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80. In ginocchio

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Aiden's P.O.V.

Le parole di Soleil mi toccano nel profondo, lasciando sul mio volto il ritratto dello stupore. Un segreto dietro l'altro. La bugia che nasconde la menzogna. Ciò vuol dire che nemmeno Kalea ha idea di chi sia la sua famiglia, sempre che non mi abbia mentito anche lei. Scruto attentamente anche le altre donne presenti nella stanza, ma nessuna di loro è sorpresa tanto quanto me. Ora capisco come mai Soleil mi sembrasse tanto familiare. I suoi comportamenti mi ricordavano quelli di Kalea.  «Voi lo sapevate, vero?» Savannah volta il viso in direzione della finestra per non incrociare il mio sguardo, Eris gioca nervosamente con le dita delle mani e Lexy mi si avvicina con passi incerti. «Sono consapevole che il nostro primo incontro dopo tanto tempo non sia stato dei migliori, avrei voluto avere il tempo di abbracciarti, bere qualcosa assieme e raccontarti tutto, ma non è stato così. Quella notte in cui tentasti di tirarmi fuori dalla clinica, fu la notte in cui io riuscii a scappare, devo ringraziarti per questo, all'epoca non sapevo fossi stato tu a creare tutto quello scompiglio.» Tante informazioni e pensieri vorticano nel mio cervello ininterrottamente, tant'è che le parole non si decidono a lasciare le mie labbra. Se mia sorella stesse dicendo il vero...vorrebbe dire che è riuscita a scappare più di un anno fa. Non è venuta a cercarmi, nemmeno una volta. Il pensiero del suo menefreghismo mi fa soffrire, ma la mia solita maschera d'indifferenza è lo scudo perfetto per celare le mie emozioni. Per non parlare di mia madre, sono certo che sappia di Lexy, della sua fuga, eppure non mi ha detto nulla. Non voleva che io la cercassi, sapeva che l'avrei trovata, e una volta riuscito nella mia impresa, sapeva che mi sarei vendicato di lei, che le avrei fatto pagare caro tutti gli anni in cui avevo tentato di liberare mia sorella, le percosse subite per tentare di salvarla. «Solei mi trovò quella stessa notte e mi accolse sotto la sua ala protettrice. Facemmo un patto, entrambe volevamo qualcosa l'una dall'altra: io l'avrei aiutata a ritrovara sua figlia, e lei avrebbe accolto Eris nel suo clan.» I miei occhi si posano sulla ragazza dai capelli bianchi, la sua fronte aggrottata e lo sguardo pensieroso. Non lo sapeva. Lexy si volta verso di lei sospirando. «Anche in questo caso avrei voluto che le circostanze per dirtelo fossero diverse, mi dispiace BibiMi chiedo perché mai Eris avrebbe dovuto accettare di entrare a far parte del clan Aka dopo tutta una vita trascorsa negli Scorpions al mio fianco. Savannah arriccia le labbra in un'espressione contrariata, il dolore e il fastidio le oscurano gli occhi. Mi sembra quasi gelosa, ma di cosa? Possibile che sia gelosa di mia sorella? «Al ballo di cui avete parlato prima...c'ero anche io. Fu lì che conobbi Kalea. Lei non ha idea di chi io sia. Il mio scopo era quello di riferirlo a Soleil e far sì che le due si incontrassero, ma non ho fatto in tempo. Non appena scoprii che si era sacrificata per gli Scorpions, e che suo zio l'aveva rapita, mi misi subito in moto per aiutarla. Il clan Aka vive fra le ombre, e come tali riusciamo ad infiltrarci ovunque...anche nel clan di Juan. Le abbiamo dato una mano a scappare, una piccola spinta, ma il più l'ha fatto tutto lei. Al momento non sappiamo dove sia, abbiamo perso le sue tracce poco dopo che ha lasciato la casa base dei Black Bears.» Le informazioni da elaborare sono tante, ma la mia mente è fissa su un unico pensiero. Dove cazzo è Kalea? Non rifletto, non ne sento il bisogno. Riempo i polmoni di ossigeno e lascio che il mio corpo e il mio istinto abbiano la meglio sulla mia razionalità. Corro fuori, la voce di Lexy che mi supplica di fermarmi è solo un sussurro lontano.

