06 - Conti in sospeso

1.3K 41 1
                                        

Stringo la giacca al petto, come se quel tessuto potesse proteggermi non solo dal vento gelido che mi taglia la pelle, ma anche da quello che mi aspetta. Il colletto mi sfiora il mento, e non so se sto tremando per il freddo o per l'ansia che mi attanaglia.

Annie cammina al mio fianco, le mani infilate nelle tasche della felpa e quel sorrisino complice stampato in faccia. Lo conosco: è il sorriso che sfoggia quando ha un segreto da tirare fuori o un commento da fare.

So già cosa passerebbe tra i suoi pensieri se glielo permettessi: una raffica di domande su Harry.
Già... Harry.
Il suo nome mi si incastra in testa, come se non volesse andarsene. Non riesco a capire perché abbia fatto quello che ha fatto. Mi ha vista nel momento peggiore, in quello stupido spogliatoio: occhi gonfi di lacrime, la maglietta in mano, la pelle segnata. Poi, come se nulla fosse, si è seduto accanto a me in classe, ha pronunciato il suo nome, e ha sorriso.

Ma... che cosa ha provato guardandomi?
Si è spaventato? È rimasto scioccato? O, peggio, disgustato?
Non so perché, ma l'idea che possa avermi guardata con pietà mi brucia dentro più di tutto.

«Annie...» la chiamo, interrompendo il filo dei miei pensieri.
Lei mi guarda, e il suo sorriso scompare all'istante quando legge la mia espressione.

«Che succede, Alex?» rallenta il passo e mi poggia una mano sulla spalla, fermandomi. La sua voce ora è bassa, quasi preoccupata.

Abbasso lo sguardo. «Mio... mio padre.»
La parola "padre" mi esce come un sussurro strozzato. Sento il nodo in gola stringersi.

«Che ha?» mi prende la mano, un gesto che mi invita a parlare, a non chiudermi.

«Mi ha scritto un messaggio mentre ero in palestra...» la mia voce trema. «Ha detto che dobbiamo fare i conti quando arrivo a casa.»
Un singhiozzo mi spezza a metà la frase.

Siamo ferme in mezzo al marciapiede. La gente ci passa accanto, ma io non li vedo nemmeno. Non sento i passi, né il rumore delle auto. Solo il ronzio nella mia testa e il battito del cuore nelle orecchie.

Annie mi tira dolcemente verso il prato che costeggia il passaggio pedonale e mi stringe in un abbraccio. Sento il calore del suo corpo contrastare il gelo che mi si è infilato nelle ossa.

«Alex, non devi continuare a sopportare...» dice, e le sue dita fredde mi sollevano il mento, costringendomi a guardarla negli occhi.

«Io... io non so che fare...» la mia voce è un sussurro spezzato, e mi copro il viso con entrambe le mani. Il respiro si fa corto, e il vento mi graffia le guance già bagnate.

«Puoi venire da me, lo sai.»

Scuoto la testa, e quando parlo, il tono mi esce più duro di quanto avrei voluto. «No. Te l'ho già ripetuto centinaia di volte, Annie.»
Abbasso lo sguardo e riprendo a camminare. «Devo affrontare la mia vita... anche se fa schifo.»

Il vento mi segue, asciugando le lacrime rimaste, ma non può asciugare quella sensazione di peso che mi trascino dietro passo dopo passo.

**

La porta cigola lentamente mentre la apro, quel suono stridulo che da piccola mi faceva rabbrividire e che adesso, incredibilmente, mi terrorizza ancora di più. Ogni volta è come se entrassi in un territorio minato, dove basta un passo falso per scatenare un'esplosione.

«Finalmente!» la voce di mio padre rimbomba nella stanza, tagliente e stonata. Si alza d'impulso dal divano, ondeggiando come se stesse cercando di mantenere l'equilibrio su una barca in tempesta. Un brivido gelido mi attraversa la schiena, partendo dalla nuca e arrivando fino alla punta delle dita. Il suo odore di alcol è pungente, un misto di whisky e sudore che mi fa stringere la bocca e allontanare il viso.

Alza un braccio, il movimento rapido e minaccioso, come se volesse colpirmi. Istintivamente balzo indietro, il cuore che batte all'impazzata. Il pavimento sotto di me scricchiola e un rumore di vetro che si frantuma rompe l'aria — la bottiglia di whisky che cade, si rompe in mille pezzi.

