La sua mano è premuta contro lo sterno come se stesse cercando di tenerlo chiuso, come se qualcosa dall'interno volesse esplodere fuori a tutti i costi, spaccargli le costole, uscire e distruggerlo completamente.
Il petto si solleva a scatti irregolari, respiri spezzati che somigliano più a singhiozzi trattenuti che a ossigeno che entra davvero nei polmoni.
I suoi capelli, quei ricci che ho sentito sotto le dita appena ieri, mentre mi addormentavo su di lui, gli cadono sulla fronte, appiccicati da un sudore freddo che gli lucida le tempie.
I vampiri possono sudare? È normale?
E i suoi occhi.
Dio.
I suoi occhi non dovrebbero essere così.
Sono rossi, ma non come quando si arrabbia.
Non è quel rosso vivo, feroce, quasi pericoloso che ho visto quando ha attaccato Ashton.
È un rosso diverso, più scuro, come se qualcosa lo stesse consumando dall'interno.
Questa non è rabbia.
Questa è sofferenza. Pura, nuda, animale.
Resto ferma per qualche secondo sulla soglia del soggiorno, le dita che stringono il legno della porta, la schiena rigida, incapace di muovermi.
Ho paura che se avanzo, se faccio anche un solo passo verso di lui, tutta la fragile convinzione che mi sono costruita in macchina, quella voce ostinata che continua a ripetere non ti farà del male, possa disfarsi nel giro di un respiro.
Ma poi lui solleva lo sguardo.
Solo per un istante.
Solo un lampo.
E quel lampo mi basta.
Perché in quegli occhi, oltre al rosso, oltre al dolore, oltre alla sua natura impossibile, riconosco qualcosa che nessun vampiro, mostro, creatura o leggenda potrebbe mai fingere: il panico di perdermi.
La colpa.
Il rimpianto.
Riconosco Harry.
Il ragazzo che mi ha tirata fuori dall'inferno senza chiedermi nulla in cambio.
Quello che mi ha fatto ridere quando non ricordavo più come si faceva.
Quello che mi ha sfiorata come se avesse paura di farmi male, pur avendo tutta la forza del mondo nelle braccia.
Quello che mi ha cantato una canzone piano, all'orecchio, finché il buio non ha smesso di spaventarmi.
Faccio un passo.
Poi un altro.
Il pavimento scricchiola sotto le mie scarpe, lentamente, come se chiunque, anche la casa, stesse contando i miei passi.
Mi avvicino finché non sono abbastanza vicina da sentirlo respirare.
Allora mi inginocchio accanto a lui, il ginocchio che graffia appena il parquet, ma non me ne importa.
Appoggio una mano sul pavimento, accanto al suo corpo, come se avessi bisogno di sentire attraverso il legno che è davvero lì, che non è un miraggio creato dalla mia testa troppo stanca.
La sua respirazione si spezza, cambia ritmo, come se la mia vicinanza avesse alterato qualcosa nell'aria.
Non lo tocco subito.
Non lo prendo tra le braccia, non lo stringo, non mi butto addosso a lui come farei con chiunque altro che amo e che vedo star male.
Le mie conoscenze sui vampiri sono molto poche, ma so che potrebbe essere una cattiva idea.
Non perché lui mi farebbe del male... ma perché il dolore che sta provando è qualcosa che non capisco, qualcosa che appartiene a un mondo che non è il mio.
«Harry...»
Il suo nome mi esce piano, un sussurro che ha paura di spezzarlo ancora di più.
Le sue labbra si muovono, incerte.
«Non...»
Tossisce.
Chiude gli occhi come se anche quella minuscola azione gli costasse troppo.
Il petto gli si contrae di colpo, e un gemito gli sfugge dalle labbra, soffocato.
«Non dovevi... venire... così.»
La frase mi taglia.
Così come?
Spaventata?
A pezzi?
Ancora piena delle parole che gli ho urlato addosso?
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The dark in the light | |H.S.| |
FanfictionMentre lei spegne le candeline e cresce, io resto immobile nel tempo: stesso corpo, stesso volto, stessa voce. Solo l'anima, silenziosa, invecchia. - Harry Styles 1* in #5sos - 06/12/2025 3* in #onedirection - 23/07/2026