La devo trovare. Le mie gambe si muovono da sole, come se non fossero nemmeno controllate dal cervello. I gradini per raggiungere la mia stanza non sembrano nemmeno così tanti a questa velocità, solo una distanza da colmare. Tutto questo è un casino che non sarebbe dovuto succedere. Pensavo che ci fosse qualcosa sotto, ero convinto che qualcosa mi stesse sfuggendo, ma non credevo fino a questo punto. Raggiungo la porta in poche falcate, girando la maniglia nella frazione di un secondo. «La devo trovare.» sussurro tra me e me entrando frettolosamente nella stanza buia, non mi preoccupo nemmeno di accendere la luce. «Non dirmi che stai cercando proprio me.» Quella voce. I miei occhi scattano nell'oscurità alla ricerca della sua figura. Il volto incorniciato dai riccioli scuri è illuminato da un flebile raggio lunare che si infiltra dalla finestra. I suoi occhi mi scrutano con minuziosa attenzione, il fianco poggiato al materasso e il volto sorretto dalla mano. Una fottuta dea. Lo stupore è impresso sul mio volto, le labbra schiuse dalla sorpresa. «Kalea.» Il suo nome suona come una supplica sulla mia bocca. L'istinto mi urla di correrle in contro, di stringerla fra le mie braccia e assicurarmi che stia bene, ma il suono della sicura di una pistola che viene rimossa fa desistere qualsiasi mio tentativo di avvicinarmi. I miei occhi si chiudono per un breve istante, lasciandomi assaporare l'amarezza del momento nella sua totalità. Se solo me ne fossi accorto prima. Se solo avessi scelto di seguire il mio cuore, anziché la mia ossessione di scoprire la verità. «Cosa fai? Chiudi gli occhi? Tsk, non hai nemmeno il coraggio di guardarmi in faccia?» Il suo tono è pacato, ma la rabbia che si cela al suo interno è profonda e radicata. I suoi passi risuonano nel silenzio della stanza. Il ricordo del suo profumo mi invade le narici, ma la realtà mi porta a storcere il naso. Terra e sangue. Il mio sguardo percorre il suo corpo partendo dagli scarponi, seguendo i pantaloni larghi fino alla vita. Troppo larghi. I miei occhi si avventurano più su di quanto io mi imponga di guardare; la camicia le avvolge la vita stretta, mettendo in risalto il seno lasciato scoperto dai bottoni slacciati; il collo pallido è in netto contrasto con il suo volto livido e sporco, gli zigomi alti e le guance scavate dalla fame; le labbra un tempo rosee ora sono gonfie e spaccate. Quando le nostre iridi hanno finalmente modo di incontrarsi di nuovo, riesco a percepire il cuore pulsarmi in gola. Il tempo pare rallentare, darmi qualche secondo in più per scrutare quegli occhi profondi in cerca della sua anima. Non la trovo. Il freddo della pistola premuto sulla mia fronte fa sì che il cuore continui a battermi all'impazzata all'interno della cassa toracica. Che cosa ho combinato? Il senso di colpa mi dilania. Il mio sguardo si posa sulla sua mano ferma, la pelle sporca di sangue rappreso. «Sei sporca di sangue.» Non mi dò modo di pensare prima di proferire parola. «Non ho paura di sporcarmi ancora.» La sua freddezza mi fa rabbrividire, ma non lo dò a vedere. «Non ti supplicherò di non farlo.» La verità delle mie parole le fa aumentare la stretta sull'impugnatura. «Così però non è divertente...Non pensi di avermi tolto già abbastanza? Vuoi togliermi anche questa ultima soddisfazione?» Le sue iridi cariche di odio si velano di una patina di sofferenza, ma è un attimo fugace, fin troppo veloce per poter essere contemplato. «Non era mia intenzione privarti di nulla, Kalea.» Non mi muovo, potrei sfuggire al suo mirino, ma decido di non farlo. «Stronzate.» Il suo busto si piega nella mia direzione. «Ho sempre cercato di non diventare come loro, come te. Ho veramente tentato di stare alla larga da questo mondo, ma è come se me lo fossi ritrovata cucito addosso dalla nascita. Come si dice d'altronde? Se la scarpa calza, perché non indossarla?» La sua ira è come un abbraccio familiare, una sensazione che già conosco, anche se questa volta è più soffocante e invadente. «Non tenterò di dissuaderti.» Nonostante la situazione e le sue condizioni, non sono in grado di smettere di pensare che sia la ragazza più bella che io abbia mai visto. «Vuoi morire, vero?» Alla sua domanda carica di arroganza non posso fare a meno di sorridere. «Chi stai cercando di convincere Kalea? Me o te?» Il suo volto si avvicina pericolosamente al mio, talmente vicina che riesco a percepire il suo respiro caldo sul collo. «Non mi provocare.» La sua voce è la promessa a questa minaccia, ma io posso solo ringraziare la penombra della stanza, fa si che lei non sia in grado di vedere in quali condizioni riduce il mio corpo. I venti centimetri di differenza d'altezza fra di noi fanno si che da questa vicinanza il suo sguardo sia ancora più intenso. Dio quanto è fottutamente bella quando è incazzata con me. «Non ti serve una pistola per mettermi in ginocchio, ti basta continuare a guardarmi così.» Una luce carica di un'emozione che non riconosco le attraversa gli occhi. «Fallo.» Il suo tono è serio, la pistola non accenna a spostarsi dalla mia fronte. «Cosa? Inginocchiarmi?» L'acceno di una risata rischia di sfuggirmi dalle labbra. «Sì.» La sua risposta è secca, e non ammette repliche. Cerco nei suoi occhi un'emozione divertita, qualcosa che mi faccia capire che stia scherzando, ma non penso di averla mai vista più seria di così. La pressione sanguigna mi schizza alle stelle, il cuore che inizia a battere con più impeto di prima nel petto. Vuole seriamente uccidermi mentre sono in ginocchio? Come biasimarla, me lo meriterei.

