Aiden's P.O.V.
Ormai è una settimana che Kalea è sparita. I miei uomini non l'hanno ancora trovata, e loro hanno sempre trovato tutti in un paio di giorni. Tamburello lentamente le dita sul bracciolo della poltrona. Non ho bisogno di alzare gli occhi sullo studio vuoto e buio, mi basta chiudere gli occhi per crogiolarmi in quella sensazione di solitudine. Il bordo del bicchiere che ho in mano sfiora le mie labbra umide, il fiato caldo che condensa sul vetro freddo. Per un momento ho l'impressione di avvertire le sue labbra nuovamente sulle mie, il suo sapore dolce, la morbidezza dietro il suo tocco delicato, il suo respiro irregolare. "Anche baciarmi?" La sua richiesta si ripete infinite volte nella mia memoria, un loop incessante e incalzante. Mi sento scomodo nel mio stesso corpo, tant'è che devo sollevare leggermente il bacino e allargare le gambe per ritrovare una posizione comoda sulla poltrona di pelle. Lei e quei suoi fottuti occhi. In un colpo secco bevo tutto il contenuto ambrato del bicchiere, lasciando che il sapore forte e deciso del whisky mi bruci la gola. Un forte bussare alla porta mi fa stringere con due dita il ponte nasale per il fastidio. «Chi è?» domando con voce infastidita e senza muovermi di un millimetro dalla poltrona. «Aiden, sono Savannah. Mi dispiace interrompere qualsiasi cosa tu stia facendo, ma penso che ci sia una cosa che tu debba vedere nella sala grande.» I capelli rossi della ragazza fanno capolino dalla porta lasciando così entrare luce nella stanza. I miei occhi infastiditi saettano su di lei. «Non ti ho detto che potevi aprire la porta.» Il mio tono duro le fa muovere alcuni passi indietro, staccando di conseguenza la mano dalla maniglia. «Ti chiedo scusa, ma si tratta di Kalea. Pensavo volessi saperlo. Tolgo il disturbo.» Savannah sparisce dal mio campo visivo chiudendosi la porta alle spalle. Non appena l'oscurità incombe nuovamente su di me non posso fare altro che imprecare. Afferro la bottiglia alla mia destra e verso, per l'ennesima volta, il suo contenuto all'interno del bicchiere. Cerco di fare finta di niente, di non darci peso, ma la mia mente ama viaggiare quando si tratta di lei, e una domanda mi sorge spontanea. «Se l'avessero catturata?» Il pensiero lascia le mie labbra contro la mia volontà segno che l'alcol che ho in corpo sta facendo il suo effetto. Imprecando nuovamente finisco anche questa volta in un unico sorso il whisky nel bicchiere. Tutta questa storia mi sta facendo impazzire. Lei mi sta facendo impazzire. Mi alzo di scatto dalla poltrona, in poche falcate sono già davanti alla porta dello studio diretto alla sala principale del quartier generale. Tento di nascondere il mio nervosismo adottando un passo composto e cadenzato. Stringo in due pugni le mani nascoste nelle tasche dei pantaloni, ma una volta giunto all'uscio della sala in cui sono radunati tutti, lascio che i miei nervi si distendano e che la maschera di freddezza che mi caratterizza si posi sul mio volto. Alla mia vista tutti ammutoliscono. Savannah si volta nella mia direzione e un sorriso furbo le incornicia le labbra al seguito di uno sguardo rivolto ad Eris. Mi hanno incastrate. Osservo tutti gelidamente. «Dunque, cosa c'è di tanto urgente che dovrei sapere? Non penso che mi abbiate mandato a chiamare per farmi vedere quanto siete bravi a fare il gioco del silenzio.» Uno degli uomini in prima fila muove un passo nella mia direzione. «Volevamo farle rapporto sulla missione di cui ci ha incaricati.» Il suo tono è deciso, ma sono comunque in grado di scorgere il timore nei suoi occhi. Mi limito a sollevare un sopracciglio in attesa che continui a parlare. «I segugi hanno trovato questo.» Pronuncia allungano una scatola nella mia direzione. La sua mano è esitante, ciò non fa altro che aumentare le mie preoccupazioni. Afferro l'oggetto rettangolare e lo scruto per alcuni secondi. Non sento provenire particolari odori di putrefazione dal contenuto, spero vivamente di poter far affidamento sul mio senso dell'olfatto. Sollevo delicatamente il coperchio, quasi ad avere paura di quello che potrebbe saltare fuori; ciò che è al suo interno mi fa rabbrividire, ma mi sento sollevato nel momento in cui realizzo che non si tratta di nessuna parte del corpo di Kalea. In questo mondo nulla è scontato. Anzi, la cosa più precaria è di fatti la propria vita. Osservo i miei pantaloni della tuta, gli stessi che aveva lei indosso quella sera. Noto immediatamente il tessuto logoro, sporco e strappato. Quegli strappi non sono accidentali, sono voluti. A tale pensiero l'ira si riversa nel mio essere come un fiume in piena. La presenza tanto invadente delle mie emozioni mi fa realizzare che anziché essere arrabbiato per aver perso le sue tracce, sono più sollevato di non aver ritrovato il suo corpo morto fatto a brandelli. Mi ha tradito, ha tradito la mia fiducia, ha tradito il mio clan...allora perché inizia a sembrarmi sempre più sbagliato darle la caccia? Dovrei volerla morta, agonizzante ai miei piedi, ma tutto ciò che riesco a sperare è di poter rivedere i suoi occhi verdi per l'ultima volta. Le mie iridi scattano in direzione dell'uomo di fronte a me. «Dove li avete trovati?» Un sospiro lascia le sue labbra con frustrazione. «In Vermont, al confine con il Canada.» Un angolo della mia bocca si solleva in un lento ghigno di realizzazione. «Esattamente dove finisce la nostra giurisdizione.» Guardandomi attorno mi accorgo immediatamente del modo in cui Eris e Savannah sembrano scrutarsi con preoccupazione. Quelle due mi stanno nascondendo qualcosa, e io sono intenzionato a scoprire cosa. «Setacciate il confine e lasciate qualcuno di vedetta ogni venti miglia, sono certo che tornerà indietro, e quando lo farà, noi saremo lì pronti ad accoglierla a braccia aperte.» I miei uomini mi scrutano con un ghigno in volto, in attesa del mio prossimo ordine. «Sparate a vista...ma portatemela qui viva, voglio ucciderla con le mie stesse mani, e ovviamente mandare un bel messaggio alla sua famiglia. Io e il suo paparino abbiamo qualche conto in sospeso.»
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Need to love
RomansaESTRATTO DEL CAPITOLO 12: "Diversi brividi percorrono il mio corpo quando il suo respiro caldo si scontra con la pelle sensibile del mio collo. «Ho ucciso per molto meno di un soprannome.» Il tono è caldo, basso ma minaccioso. Perché tutto questo mi...
