa la porta chiusa della cucina. Non alzo nemmeno lo sguardo, lascio che Savannah si avvicini all'uscio e, quando i suoi passi smettono di fare rumore sul tappeto, lascio che il suono della sicura che viene rimossa dalla pistola riecheggi nella stanza. «Io non lo farei se fossi in te.» Le sue iridi terrorizzate si puntano su di me. «Cosa hai fatto?» La sua domanda spaventata mi fa sorridere. «Me lo chiedi anche?» Con la mano libera mi porto il sigaro alle labbra e poi gli do fuoco con l'accendino.«Non fare questi giochini mentali con me, Kalea» Le sue mani sono chiuse in due pugni, la bocca modellata in un'espressione corruciata. Aspiro il fumo, lascio che vaghi nella mia bocca senza mandarlo giù per poi buttarlo fuori. La fisso intensamente e poi le indico la porta con la mano con cui mantengo il tabacco compresso. «Forza. Apri. Guarda tu stessa.» Le faccio cenno anche con il capo, la provoco. «So che sei curiosa.» Il mio è un invito macabro, ma Savannah non se lo fa ripetere due volte, la mano già pronta ad abbassare la maniglia. Quando la porta si apre un urlo strozzato le lascia le labbra, il corpo le cede e con le ginocchia urta violentemente il suolo. Il mio sguardo impassibile resta fisso su di lei. Fumo lentamente, godendomi ogni singola lacrima che le attraversa il viso. «Cosa gli hai fatto?!» I suoi occhi lucidi si puntano su di me, la voce rotta dal pianto. I genitori di Savannah strisciano a stento fuori dalla cucina, le bocche imbavagliate e i busti legati fra di loro con una catena d'acciaio. «Non lo vedi?» La mia ironia la fa esasperare ulteriormente. «Loro non c'entrano nulla!» Non ho il tempo di risponderle che un ulteriore ulro lascia le sue labbra. Con mano tremante si avvicina alla schiena del padre, sfiorando con dita incerte la ferita da arma da taglio presente all'altezza della scapola. «Perché?!» Il trucco le cola lungo tutto il viso all'ennesimo fiume di lacrime. «Così sai anche tu come ci si sente quando si viene pugnalati alle spalle.» Non mi curo di nascondere la rabbia che traspare dagli occhi, nonostante il mio volto sia il ritratto della freddezza. La ragazza dai capelli rossi impallidisce. «Hai fatto tutto questo solo per ripicca?!» Quando il tono presuntuoso mi giunge alle orecchie scatto in piedi come una molla. «Solo?!» Le punto contro la pistola, la rabbia che mi scalda le membra. «Pensi che io mi sia divertita ad essere tortura e poi perseguitata?!» La mia vicinanza sembra mostrare con più chiarezza il mio volto tumefatto, il corpo denutrito e i vestiti sporchi di sangue. La mano con cui stringo la pistola mi trema per l'adrenalina. Vorrei sparale. Mi basterebbe un solo colpo; ben mirato, in mezzo alla fronte, tra i due occhi. Tento di fare un respiro profondo per placare i miei pensieri intrusivi. Kalea fai la brava. Hai un piano. Devi seguirlo. «Io non credevo che tu subissi tutto questo! Diamine, è tuo zio!» Al ricordo di quanto subito da parte di Juan un brivido freddo mi percorre tutta la schiena, insediandosi nel mio stomaco per formare un nodo doloroso. Non ho intenzione di sentirmi mai più tanto impotente nella mia vita. Mai. «Cosa credevi Savannah? Che avremmo fatto una graziosa riunione di famiglia e mi avrebbero portata al luna park a mangiare dello zucchero filato?» La derido senza mascherare la mia arroganza. Agitandosi sul posto, la donna imbavagliata riesce a liberarsi la bocca. «Chiama la polizia!» L'urlo della madre destabilizza la ragazza dai capelli rossi. I suoi occhi scivolano fra le figure legate e me in un alternarsi alquanto disperato. Con l'indice accarezzo delicatamente il grilletto della pistola, gesto che non passa inosservato. «Mamma...» La voce di Savannah è una supplica di scuse. Il volto della donna si incendia dalla rabbia. «Brutta stronza! Hai manipolato mia figlia come una bambola di pezza! Slegami immediatamente.» Le scoppio a ridere in faccia. Il proiettile le passa talmente vicino al capo che quando il metallo si pianta nel tavolo di legno alle sue spalle, il suo orecchio destro inizia a sanguinare. Il volto della donna impallidisce. «Da questo preciso istante è meglio che impari a stare zitta, perché ti posso assicurare che la prossima volta sceglierò di non sbagliare mira.» Savannah si avvicina a me con passo tremante. «Kalea...ti prego...» La sua voce è una supplica dolorante. «Hai anche la faccia tosta di supplicarmi?!» Le scoppio a ridere in faccia. «Tu non sei senza cuore, ti prego non comportarti così. Ti giuro che possiamo risolvere la situazione.» Uno sbuffo divertito lascia le mie labbra alla sua ennesima supplica. «Ah sì? Possiamo? Ma davvero...» La mia lingua si