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76. Cosa sono diventata?

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Aiden's P.O.V.
Non avrei mai immaginato che vedere Eris andare via mi avrebbe fatto così male, ma era necessario, dovevo evitarle tutta la merda che stava per arrivare, dovevo nasconderle il peggio di me.
Il mio pugno bussa con veemenza sulla porta dello studio di MC, non attendo che mi dia il permesso di entrare, mi limito a spalancare la porta. «Ho bisogno che mi dici tutto ciò che sai su Amelie.» La sedia in pelle ruota su se stessa rivelando la figura incappucciata e mascherata. «Siediti, la storia è lunga.»

Kalea's P.O.V.

I minuti passano lenti, ma io non ho fretta, d'altronde il momento perfetto non arriva, va creato. I miei occhi si soffermano su una figura che ha appena preso la sua colazione e si sta dirigendo ad un tavolo posto appena dopo il mio. Bingo! Mi devo trattenere dal sorridere quando una delle guardie gli va dietro per controllare che non faccia casini. Il momento perfetto va creato. Non appena L'irascibile e il suo carceriere mi passano accanto, faccio lo sgambetto da sotto al tavolo al primo della fila, facendo sì che sembri eseguito da dietro. L'uomo si volta adirato verso la guardia. «Mi spieghi che cazzo di problemi hai?» Sbraita Jace, "l'uomo ira". «Signor Pavis contenga i suoi toni. Non sono un suo pari, non può permettersi di parlarmi così.» Osservo la scena con finta nonchalance, accarezzando la tazza di acqua bollente e lasciandola strisciare in movimenti impercettibili verso il bordo del tavolo. «Quindi visto che mi considera inferiore a lei, pensa di avere il diritto di farmi lo sgambetto?!» John. Il nome sulla targhetta della guardia mi salta all'occhio nel momento in cui L'irascibile afferra la mia tazza dal bordo del tavolo e gliela lancia addosso ustionandolo. Che abbia inizio lo show. Mi scanso prontamente di lato e scruto come la guardia tenta di afferrare il manganello appeso alla sua cintura, o meglio, quello che ora è sul pavimento, a portata di mano di un altro prigioniero. Nel giro di pochi secondi è il caos più totale. La rissa infiamma violentemente fra guardie, complici di Juan, e detenuti, suoi prigionieri "politici". Non riesco nemmeno più a distinguere chi si stia picchiando mentre avanzo all'indietro per non essere coinvolta, la mano premuta al fianco per non lasciar scivolare a terra il coltello. L'urlo delle cuoche mi fa schiacciare violentemente la schiena al muro, la porta d'emergenza poco più in là sembra chiamare il mio nome con insistenza. Il mio sguardo si incrocia con quello di Arabella, comparsa improvvisamente in cucina dopo che era uscita sul retro a causa del taglio alla mano; mi fa cenno con il capo di oltrepassare la porta, sbattendo anche le palpebre due volte. Dietro la porta ci sono due guardie. Faccio dei respiri profondi e preparo la mia mente a quello che sta per accadere. Ora o mai più Kalea. In modo furtivo mi assicuro che nessuna delle guardie mi stia prestando attenzione prima di sgattaiolare dietro le porte di metallo a spinta. I due scagnozzi di Juan mi scrutano attentamente. «Tu non dovresti essere qui.» Il tono di quello sulla destra che mi rivolge la parola è secco e non ammette repliche. Gioca le tue carte. I lineamente del mio volto si addolciscono e i miei occhi lo guardano da sotto le ciglia in un'espressione impaurita. «I-io lo so, ma lì dentro era tutto così confuso...I-io ho avuto paura, n-non sapevo cosa fare...» La guardia sulla sinistra muove un passo nella mia direzione con la compassione negli occhi. Ora sappiamo anche qual è l'anello debole a cui puntare. «Patricia, non crederle. Solo perché ha paura non vuol dire che sia innoqua.» La mia espressione si fa ancora più sofferente. Muovo alcuni passi