Urlo, il suono più vero e disperato che riesco a emettere. Anche lui alza la voce, arrabbiato come non mai: «Hai rotto la mia bottiglia!»

I suoi occhi si scuriscono all'improvviso, l'espressione che si fa oscura come una tempesta pronta a scatenarsi.

«S-scusami, io non volevo,» balbetto, la voce rotta e tremante, mentre lo sguardo cade sul liquido ambrato che si sparge sul pavimento, macchiandolo come una ferita aperta.

Sento le sue mani afferrarmi con violenza il polso, la presa che si fa una morsa di ferro. Ogni muscolo del mio corpo si irrigidisce mentre mi trascina con forza verso la camera da letto.

«Mi fai male,» riesco a sussurrare, ma la mia voce si spezza sotto il peso del dolore quando la stretta diventa insopportabile.

Mi spinge sul letto, il corpo pesante che mi schiaccia contro le lenzuola ruvide. Prima che riesca a reagire, sento il freddo metallico della catena che mi avvolge i polsi, stringendo le mie mani in un laccio troppo stretto, troppo doloroso.

Il respiro si fa corto, il cuore una martellata confusa nelle orecchie.

«Ti prego... non di nuovo,» imploro dentro di me, mentre le lacrime mi rigano il viso senza che io possa fermarle.

Il mondo intorno a me si fa buio, le paure antiche che tornano a mordermi, e io sono lì, immobilizzata, prigioniera non solo di quelle catene, ma di un dolore che sembra non voler finire mai.


Harry's pov

Il cemento sotto il mio pugno si frantuma in mille schegge, ma il dolore alla mano non lo sento più. La testa mi martella come se qualcuno suonasse un tamburo dentro il cranio, e quella fame... quella dannata fame che non passa mai.

Non ce la faccio più. L'ha fatto di nuovo. Quel bastardo ha alzato le mani su Alice, mia sorella, ancora una volta. Non le ha fatto male, almeno non nel modo in cui ci si aspetterebbe. Lei non sanguina, non si ferisce come una normale ragazza. È diversa, come me. Ma il gesto... quello non si può cancellare. È l'umiliazione, la minaccia, la violenza invisibile che mi fa esplodere dentro.

«Merda!» urlo, sferrando un altro pugno al muro, incapace di contenere la rabbia che mi divora.

«Dannazione, Harry.» La voce di Ellen mi raggiunge alle spalle, calma ma carica di preoccupazione. Vorrei solo ignorarla.

«Lasciami stare,» rispondo, senza voltarmi, la voce più roca del solito.

La sua mano si posa sulla mia spalla, e sento il suo tocco che mi disturba. «Devi calmarti, non puoi continuare così.» dice, la sua voce morbida, quasi materna. La mano scivola lungo la mia mascella tesa, un tocco che contrasta con la furia dentro di me. «E devi nutrirti.»

«Calmarmi? Quando so che là dentro qualcuno ha osato minacciare mia sorella? Che quel coglione ha alzato le mani su di lei, non sapendo cosa potrebbe succedere se facesse sul serio e si difendesse? Non so perchè, ancora cazzo, non sia andato a trovarlo a casa e ...» Stringo i pugni. 

«So che è difficile, ma devi resistere. Sei più forte di questo, Harry.» La sua voce è un'eco lontana, ma la sua mano si sposta delicata sul mio mento, cercando di farmi guardarla.

Sospiro, allontanandomi dalla rabbia e da quelle mura che sanno troppo. Esco di casa, lasciandomi alle spalle la sua mano e il peso di tutto quello che non posso cambiare. Le passeggiate di solito mi aiutano a ritrovare un minimo di equilibrio, ma questa volta no. Questa volta non c'è pace.

Alice è mia sorella, e nessuno deve toccarla. Nessuno, cazzo.

E la cosa che mi distrugge più di tutto è sapere che non posso fare niente. A questo pensiero la fame si fa più forte, una morsa invisibile al petto. 

Devo stare zitto, non dare nell'occhio.
E, invece, sono in giro per New York mentre le mie iridi sono illuminate dal rosso. 

Io non voglio essere così. Non l'ho mai voluto. 


The dark in the light | |H.S.| |La tua prossima ossessione. Scoprilo ora