intinge di ironia come un pennino in un calamaio. Torno di colpo seria al ricordo di cosa ho dovuto affrontare nelle precedenti settimane. «Tu ora mi preghi di risparmiarti, di risparmiare la tua famiglia...» Scruto intensamente la pistola fra le mie mani. «Io non avevo nemmeno la possibilità di supplicare qualcuno. Mi hanno incatenata ad un muro ancor prima che potessi fare o dire qualcosa.» Mi avvicino a lei con passo lento. «Non sbagli del tutto quando dici che non sono senza cuore, ma ti devo correggere. Avevo un cuore, ora non ce l'ho più.» Inclino il capo nella sua direzione. Con fermezza le punto la pistola all'altezza all'altezza dello sterno. «Sai di chi è la colpa?» La osservo tremare in attesa di una risposta. Il silenzio innonda la poca distanza fra noi. «Rispondimi.» Il mio tono duro la fa sobbalzare. Scuote con lentezza il capo in segno di negazione. «Te lo dico io allora: la colpa è tua Savannah.» Le lacrime iniziano a scorrerle sul viso senza più il minimo controllo. Sposto il braccio verso destra, mirando a quell'organo che sono certo le stia battendo all'impazzata nella cassa toracica. Lo faccio ad occhi aperti o ad occhi chiusi? «P-perchè?» Il suo singhiozzo mi distoglie dai miei pensieri. «Eri l'unica che sapeva la verità, eppure hai deciso di tacere. Sai, sono certa che sia andata così, altrimenti come spiegheresti tutti gli uomini che Aiden mi ha sguinzagliato alle calcagna? Avrà pensato che fossi una traditrice, e per farlo sicuramente qualcuno deve aver taciuto sulla verità. Verità che tu sapevi, Savannah.» Il sapore amaro del rimorso mi preme alla base della gola, ricordandomi di colpo tutto ciò che abbiamo condiviso. All'inizio non ci sopportavamo, la rivalità era troppa, ma poi? A modo nostro ci siamo piaciute, e forse è stato l'odiare la stessa persona che ci ha unite. La guardo apaticamente, ma dentro di me riesco a percepire quella vaga sensazione che mi ricorda il rimorso. Credevo di volerle bene, probabilmente gliene voglio ancora, ma non sarei chi ho scelto di essere se ora la lasciassi andare. «Hai ragione...io sapevo, e non ho detto nulla.» Le sue parole mi riportano alla realtà, facendo divampare nuovamente tutto il fuoco che per un attimo si era placato. Con il dito rimuovo la sicura della pistola. Savannah solleva le braccia nel tentativo di fermarmi. «Aspetta! Aspetta! Non ho finito di parlare.» Mi supplica scuotendo con veemenza il capo. «Hai cinque secondi, non ti concedo altro tempo prezioso.» Il fiato le resta bloccato in gola. «Cinque.» Inizio a contare fissando le mie iridi nelle sue. «Hai ragione...» Tenta di intavolare un discorso. «Quattro.» Le sue pupille si dilatano dal terrore. «C'è una spiegazione...» Le parole sembrano morirle in gola quando lo sguardo le cade sulla pistola ancora premuta al suo petto. «Tre.» Inizio a spazientirmi. «Io ci ho provato a dirlo, ti giuro che ci ho provato..» I suoi occhi cercano i miei in un tentativo disperato di attirare la mia pietà in superficie. «Due.» Il suo sospiro rassegnato mi fa sperare che tutto questo supplizio finisca presto. «Ma...ma...» Appoggio l'indice sul grilletto. «Uno.» Le palpebre le si serrano di scatto quando le ultime parole le escono di bocca in un verso strozzato. «Eris mi ha detto di tacere!» Il tempo si ferma, la vista mi si offusca e il cuore inizia a battere più lentamente. Eris. Avevo pensato a lei infinite volte rinchiusa in quella cella, ma non avrei mai pensato che sentire il suo nome potesse farmi questo effetto. La rabbia si dissipa lasciando il posto a una tristezza profonda e radicata. Pensavo che almeno lei sarebbe venuta a cercarmi, ma non l'ha fatto. La sofferenza lascia per una frazione di secondo uno spiraglio di luce alla razionalità, portandomi a comprendere realmente le parole della ragazza dai capelli rossi. Eris ha fatto cosa?! La afferro bruscamente dal colletto della maglietta tirandola a pochi centimetri dal mio viso. «Non osare dirmi stronzate.» Lascio che il freddo della pistola trapassi il tessuto sottile che indossa. «Non ti sto mentendo Kalea.» Le sue iridi sono sincere, ma io non voglio crederci, non voglio crederle. Non riesco nemmeno ad immaginare un mondo in cui Eris abbia provato a farmi una cosa del genere. La mia espressione deve aver lasciato trasparire qualcosa perché Savannah inizia ad agitarsi nella mia presa. «Se mi togli le mani di dosso, ti prometto che ti racconto tutto, però ho bisogno che ad ascoltarmi ci sia la Kalea lucida, non qualunque versione sia questa.» Preferisco pensare che stia mentendo, che mi basti premere il grilletto per porre fine a qualsiasi dubbio scaturito da questa