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85. Guerra

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Kalea's P.O.V.

Avverto i suoi occhi sulla mia pelle, la guancia destra che quasi mi formicola per l'intensità con cui fissa il mio profilo. La mia mano sinistra si stringe di riflesso sul volante mentre con la destra cambio marcia dopo aver accelerato e aver premuto la frizione. «Chiedimelo.» Non faccio grandi giri di parole, arrivo dritta al punto. «Chiederti cosa?» La sua domanda è una provocazione. Non cedo. Resto in silenzio. L'aria si carica di parole inespresse. Lui è il primo a cedere. «Come fai a sapere dove ero diretto?» L'angolo della bocca mi si solleva in un accenno di sorriso involontario. Continuo a restare in silenzio. Con la coda dell'occhio vedo il modo in cui il suo volto si scurisce. «Allora?» La sua insistenza amplia il mio sorriso. «Ti ho detto di chiedermelo perché ho visto la tua impazienza, non ho mai affermato che ti avrei dato una risposta.» Parcheggio la macchina al ciglio della strada, le onde del mare che si infrangono sulla spiaggia non molto lontane da noi. Le sua dita mi sfiorano le nocche con delicatezza, ma il mio ventre si torce come se una bomba nucleare fosse appena esplosa dentro di me. Ritraggo la mano di scatto, fissandolo truce da sotto le ciglia. Le sue mani si allontanano. «Mi sembra giusto.» Le sue parole sono un sussurro impercettibile, devo leggere il suo labiale per comprendere cosa ha detto. «Lo è.» Mi pare di scorgere del fastidio quando le mie parole fredde lo raggiungono, ma è un attimo fugace, troppo breve per comprendere realmente quale emozione stesse esprimendo. «Vuoi delle risposte, ma tu sei la prima a fare scena muta.» Il mio capo si inclina di lato. «Io non devo niente a nessuno. Una spiegazione da parte tua sarebbe quantomeno il minimo nei miei confronti, forse è veramente solo una briciola a confronto di quello che dovrei ricevere.» Il suo volto si tende con asprezza. «Me lo ricorderai ancora per molto?» La sua domanda mi lascia perplessa, la rabbia che si annida in fretta nella mia mente. «Fino a quando ci sarà sangue caldo a scorrermi nelle vene.» Il suo sbuffo è come una risata uscita male. «Allora dovrò sperare di finire metri sotto terra al più presto.» Un sorriso malevolo si allarga sul mio volto. «Ho parlato del mio di sangue, non del tuo. Se morissi prima di me, mi assicurerei di ricordarlo alla tua tomba ogni singolo giorno fino alla fine dei miei giorni.» Non ricevo una risposta da parte sua, solo la portiera che sbatte e la sua schiena che si allontana in direzione della spiaggia. Rimuovo le chiavi dal quadro e esco a mia volta dalla macchina. «Molto maturo da parte tua scappare da questa conversazione.» La mia voce è qualche tono più alta del normale, al limite fra il parlare e l'urlare. La sua figura si volta di scatto, e in poche falcate mi ha già raggiunta. «Spiegami che senso ha affrontare una conversazione di questo genere con qualcuno che è un muro.» Gli punto un dito contro. «Io sarei un muro?!» Aiden muove un altro passo verso di me, il polpastrello che ora sfiora la sua maglietta. «Sì. Proprio tu.» Una risata ironica lascia le mie labbra. «Hai veramente il coraggio di biasimarmi per questo?» Il mio affronto è diretto, e lui sembra esserne colpito in pieno. Il ragazzo muove due passi all'indietro. «No, non ce l'ho, ed è per questo che sto scappando. Fra le tue parole e i miei sensi di colpa, non so più come parlarti, come guardarti, come comportarmi in tua presenza.» La sua risposta mi lascia di stucco, le labbra che mi si schiudono per lo stupore. Boccheggio qualche secondo in cerca di qualcosa da dire, ma niente di logico riesce ad attraversare la mia mente e giungere alla mia bocca. «Quello che pensavo.» Aiden scuote la testa prima di voltarmi le spalle e tornare a camminare in direzione delle onde del mare. «Smettila!» La mia voce è quasi una supplica. Aiden si volta con la confusione incisa in