verso la donna. «Per favore Patricia...devi credermi!» con la voce enfatizzo il suo nome, certa di fare leva su uno dei punti più sensibili. La guardia tentenna e una parte di me non può fare a meno di provare del rimorso per quello che sto per fare. Non è giusto, non dovrebbe mai essere giusto; non dovrei decretare io chi può vivere o meno, ma in un mondo solitario e bastardo, in cui per vivere devo scegliere di sacrificare qualcun altro al di fuori di me...allora lo farò. Vivrò. Con quel pensiero ad annebbiarmi la mente, percepisco uno dei pochi bricioli di umanità che mi rimanevano scivolare definitivamente via dal mio cuore. Questo è il punto di non ritorno. Prima che la mia mente possa avere qualche tipo di ripensamento, scatto alle spalle di Patricia, il coltello da cucina mi scivola sul palmo della mano dopo aver sollevato la tunica all'altezza del fianco, giusto in tempo per stringerlo e conficcarlo nella giugulare della donna. Il sangue si riversa copiosamente sulla mia mano e il corpo inizia a cadere all'indietro senza più la sua linfa vitale a sostenerlo. L'uomo urla nella mia direzione, ma io non lo ascolto, non lo voglio ascoltare, non lo posso ascoltare. Estraggo la pistola dal fodero della guardia deceduta e mi volto sparando un singolo colpo in direzione dell'uomo, conosco la mia mira, so quanto possa essere infallibile, il foro al centro della fronte ne è solo la conferma. Osservo i suoi occhi diventare vitrei, privi di qualsiasi forma di vita. I suoni provenienti dalla mensa sono attutiti nelle mie orecchie, la gola mi brucia dall'urlo silenzioso che cerco di trattenere e lo stomaco mi sembra contenere un macigno enorme. Il sangue mi macchia le mani e io devo ripetermi di respirare, di concentrarmi, di non cedere. Sono un'assassina. La mia mente lo ripete all'infinito come un mantra. Trattengo la bile quando realizzo quello che effettivamente mi tocca fare per uscire da qui. «Perdonami per quello che sto per fare...Madre de Dios.» I miei sensi si amplificano al massimo, concentrati a percepire voci dalla mensa, passi ed eventuali porte che vengono aperte. Questa è la mia unica occasione. I miei occhi scrutano i due cadaveri. Non possono essere morti invano. Con dita svelte mi sbrigo a slacciare i vestiti della donna, man a mano che le tolgo gli indumenti, mi affretto a rivestirla con la mia divisa. Il colletto della camicia mi si appiccica al collo a causa del liquido vischioso a macchiarlo, fortunatamente essendo un tessuto scuro non è visibile da lontano. I pantaloni mi sono leggermente larghi sui fianchi, ma stringo la cintura affinché non cadano. L'idea di indossare gli indumenti di una persona morta mi destabilizza, ma devo impormi di non pensarci se non voglio che questi vestiti siano indossati da due cadaveri diversi nell'arco della stessa giornata. Corro lungo il corridoio e svolto sempre a destra ad ogni bivio, ricordando alla perfezione i discorsi delle guardie quando parlavano fra di loro del giardino sul retro della struttura. Nel giardino posteriore ci sono le torrette di guardia del perimetro. La pausa mensa della colazione è sempre alle otto, il momento esatto della giornata in cui la ronda notturna dà il cambio a quella diurna, nonché preciso istante in cui ci sono meno guardie in vigilanza. Salgo due rampe di scale, continuando a correre fino a che non raggiungo i maniglioni anti-panico; li spingo con tutta la forza che ho in corpo. L'aria fredda mi sferza il viso; il sole della mattina quasi mi acceca per la sua intensità. Sono fuori. C'è aria e io sto respirando. Due scagnozzi di Juan mi scrutano dalla torretta che affaccia direttamente sulla porta di emergenza. «Hey! Dentro c'è una mega rissa! Serve una mano!» Urlo sbracciandomi nel tentativo che mi notino. I due si guardano fra