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84. Accusa e difesa

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Kalea's P.O.V.

Il giardino è silenzioso, più di quanto mi aspettassi. Gli uccellini cantano tra le fronde, catturando la mia attenzione e trasportandomi con i pensieri al di fuori del mio corpo. Lascio che gli occhi si chiudano, che i raggi del sole mi baciano la pelle in una frazione di tranquillità. La porta alle mie spalle si apre e i miei sensi scattano subito in allerta, le palpebre che si sollevano per capire cosa stia accadendo. «Disturbo?» La domanda di Eris è semplice, ma è il suo modo di entrare costantemente in punta di piedi nella mia vita che mi rassicura. Volto il capo nella sua direzione, i ricci scuri che mi scivolano sul volto. «No.» Alla mia risposta mi accorgo di come le sue spalle si abbassino, scaricando la tensione accumulata. Pensava che le dicessi di sì? Torno ad osservare il giardino quando la vedo sedersi accanto a me. «Sei arrabbiata?» Una risata ironica lascia le mie labbra, ma esito un po' nel silenzio prima di trovare le parole adatte per risponderle. «Sono arrabbiata per tante cose: sono arrabbiata perché mi sono sacrificata per un branco di stronzi che non ci ha messo nemmeno cinque minuti a credere alle parole di qualcun altro, sai pensavo che avessero un minimo di considerazione per me; sono arrabbiata perché pensavo che Aiden avesse più giudizio, mi ha ferito sapere che è stato lui a dare l'ordine di darmi la caccia; sono arrabbiata perché speravo che Savannah raccontasse a tutti la verità, ma non l'ha fatto; sono arrabbiata perché ho fatto tutto da sola, e ce l'ho fatta... ma non sono di certo arrabbiata con te.» Gioco con le mie stesse dita, lo sguardo ancora perso nel verde di fronte a me. «Dovresti.» Il suo tono è risoluto e allo stesso tempo esitante. «Perché?» Riporto la mia attenzione su di lei con la coda dell'occhio. Le sue guance si riempiono di aria prima di esalare un sospiro. «Ho detto io a Savannah di stare zitta, di non raccontare a nessuno la verità.» La sua confessione, consapevole che potrei non reagire bene, mi fa stringere il cuore. Nonostante tutto ha scelto sempre di essere onesta con me. Inclino il capo verso di lei. «Lo so.» Le sue sopracciglia si sollevano per la sorpresa. «Come?» Il ricordo di qualche sera prima mi attraversa la mente, ma il mio volto resta impassibile. «Lo so e basta.» Le sue labbra si serrano in una linea dura. «Mi dispiace che tu non abbia più fiducia in me.» Serro gli occhi, assimilando il dolore nella sua voce. Penso che sia la prima volta che la sento usare questo tono, e devo ammettere che fa male. «Non si tratta di fiducia Eris. Ho fatto cose orribili per venirne a conoscenza.» La mia confessione è parziale, ma non vorrei darle altri motivi per odiarmi, sono consapevole di non essere più la stessa persona di prima ai suoi occhi. «Te ne penti?» La sua domanda mi coglie alla sprovvista. Fisso le mie iridi più scure nelle sue cristalline. «No, e penso che sia proprio questo il punto.» La sua espressione non muta. «Anche io ho fatto cose sbagliate in passato, e non me ne sono mai pentita, nemmeno dopo anni, anzi. Ad essere sincera, pensandoci bene, molte di quelle cose le farei anche ora, ad occhi chiusi per giunta.» L'accenno di un sorriso malefico che spunta sulle sue labbra rischia di strapparne uno anche a me. «Non ti giudicherò mai per quello che hai fatto, voglio che tu lo sappia Kalea.» Riesco a percepire la tensione del mio volto che svanisce, lasciando il posto ad un'espressione più serena. «Anche se ti dicessi che ho pugnalato il padre di Savannah?» Le sopracciglia le scattano verso l'alto mentre le sue labbra si arricciano in un espressione corrucciata. «Immagino che se lo sia meritato?» Il suo tentativo di giustificarmi mi fa sorridere. Scuoto il capo con divertimento. «Il messaggio che doveva trasmettere è arrivato al destinatario.» I suoi occhi roteano al cielo. «Certo che sei diventata molto più melodrammatica di prima. Un sms non bastava?» Arriccio il naso in risposta. «Temo di no.» Eris scuote il capo sconsolata. «C'è altro che vorresti confessarmi?» Mi pungolo il mento con un dito, fingendo di pensarci su. «Oh...Ah, sì! Ho minacciato Aiden, per essere più specifici il coltello alla gola di prima era la seconda volta.» L'espressione carica d'orgoglio di Eris mi strappa una piccola risata. «Perché quella faccia inorgoglita?» La ragazza scuote piano il capo. «Lui di certo se l'è meritato.» La sua risposta ci fa ridere entrambe, alleggerendo di colpo il peso che mi comprime il petto da diverse settimane. Cinque minuti con lei bastano a cancellare le cattiverie subite per giorni. Mi ritrovo ad appoggiare il capo sulla sua spalla, non so se in cerca di conforto o solo per un appoggio. «Ho temuto il peggio.» La confessione mi arriva dritta al cuore, lasciandomi un forte amaro in bocca. «Anch'io.» Non posso negare la verità. Non a lei. Il respiro calmo che le alza e le abbassa il petto mi tranquillizza, mi dà quel senso di quiete che pensavo di aver perso per sempre. Forse l'idea di tornare qui non è così malvagia.

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