volto. «Di fare cosa?» Cammino verso di lui con determinazione. «Di fare la vittima!» Una risata sarcastica gli rimbomba nel petto. «Non sto facendo la vittima, Kalea.» Lo spingo con tutta la forza che ho in corpo. «Non mi mentire.» Quando mi muovo per spingerlo di nuovo, le sue mani mi afferrano con gentilezza per i polsi. La sua presa è salda, tant'è che anche agitandomi non riesco a liberarmi. «So che sei arrabbiata con me. Hai tutti i diritti del mondo di esserlo, e ti capisco, giuro che ti capisco, ma non sono una vittima, né tanto meno mi importa fingermi tale. Sono sincero quando dico che non so come comportarmi con te, perché ogni volta che guardo i tuoi occhi freddi e spenti, non posso fare a meno di pensare che sia colpa mia, di quello che ho fatto, per non averti creduto, per aver lasciato che Amelie l'avesse vinta. Ogni volta che i miei occhi si posano sul tuo corpo non posso fare a meno di notare quanto peso hai perso, a quello che devi aver subito per esserti ritrovata in queste condizioni.» Il suo sguardo corre alla parte interna del mio braccio. «Ogni volta che vedo i segni sulla tua pelle, le lettere marchiate a fuoco, le cicatrici ancora fresche, io...mi sento un mostro.» Sulle ultime parole la sua voce si abbassa, il dolore che prende il sopravvento nel suo tono e nelle sue espressioni. Qualcosa dentro di me si incrina alla vista della sua sofferenza. Le sue dita lasciano andare i miei polsi, non prima di averli accarezzati con il pollice. «Per questo ho spaccato la faccia a Ross. Ha osato commentare quanto fossi più bella ora che eri dimagrita. Io in questo tuo nuovo corpo ci vedo solo un mare di dolore e distruzione, verso gli altri e verso te stessa. Tu sei sempre stata bellissima, e se lui lo vede solo ora che hai dei chili in meno, allora non merita di guardarti. Deve ringraziare che Eris mi abbia fermato, altrimenti avrei preso una forchetta dal cassetto e gli avrei rimosso i bulbi oculari, entrambi.» La mia fronte si corruga, e al contempo percepisco il cuore stringersi nel mio petto. «Non serve che tu faccia certe cose solo perché ti senti in colpa nei miei confronti.» Il mio giudizio è duro, forse troppo, ma non posso permettermi di cedere, non posso lasciare che due paroline dolci dette al momento giusto mi facciano ammorbidire. Ricordati che sei stata torturata a causa sua. Il suo sguardo si muove ferito sul mio volto. Eppure da una parte non è colpa sua. Non mi ha picchiata lui. Non mi ha fatto digiunare lui. Non mi ha marchiato lui la pelle. La mia mente è combattuta, ma il mio cuore non prende ordini da nessuno, si muove per conto suo. Afferro la sua mano destra con delicatezza, portandola verso di me per osservarla meglio. Mi godo gli attimi di silenzio che seguono, sono certa che Aiden mi stia osservando incuriosito, ma ha l'accortezza di non fiatare. Prendo il fazzoletto che avevo in tasca, recuperato dalla cucina in caso di bisogno, e inizio a pulire delicatamente il sangue sulle sue nocche. «Sapevo dove saresti andato...perché è una settimana che seguo ogni tuo singolo spostamento.» Non ho il coraggio di guardarlo mentre parlo, quindi continuo a pulire le dita dove il sangue è colato, cercando allo stesso tempo di non cedere. Un dito si poggia sotto il mio mento, portando la mia attenzione nuovamente al suo viso. Per una frazione di secondo mi dimentico come si respira. L'intensità con cui mi osserva mi fa scorrere un brivido caldo lungo la schiena. Non sono in grado di definire le emozioni dipinte sul suo volto, né tanto meno riesco a reggere l'intensità con cui le dimostra. Abbasso il capo per tornare a concentrarmi sulla sua mano, ma le sue dita mi afferrano il mento con più insistenza, riportando i miei occhi di nuovo nei suoi. «Non mi privare della bellezza del tuo viso.» Sono certa di star arrossendo, il calore sulle mie guance che inizia a propagarsi su tutto il viso. Il pollice con cui mi teneva il mento, si stacca quanto basta per arrivare ad accarezzarmi il