Harry's POV
La porta dello studio si chiude con un clac asciutto. Io e Stephan rimaniamo soli. La lampada da scrivania disegna un cono d'oro sulle carte, il resto è ombra: scaffali, dorso di volumi consumati, il vecchio tappeto persiano smangiato ai bordi.
Lui si irrigidisce dietro la scrivania, le dita appoggiate al legno come artigli. Non parla subito; deglutisce, il pomo d'Adamo che scivola su e giù, poi alza il mento.
«Harry.» Il mio nome suona teso, come una corda tirata troppo. «Mi spieghi che diavolo... cosa ci fa una umana in casa nostra?» La voce gli si incrina e tenta di recuperare il controllo, ma gli occhi lo tradiscono: il colore scivola verso una sfumatura più scura, una brace che si accende.
Mi esce un mezzo sorriso storto. Sento i pugni chiudersi e riaprirsi ai fianchi. «Davvero partiamo da qui? Non eri tu quello del sermone sull'"essere normali"? La ragazza è al sicuro qui. Che problema hai, esattamente?»
Stephan scosta la sedia con un cigolio, fa due passi in avanti. Le nocche gli diventano bianche per quanto stringe il bordo della scrivania. «Non fare lo spiritoso.» Prende fiato. «Ti rendi conto dei rischi? Delle regole che stiamo calpestando?»
«Regole che cambiano ogni volta che ti fa comodo,» ribatto, più freddo di quanto mi senta. «Vuoi la facciata normale quando ti conviene, poi smetti di guardare quando le cose si sporcano.»
I suoi occhi si inspessiscono di rosso, una vena che pulsa all'angolo. «Noi possiamo vivere come gli altri,» scandisce piano, sillaba per sillaba, come se mi stesse insegnando l'alfabeto. «Se vogliamo.»
Rido senza allegria. «Sì, certo. Colazione alle otto, compiti nel pomeriggio e occhi che diventano rossi quando qualcuno tocca chi non deve.» Passo una mano tra i ricci, li tiro indietro. Sento i canini premere, minimi, un accenno. «Smettila di raccontarti favole, papà. Non siamo normali. Non lo siamo mai stati.»
«Edward, basta.»
Il nome mi taglia. Mi immobilizzo un attimo. Non lo usa quasi mai. Quando lo fa, tira giù insieme anche fantasmi che preferirei tenere serrati in un cassetto. L'aria nello studio si fa più densa.
Lui inspira, abbassa lo sguardo su un foglio come se gli servisse un appiglio, poi lo lascia andare. «Che cosa volevi dirmi?» Ora è formale, misurato. Potrebbe essere un colloquio, non una conversazione tra padre e figlio.
Mi sposto di lato, appoggio le dita al davanzale, il legno è freddo. «È di Alex che devo parlarti.» La sua attenzione scatta su di me, netta.
«Ascolto.»
«Suo padre si chiama Nathan.» Il nome cade nello spazio tra noi e romba come un tuono trattenuto.
Stephan irrigidisce le spalle. «Ripeti.»
«Nathan,» confermo, più secco. «Sì, quel Nathan.»
La pupilla gli trema. Fa mezzo passo, poi si ferma, come se il tappeto lo trattenesse. «Come lo sai?»
«L'ho visto.» Deglutisco il sapore metallico del ricordo. «E ho visto i polsi di Alex.»
Silenzio. Solo il fruscio lontano della casa: tubi, un frigorifero, qualcuno che ride soffocato in corridoio.
«Dimmi tutto.» La sua voce si abbassa, graffiata. «Dall'inizio.»
Le scapole mi tirano sotto la maglia. «È tornato a casa. Ha urlato il suo nome. Io ero con lei in cucina.» Spingo via l'immagine. «Quando l'ha vista, ha iniziato a provocare. Ha tentato di colpirmi. Ho perso il controllo.» Le parole mi escono a scatti. «L'ho... fermato. Poi qualcuno o qualcosa lo ha portato via. Sul muro c'era scritto "ci vediamo presto" con il suo sangue.»
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The dark in the light | |H.S.| |
FanfictionMentre lei spegne le candeline e cresce, io resto immobile nel tempo: stesso corpo, stesso volto, stessa voce. Solo l'anima, silenziosa, invecchia. - Harry Styles 1* in #5sos - 06/12/2025 3* in #onedirection - 23/07/2026
