41 - Sei un mostro

630 32 4
                                        

Harry's pov

La porta si chiude dietro di lei con un tonfo che sembra spezzarmi qualcosa dentro, un colpo secco, definitivo, come il rumore di una corda che si strappa.
Il silenzio che rimane è innaturale, immobile, denso come fumo nero.
Il suo ultimo urlo continua a rimbalzare nelle pareti della stanza, nelle pareti del mio cranio, negli spazi vuoti che il mio cuore non riesce a riempire.
Lo sento ovunque, come se le sue parole avessero scavato una ferita dentro di me che non smetterà mai di sanguinare, anche se io non posso sanguinare.

"Sei un mostro."

Non penso.
Non posso permettermi di pensare.
Ogni pensiero è lei, ed è troppo.

Esco da quel sudicio posto come se stessi fuggendo dalle fiamme, sbattendo la porta talmente forte da far vibrare i vetri, e senza accorgermene prendo la strada verso il mare, la sola direzione che il mio corpo conosce quando non ho più coscienza di me.
Cammino, poi accelero, poi corro, e alla fine non sto più correndo: sto scivolando nell'aria, tagliando il vento con una velocità che non sento nemmeno, perché l'unica cosa che sento davvero è il vuoto che lei ha lasciato nel mio petto.

I piedi battono sull'asfalto come martelli, ma non è abbastanza.
Il vento mi colpisce il viso come lame sottili, ma non è abbastanza.
La mia respirazione si fa irregolare, inutile, ma non è abbastanza.

Rallento quando raggiungo il centro abitato. Per fortuna la mia ragione prevale. Non posso correre a quella velocità e farmi vedere così, in mezzo agli umani. 
Tiro su il cappuccio per coprire il più possibile la faccia, gli occhi rossi, i denti esposti. Per fortuna è buio, ormai. 

Passo davanti alle case ancora illuminate, alle finestre aperte da cui filtrano voci, risate, vite normali.
Un ragazzo sta fumando sul balcone, si sporge per guardare la strada. Per un attimo i nostri occhi si incrociano, e il suo battito mi investe come un colpo di pistola.
Tum. Tum. Tum.
Potrei arrampicarmi sul muro in meno di un secondo. Potrei raggiungerlo, afferrarlo, sentire quel suono rallentare sotto le mie mani.

Devo voltare lo sguardo.
Stringo la mascella.

Attraverso la strada senza guardare, un'auto frena di colpo, sento i freni stridere, il conducente che urla qualcosa che non afferro. Il suo odore di paura, però, quello sì che lo sento. È acido, pungente, quasi dolce.

Tiro dritto.
Devo arrivare al mare. Devo arrivare da qualche parte dove non posso fare male a nessuno.

Niente è abbastanza da distrarmi da quello che è successo. 

Mi importa solo una cosa:
non pensare alla paura nei suoi occhi quando ha arretrato.
Non pensare al modo in cui il suo corpo si è piegato su se stesso quando ha capito cosa sono.
Non pensare alla sua voce spezzata mentre mi diceva non sei tu.

Arrivo alla scogliera e tutto è buio.
Il cielo sopra la mia testa sembra una ferita nera aperta sul mondo, e il mare sotto è una bocca enorme che urla contro gli scogli, un urlo spezzato come il mio.
Per un istante penso seriamente di lasciarmi cadere: non morirei, lo so bene, ma forse per una frazione di secondo smetterei di sentire questo dolore che mi abita come una bestia.

Mi trascino fino al bordo, il vento mi schiaccia la maglietta sul petto, e ogni folata sembra un colpo di frusta.
Chiudo gli occhi.
Provo a respirare.
Il mio petto si solleva, ma non è un respiro: è una ferita.

«Io non volevo...» mormoro, ma la mia voce si spezza subito, come se le parole si frantumassero prima ancora di uscire.

Appoggio le ginocchia a terra, le mani affondano nella sabbia e nella terra umida, e sento il freddo salire attraverso la pelle come una corrente elettrica.
E poi succede.

The dark in the light | |H.S.| |La tua prossima ossessione. Scoprilo ora