Kalea's P.O.V.

Le nostre iridi restano fisse le une nelle altre per interminabili secondi. Il peso della pistola grava sul mio polso, ma sono troppo arrabbiata per curarmene. Mi sono sacrificata per loro, e cosa fa lui? Mi dà la caccia! Lui è solo il primo della lista, poi ci sarà Savannah, lei c'era quando mi sono consegnata a mio zio per salvare tutti, e ha comunque deciso di stare zitta, me la pagherà. Un brivido freddo mi corre lungo la spina dorsale quando i suoi occhi percorrono il mio corpo in un lento supplizio. La sofferenza impressa nelle sue iridi alimenta il mio ego e peggiora la mia ingordigia. Sono costretta a trattenere un sorriso, i nostri volti prima si allineano, e poi finisco per osservarlo dall'alto. Aiden Mcrory. Il Re di New York. L'uomo che mi ha dato la caccia. In ginocchio. Ai miei piedi. Le mie labbra si incurvano mosse dalla superbia. «Sei affamata.» Le sue parole fanno indurire il mio sguardo. «Di vendetta? Sì.» Scruto il modo in cui il suo pomo d'adamo si muove nel momento in cui deglutisce. «Mi chiedo come mai tu non abbia ancora premuto il grilletto di quella pistola.» La sua arroganza dà benzina all'incendio della mia ira. Me lo chiedo anche io. Sfrutto la posizione in cui ci troviamo per sollevare la gamba sinistra e poggiare lo scarpone sulla sua spalla. Piego il busto nella sua direzione, appoggio l'indice sotto il suo capo e gli sollevo il mento così che le nostre iridi si scontrino e le nostre labbra quasi si sfiorino. «Uccidere una persona è come il sesso; la parte divertente non è la conquista, è la caccia.» Con la pistola inizio ad accarezzargli lo zigomo, scendendo lentamente fino alle labbra. «Così sarebbe troppo semplice, avrei potuto sparare in qualsiasi momento, e tu saresti morto comunque, in ogni occasione. » Ma spararti ora non mi darebbe alcuna soddisfazione, non avresti sofferto abbastanza, e io voglio farti arrivare al punto in cui sarai tu a dirmi di desiderare di morire. Sono tentata di sparare, di premere il grilleto. Lì di fronte a me. Immobile. Il soggetto perfetto nel gioco del tiro a segno. Premo la scarpa sulla sua spalla, lasciandogli perdere l'equilibrio all'indietro nel mentre che mi allontano da lui. Senza pronunciare ulteriore parola esco dalla sua stanza.

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