di loro prima di iniziare a scendere le scale di corsa. Nel giro di pochi secondi almeno cinque guardie mi hanno raggiunta. «Cos'è successo?» domanda la più autoritaria di tutte. «L'irascibile, ha attaccato brighe con una guardia e da lì si è scatenato il putiferio. Mi hanno mandata fuori a cercare aiuto, quegli stronzi stavano allungando le mani anche sulle cuoche!» con il tono cerco di marcare il più possibile la mia ira nel racconto. Due uomini scuotono la testa con espressione sconsolata. «Sapevo che ci avrebbe dato problemi, l'avevo detto con Juan.» annuisco per dargli ragione per poi tornare subito seria. «Abbiamo un altro problema: una prigioniera è fuggita, non sappiamo dove sia, abbiamo paura che sia riuscita ad uscire dal perimetro sorvegliato, ho bisogno che due di voi vengano con me a controllare.» L'uomo che è stato il primo a parlare mi scruta dalla testa ai piedi con un sopracciglio alzato. «Hai ricevuto ordini da Juan?» Nego con il capo. «Non possiamo dirgli che non troviamo più La tigre. Andrebbe su tutte le furie e se la prenderebbe con noi per averla lasciata fuggire. Dobbiamo trovarla prima che lui scopra che è scappata.» Il mio tono pare essere abbastanza convincente, tant'è che due si fanno avanti di loro spontanea volontà. «Veniamo noi con te.» annuisco lievemente scrutandoli dalla testa ai piedi senza farmi notare. Uno è ben piazzato, però è basso, potrebbe non essere così agile. L'altro invece è più snello e alto, sicuramente è più veloce del suo collega, ma ho i miei dubbi sulla sua forza. Non devo comunque sottovalutarli. «Noi andiamo dentro a placare la rissa. Teneteci aggiornati su ciò che succede là fuori. Conto su di te Patricia.» Rivolgo alla guardia di nome Erik un cenno del capo. Non smetterò mai di ringraziare mentalmente chi ha deciso di far indossare a tutti una divisa con il passamontagna e il casco protettivo con gli occhiali da sole integrati. I capelli ricci mi solleticano il collo, ma nessuno è in grado di vederli al di sotto dei vestiti. I miei occhi catturano i nomi sulle giacche dei duo uomini che verranno con me: Jackson, il più robusto e Kevin, il più alto. «Andiamo?» domanda il secondo iniziando ad incamminarsi verso il cancello che, dopo un cenno alla donna che gestisce il traffico in ingresso e in uscita, si apre per lasciarci passare. Kalea respira, manca poco alla tua libertà. «In che direzione dovrebbe essere andata?» domanda Jakcson. «A sud.» mi limito a rispondere, non sapendo nemmeno a dove porti il sud da queste parti. Non ho la minima idea di dove siamo, ma conoscendo parte della storia di mio zio e considerando il freddo che mi gela le ossa, posso solo dedurre che siamo da qualche parte in Canada. Sud dovrebbe andare bene in qualsiasi caso. Kevin volge il capo nella mia direzione dopo diversi minuti silenziosi passati a camminare nel bosco in cerca di una qualsiasi traccia. «Sai, c'è una cosa che non comprendo...come avrebbe fatto quella mocciosa a scappare?» Il cuore inizia a battermi con insistenza nella gabbia toracica. «Se lo sapessi non la staremmo cercando, avremmo evitato fin dall'inizio che scappasse, non credi?» Svio una risposta concreta cercando di puntare all'arroganza. «Ha senso.» concorda Jackson con me, calmando così la curiosità di Kevin. Devo pensare in fretta a come uscire da questa situazione, si è già insospettito, non ho più molto tempo a mia disposizione. Deglutisco lentamente per non fare rumore. Lungo il nostro cammino mi accorgo di alcuni rami secchi a pochi passi da noi e un'idea inizia a prendere forma nella mia mente. Non appena il mio piede calpesta il legno scricchiolante e rumoroso, la mia mano si appoggia all'altezza della pistola sbloccando la sua sicura, mimetizzando così il suono. I miei occhi scorrono brevemente fra i due