conversazione, ma sono consapevole di volerle bene; nonostante la rabbia e nonostante il dolore. Non accenno ad abbassare lo sguardo, ma avverto la presa della mia mano iniziare a farsi sempre più debole. Savannah muove alcuni passi all'indietro, quanto basta a far sì che l'arma non sia più a contatto con il suo corpo. «Hai ragione a dire che ho taciuto, ma non del tutto. Ho avuto paura, per questo non ho detto nulla all'inizio. Pensavo che se avessi detto la verità ad alta voce mi avrebbero presa per pazza, o peggio, avrebbero pensato che fossi una traditrice; non volevo rischiare che nessuno venisse a cercarti a causa mia. Sai meglio di me come funzionano queste dinamiche: chi fa parte del clan conta cento volte di più rispetto a chi è esterno. Julia, la sorella di Amelie, faceva parte degli Scorpions, quindi la sua parola vale molto più della mia. Ho sofferto a guardarla mentire. Ho sofferto a vedere che Aiden le dava corda. Ho sofferto quando ho capito che la loro decisione era di darti la caccia come se fossi una traditrice. Per questo non ho parlato, non con chiunque almeno. Ho chiesto aiuto ad Eris, non è stato semplice far sì che mi credesse, ma una volta esserci riuscita, ero convinta che avremmo rivelato al mondo intero la verità, assieme. La conosci, forse anche meglio di me...mi fece subito ricredere. Mi disse che se ci fosse stato un modo per salvarti, sarebbe stato proprio quello di lasciar credere a chiunque che tu fossi il nemico di cui si parlava.» La lascio parlare, ascoltando attentamente ogni parola che lascia le sue labbra. Quindi non mi hanno abbandonata. «Dopo cos'è successo?» La mia domanda appare più tagliente del previsto. «Abbiamo iniziato a cercarti...senza grandi risultati.» Rifletto silenziosamente. «Ora lei dov'è?» Gli occhi di Savannah si spalancano dalla paura. «Intendi Eris?» Mi limito ad annuire in risposta. «Te lo dico solo se mi prometti che non le farai del male.» Un piccolo ghigno si innesca involontariamente sulle mie labbra. «Ti prometterò di non farle del male solo quando tu mi prometterai di non chiamare la polizia per questo.» Il mio sguardo resta impassibile quando le indico i suoi genitori ancora seduti e lagati ai miei piedi. Il suo volto sofferente li osserva con un profondo rimorso negli occhi. La ragazza dai capelli rossi riporta la sua attenzione su di me. «Te lo prometto.» Il suo braccio destro si tende nella mia direzione. Un innocente patto con il diavolo. Sorrido maligna stringendole la mano. Mi stacco da lei muovendo alcuni passi all'indietro. Il mio sguardo scivola sulla ferita presente sulla schiena di suo padre. Se lo avessi pugnalato giusto un po' più in basso, non sarebbe più qui fra di noi. Un brivido freddo mi corre lungo la spina dorsale. Ho quasi ucciso un uomo. Di nuovo. Il ricordo di tutte quelle persone che ho abbandonato nel bosco inizia a tormentarmi. Loro o tu. Non c'era altra scelta. Stringo i denti a tal punto da farmi male. «Portalo al pronto soccorso. Non morirà, ho compresso la ferita affinché non sanguinasse a tal punto da ucciderlo, ma ti consiglio di fare in fretta. Ti suggerisco anche di stare zitta su quanto accaduto questa sera, se dovessi mai venire a sapere che hai provato a raccontarlo a qualcuno...» I miei occhi si fissano con intensità nei suoi. «Farò sì che tu non sia mai più in grado di emettere un singolo fiato.» Le sue pupille si dilatano dalla paura, lasciandomi capire che ha ben compreso quali siano le mie intenzioni. Non esiterò ad ucciderti se mai dovessi farmi sentire in pericolo. Le parole danzano sulla punta della mia lingua, ma scelgo di tacere. Esco dalla cucina, voltandole le spalle senza la minima paura che possa fare qualcosa di incosciente. «Kalea..» La sua voce risuona nitida nel silenzio della casa rotto solo dai lamenti di suo padre. Volto il capo all'indietro, decidendo di dedicarle un ultimo minuto del mio tempo. «Grazie...per non avermi uccisa.» La voce le trema e gli occhi sono visibilmente scossi. «Potrei sempre farlo, da un momento all'altro, anche ora.» Sono seria, ma non mi sbilancio con il tono di voce per farla sembrare una minaccia, l'avvertimento è chiaro. «Stai scegliendo di non farlo, quindi grazie.» Socchiudo gli occhi e, senza proferire ulteriore parola, le volto nuovamente le spalle uscendo dalla porta d'ingresso.
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Need to love
RomanceESTRATTO DEL CAPITOLO 12: "Diversi brividi percorrono il mio corpo quando il suo respiro caldo si scontra con la pelle sensibile del mio collo. «Ho ucciso per molto meno di un soprannome.» Il tono è caldo, basso ma minaccioso. Perché tutto questo mi...
