78 - Tienila tu questa promessa

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Quando torno a galla non è all'improvviso, con il sussulto e il respiro corto. 

È più lento, più viscoso, come se stessi risalendo da un fondale troppo profondo, con le orecchie tappate e i polmoni che non capiscono ancora se devono ringraziarmi o odiarmi.

Prima arriva l'odore.

Non è il solito odore di casa Styles.
Qui l'aria sa di erbe calde, di qualcosa che è stato pestato e fatto bollire a lungo; c'è la dolcezza del miele, l'amaro secco della camomilla o della salvia, e sotto, molto sotto, il profumo familiare del detersivo di Ellen sulle lenzuola, un odore di pulito che ho sentito mille volte in cucina, nei piatti, nei bicchieri.

Poi arrivano i suoni.

Un ticchettio lontano, forse un orologio, da qualche parte contro il muro.
Un respiro regolare, umano, vicino. Una sedia che scricchiola piano, come se qualcuno si fosse mosso appena.

Il corpo è l'ultima cosa.

Prima sento il peso delle coperte sulle gambe, poi la consapevolezza del mio stesso torace che si solleva e si abbassa a fatica, come se ogni respiro dovesse aprirsi la strada in un corridoio troppo stretto.
Il dolore non è più quell'esplosione bianca che mi aveva travolta, quella è rimasta indietro, nel buio, ma una bruciatura sottopelle, un fastidio costante, vibrante, come aghi sottilissimi conficcati nei muscoli e nei nervi.

Provo a muovere le dita.

Ubbidiscono, lente, rigide.
La stoffa del lenzuolo è morbida contro i polpastrelli. È un dettaglio minuscolo, ma mi ancora.

«...Alex?»

La voce mi arriva impastata, come se arrivasse dal fondo di un corridoio, ma è una voce che riconosco immediatamente.

Niall.

Mi sforzo di aprire gli occhi. Ci mettono un po' a mettere a fuoco: prima vedo solo macchie chiare e scure, poi il profilo di un soffitto che non è quello della mia stanza, poi la luce morbida di una lampada sul comodino.

E infine lui.

È su una sedia accanto al letto, storto in una posizione che dev'essere un incubo per la schiena, i capelli biondi arruffati in tutte le direzioni, una felpa grigia con le maniche rimboccate fino ai gomiti. Ha un braccio appoggiato alla mia coperta e l'altro che si strofina gli occhi, come se fosse stato costretto a restare sveglio più del dovuto.

Quando si rende conto che lo sto guardando, si raddrizza di colpo.

«Oh, grazie a Dio,» mormora, e gli si spezza la voce a metà.

Cerco di parlare, ma le corde vocali protestano.
La prima parola è solo aria. La seconda esce più o meno intellegibile.

«Da... quanto...?»

Lui capisce lo stesso.

«Due giorni... più o meno,» dice piano, cercando di non spaventarmi. «Ti sei... diciamo che ci hai fatti preoccupare.»

Due giorni.
È un'affermazione troppo grande per la mia mente ancora impastata, rimbalza contro le pareti del cranio e non trova subito un posto dove sedersi.

Mi umidisco le labbra. Mi sento la bocca asciutta, impastata di amaro.

Niall sembra capirlo prima ancora che io possa chiederlo.
Afferra un bicchiere sul comodino, è di vetro, freddo, con delle minuscole goccioline di condensa, e me lo avvicina.

«Piano,» sussurra. «Non mandarla giù tutta insieme.»

La sua mano scivola sotto la mia nuca, sollevandomi la testa con una delicatezza che mi fa quasi venire da piangere. È caldo.

The dark in the light | |H.S.| |La tua prossima ossessione. Scoprilo ora