labbro inferiore. «Lasciati guardare, Kalea.» Il mio nome sulla sua bocca è una melodia che non sapevo di voler ascoltare a ripetizione. «So che mi disprezzi per quello che è successo, e sarei disposto ad accettare anche la tua espressione disgustata, se dovesse essere l'unica che mi mostreresti, purché tu ti faccia ammirare.» Soffro. Soffro perché vorrei lasciarmi andare, ma so di non potermelo permettere. Impongo al mio cuore di tacere, alla mia mente di aiutarlo, e al mio volto di restare impassibile. Vorrei veramente essere in grado di mostrarti tutto il mio disprezzo Aiden, il problema è che in me non ce n'è. Vorrei dirglielo, confessargli questa mia debolezza, ma so che se ne approfitterebbe, esattamente come qualsiasi altra persona, quindi taccio. Il suo corpo si avvicina pericolosamente al mio quando si china verso di me per portare le sue labbra all'altezza del mio orecchio. «Sapevo già dei tuoi pedinamenti, volevo solo sentirtelo dire.» Le mie labbra si schiudono, ma mi affretto a chiuderle. Stronzo. «Per questo mi hai lasciata guidare?» Lo osservo attraverso le ciglia. Il suo viso si tende in un sorriso furbo. «No. Ti ho lasciata guidare perché trovo che tu sia sexy quando guidi.» I miei occhi si assottigliano. Volto la faccia nella sua direzione, arrivando a circa un centimetro dalle sue labbra. «Cosa vuoi?» La mia domanda è semplice e diretta. «Credi che io voglia qualcosa da te?» Il suo respiro mi accarezza le labbra, ma io non cedo alle sue provocazioni. «Mi stai adulando da quando siamo arrivati qui. Non l'hai mai fatto prima. Quindi, dimmi...» Avvicino ulteriormente il mio volto al suo. «...cosa vuoi?» Il mio tono si raffredda di colpo, portandolo così ad allontanarsi di scatto da me. «Dimmi chi ti ha marchiata.» La serietà impressa sul suo volto non mi spaventa, né tanto meno la minaccia velata nelle sue parole. «No.» La mia risposta è secca e non ammette repliche. «Dimmelo.» «Ti ho detto di no.» Le mie mani si serrano in due pugni per la frustrazione. «Ho bisogno di saperlo.» La sua insistenza mi infastidisce. «Perché?» Incrocio le braccia sotto al seno. «Me lo chiedi anche?» La sua determinazione mi fa arricciare il naso in una smorfia stizzita. «Certo che te lo chiedo.» Pendejo. Quando mi guarda in quel modo vorrei seriamente piantargli un coltello nella coscia. Il ragazzo torna ad avvicinarsi a me. Troppo vicino. Le sue dita mi sfiorano la guancia. Vuole forse un pugno? La mia pazienza inizia ad esaurirsi, portandomi vicina al limite per picchiarlo seriamente. «Ho bisogno di sapere chi è stato perché ho intenzione di cercarlo, trovarlo, e rompergli ogni singolo osso che ha nel corpo. Deve soffrire e morire agonizzante, ma non prima di avermi supplicato di smettere e averti chiesto perdono implorando. Ti assicuro però, se dovesse dire "Kalea, ti imploro di perdonarmi" come prima cosa, comunque non mi fermerei dal distruggerlo e farlo soffrire il quadruplo di quanto lui abbia fatto soffrire te.» Una mezza risata sfugge al mio controllo. «E se non dovesse essere un "lui", ma una "lei?"» Ha parlato al maschile tutto questo tempo, da per scontato che sia stato un uomo? In caso non avrebbe torto. Il suo volto assume un'espressione strana, una che non gli avevo mai visto prima, e posso giurare di vedere della follia nel suo sguardo. «Non cambierebbe assolutamente un cazzo. Nessuno si sarebbe mai dovuto permettere di farti una cosa simile.» Un fuoco divampa nel mio ventre, riaccendendo qualcosa che ero convinta di aver estinto per sempre. Perché questo lato di lui...mi piace? Stringo i denti quando anche il mio corpo si ribella alla mia mente. «Non te lo dirò. Si scatenerebbe una guerra e non voglio.» Il suo volto si indurisce. «Perché no?» Stringo i denti, ma è tardi, non sono più in grado di controllarmi. Arrivo ad un passo dal suo naso, il mio viso è il ritratto dell'ira. «Perché questa è la mia guerra, e sarò io a combatterla.»

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