uomini, accertandomi che nessuno dei due si sia accorto di niente. Madre de Dìos, perdoname. Estraggo furtivamente la pistola e la punto alla giugulare di Jackson sparando in un istante il colpo fatale. L'eco dello sparo risuona intorno a noi. Il corpo cade al suolo in un tonfo sordo. Kevin si volta nella mia direzione, pronto ad afferrare la sua calibro quarantacinque per vendicare il suo socio, ma il mio dito è più veloce sul grilletto, lasciando così un buco sanguinante nel suo palmo. Il suo urlo straziato mi fa pregare di porre fine il prima possibile al suo dolore. «Stronza bastarda!» Lui è solo una vittima innocente di tutta questa storia. Non sfogherò su di lui la mia rabbia. Sollevo il braccio mirando alla fronte, l'indice preme sulla leva, ma il colpo non parte. Cazzo. Ho finito le pallottole. Cerco in fretta una soluzione, ma l'uomo riesce comunque a cogliermi di sorpresa quando mi carica e la mia schiena urta con forza il tronco di un albero alle mie spalle. Stringo i denti. Merda che male. «Ti crederai anche più furba di noi per averci portati qui fuori, ma sei debole, non hai nessuna possibilità di vincere!» L'uomo cerca di intrappolarmi entrambi i polsi con l'unica mano buona a sua disposizione. Se cerca di bloccarmi, non ha modo di spararmi. L'adrenalina entra in circolo, la paura di morire è tanta, ma non voglio arrendermi. Con tutta la forza che ho in corpo sollevo il ginocchio colpendolo fra le gambe, non appena il busto gli si piega in avanti per il dolore, gli afferro il capo con entrambe le mani e gli assesto una ginocchiata in pieno volto. Fiotti di sangue mi macchiano i pantaloni, il naso spaccato è ben evidente. Mi spingo lontana dall'albero, tentando di iniziare a correre. Cerco di raggiungere il corpo morto di Jackson per estrarre la sua pistola dal fodero, ma un calcio ben piazzato nelle costole mi toglie il respiro. Mi ritrovo a carponi mentre Kevin afferra la calibro quarantacinque dalla cintola dell'altra guardia. Scatto impiedi e gli salto sulla schiena, stringendo il suo collo con il mio avambraccio. Dalla pistola parte un colpo, ma la mia mossa fa sì che la presa delle sua mani si allenti per la sorpresa, puntando così il proiettile contro il terreno. L'uomo si lancia all'indietro, facendoci cadere a terra entrambi. Urto il terreno con la schiena e devo trattenermi dall'urlare quando anche il peso del suo corpo si aggiunge alla mia sofferenza. Lo spingo via con le braccia e il bacino, portandoci a rotorale per terra per alcuni metri. Riusciamo a fermarci solo nel momento in cui riesco a sedermi con tutto il mio peso sul suo petto, le ginocchia premute sulle sue scapole e la sua mano già ferita schiacciata sotto la punta del mio piede al lato del suo corpo. Kevin tenta di sollevare il bacino per tirarmi una ginocchiata all'altezza dei reni, ma con un pugno ben assestato gli colpisco lo sterno togliendogli il fiato. L'uomo inzia a tossire e io ho pochi secondi per guardarmi intorno in cerca di una soluzione. I miei occhi si fissano su un masso non molto appuntito a circa due spanne dalla sua testa. Mi allungo con la mano, lo afferro e poi miro alla sua tempia destra. Un colpo. Due. Quattro. Mi fermo solo nel momento in cui realizzo di aver perso il conto di tutte le volte che l'ho colpito. Non ho nemmeno visto la vita lasciare i suoi occhi. Le mie mani sono nuovamente macchiate di sangue. Il volto tumefatto e privo di vita dell'uomo sotto di me mi fissa con orrore. Qualcosa all'altezza del petto mi si incrina, lasciandomi dentro un vuoto denso e opprimente. Mi alzo di scatto con le gambe tremanti, afferro il caricatore attaccato alla cintura di Jackson e poi la pistola dispersa non molto più lontano fra le foglie. Sono un mostro. Senza pensarci due volte inizio a correre.

Savanna's P.O.V.

Sto ancora cercando di capire dove mi stia portando Eris. Da quando sono salita in macchina non ha ancora detto una parola, tanto meno un "ciao". Immagino che sia ancora arrabbiata per come si è comportato Aiden nei suoi confronti. Non la biasimo...finire un'amicizia di così tanti anni in questo modo è veramente orribile, non oso immaginare come si senta lei. Il suo sguardo resta fisso sulla strada, si distoglie in direzione della casa di fronte a noi solo nel momento in cui si parcheggia al lato del marciapiede. Scende dalla vettura e si incammina senza nemmeno aspettarmi. Mi chiedo perché mi abbia chiesto di venire con lei se poi non ha intenzione di parlarmi nè di spiegarmi cosa ci facciamo qui. Ci sono giorni che penso di capirla e altri in cui mi sembra di avere davanti una perfetta sconosciuta. I miei occhi la seguono mentre si avvia lungo il ciottolato che conduce al portico in legno bianco. Forse non la conosco per niente. Sospiro aprendo piano lo sportello della macchina. Semmai dovrò morire, almeno sarà indossando le mie scarpe preferite. Osservo con un sorriso le mie Christian Louboutin. Quando mi rendo conto che ormai Eris è arrivata alla porta e mi sta aspettando, mi affretto ad uscire dal veicolo e a raggiungerla a passo svelto. «Non abbiamo tutto il tempo del mondo, le scarpe le puoi ammirare anche dopo.» Il suo tono piatto mi fa imbronciare. «Ma non sono scarpe qualsiasi-» La sua mano mi blocca dal proseguire il mio discorso posandosi sulla mia bocca. Gli occhi di ghiaccio mi fissano con insitenza. «Savannah, non me ne frega un cazzo.» La sua indifferenza mi ammutolisce del tutto. Ci sono anche dei modi più carini per dirlo...La porta si apre rivelando la figura cupa e seria di Soleil. Oh. Ora capisco. «Vi stavamo aspettando.» Il volto di Eris se possibile si scurisce ancora di più. Perché ha parlato al plurale? Dallo sguardo che ci rivolgiamo immagino che stiamo entrambe pensando alla stessa domanda. Una volta dentro la porta viene chiusa alle nostre spalle. Un brivido freddo mi corre lungo la schiena. Non ho un bellissimo presentimento. Eris si blocca nel bel mezzo del salotto incrociando le braccia al petto. «Sai perché sono venuta qui, non stiamo a girarci intorno. Dobbiamo salvare Kalea da Juan. Non me ne frega un cazzo che è suo zio, io non mi fido di lui, nè tanto meno di Amelie, soprattutto ora che ho scoperto essere sua moglie.» Alla sua affermazione le mie palpebre si spalancano per lo stupore. Sua moglie?! Soleil si limita a sollevare un angolo della bocca in un piccolo ghigno soddisfatto. «Ora capisco perchè le piaci tanto.» Il cipiglio sul mio volto si fa sempre più intenso. Ma di chi sta parlando? Di Kalea? Di Amelie?! La ragazza dai capelli bianchi la scruta dalla testa ai piedi. «Non so di chi tu stia parlando, ma non mi importa. Sono qui per Kalea e non me ne andrò fino a che non avremo trovato il piano perfetto per salvarla.» Soleil sorride scuotendo a destra e sinistra il capo in un movimento lento e giocoso. Con le dita smaltate di rosso afferra il calice di vino bianco appoggiato sul tavolino di vetro, si siede sulla poltrona di pelle nera alle sue spalle e accavalla le gambe con innata eleganza. «È di mia figlia che stai parlando, cara.» le dita accarezzano con leggerezza lo stelo di cristallo del calice. «Eppure sembra che non te ne freghi un cazzo di lei.» La rabbia di Eris è palpabile nell'aria. La donna dai capelli ricci si limita a sorridere prima di sorseggiare con lentezza il suo vino frizzante. «Non vorrei intromettermi in questa discussione, ma sono d'accordo con Eris, dobbiamo trovare un piano e dobbiamo farlo in fretta.» L'urgenza nella mia voce è un chiaro segno del mio nervosismo. Soleil posa i suoi occhi nocciola su di me come se mi vedesse per la prima volta all'interno della stanza. «Non sarà necessario.» «Ma così morirà!» Gioco nervosamente con una ciocca dei miei capelli rossi quando sento Eris protestare nei confronti della donna. «No.» La sua affermazione schietta e secca mi fa sussultare. «Cosa vuol dire "no"?» domando con un sussurro incredulo. Non ha intenzione di lasciarla morire...vero? «Vuol dire che Kalea non morirà, e non lo farà, è già scappata. Da sola.» Io e la ragazza dai capelli bianchi ci fissiamo incredule. «Da sola?!» Lo stupore è palese sul volto di entrambe, ma io sono l'unica che riesce ad esprimerlo ad alta voce. «Forse potrei averle dato un piccolo aiutino io.» La voce che nessuna di noi due riconosce proviene dalla cucina, direzione in cui ci voltiamo entrambe. La ragazza dai capelli biondi ci fissa con i suoi occhioni blu, la spalla sinistra poggiata allo stipite, e la mano destra occupata a reggere un piccolo bicchiere da whiskey. Ha dei lineamenti familiari, perché ho l'impressione di averla già vista da qualche parte? «Lexy.» Il nome che si imprime sulle labbra di Eris è appena un sussurro. Di colpo ricordi vecchi di anni fanno capolino nella mia mente. Oh. Cazzo. Lexy. La sorella di Aiden.

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