Alex's pov
Quel ragazzo.
Quel ragazzo mi aveva visto in lacrime... e senza maglietta.
Ancora adesso, solo pensarci mi fa venire un brivido che mi sale lungo la schiena. Non riesco a scacciare dalla mente il momento in cui la porta si è aperta e i suoi occhi si sono piantati nei miei, come se avesse intravisto più di quanto avrei voluto mostrare a chiunque.
Ero scoppiata a piangere per colpa di un messaggio di mio padre.
Facciamo i conti quando arrivi a casa.
Quelle parole continuano a lampeggiarmi in testa, come un avvertimento luminoso in una strada buia. E io lo so cosa significa. Significa dolore. Significa paura. Significa che, qualunque cosa io abbia fatto, o non fatto, per lui non cambia nulla: troverà sempre un motivo per sfogarsi.
Cammino fino all'aula di Biologia con le gambe pesanti, cercando di respirare piano per non dare a vedere il tremore che mi scuote le mani. Quando arrivo, la classe è vuota.
Ho detto alla prof di ginnastica che non mi sentivo bene, un filo di verità mischiato a una grossa bugia, così ora sono qui, all'ultimo banco, al sicuro... o almeno è quello che provo a raccontarmi.
Mi stringo nella felpa, e poi, inevitabilmente, la sua immagine riaffiora.
Gli occhi. Quegli occhi mi hanno ipnotizzata nel momento stesso in cui hanno incrociato i miei. C'era confusione, forse anche un briciolo di preoccupazione. I capelli gli cadevano disordinati sulla fronte, e la sua altezza, lì davanti a me, sembrava quasi ingombrante. Ricordo il modo in cui lo sguardo gli si era abbassato sul mio corpo, e il lampo che vi ho letto dentro... sorpresa, dispiacere? Non lo so, ma mi è rimasto impresso.
La porta si apre.
Un ragazzo biondo entra, si sistema due banchi più in là e mi rivolge un sorriso gentile.
«Ciao.» la sua voce è leggera.
«Ciao.» rispondo, fredda, impaurita, quasi sulla difensiva.
«Come ti chiami?»
Il tono è calmo, ma per me ogni domanda è come un chiodo che bussa contro la mia armatura.
«Alex.»
Lui annuisce. «Io sono Niall, piacere.»
Si alza, viene verso di me con la mano tesa. Esito un attimo prima di stringergliela.
Ha un sorriso sincero, di quelli che non ti aspetti.
«Sono uno dei nuovi.» aggiunge, tenendo lo sguardo fisso su di me.
Annuisco appena, sistemandogli davanti lo zaino come una barriera.
«Sei del posto?»
Sento un'insofferenza salirmi su. «Sì.» taglio corto e distolgo gli occhi.
La porta si spalanca di nuovo e la prof di biologia entra, il registro stretto al petto. Niall torna al suo banco, e subito dopo gli altri ragazzi cominciano ad arrivare.
E poi lo vedo.
Lui.
Entra come se avesse tutto il tempo del mondo, passo lento, cartella nera penzolante da una mano. Saluta Niall con un cenno e... mi guarda.
La maglietta bianca si tende sui muscoli delle spalle, i tatuaggi si intravedono appena sotto il tessuto. I jeans neri aderiscono alle gambe, e gli stivaletti marrone scuro battono piano sul pavimento ad ogni passo. Un movimento della testa fa scivolare il ciuffo riccio da un lato, e solo allora realizzo che sta venendo verso di me.
Mi si blocca il respiro.
Si siede accanto, così vicino che avverto subito il calore della sua presenza. Il profumo del suo dopobarba mi avvolge senza chiedere permesso: fresco, con una punta speziata che mi entra nei polmoni e si rifiuta di uscire. È un odore che non conosco ma che, inspiegabilmente, mi resta addosso.
Con un gesto lento, troppo lento dannazione, si passa una mano tra i capelli ricci, lasciandoli ricadere in disordine perfetto. Il suo sguardo si perde per un attimo nel vuoto, come se stesse pensando a qualcosa di lontano, poi si abbassa sul banco.
La lezione comincia.
Io fisso il quaderno, la penna stretta tra le dita, ma le parole della prof mi arrivano ovattate, spezzate.
Ogni tanto sento il suo gomito sfiorare il mio, appena, come se fosse un caso... o forse no.
Abbasso lo sguardo sui miei appunti, ma la grafia mi si increspa: lettere storte, righe interrotte. Non riesco a tenere la mano ferma.
Mi sforzo di copiare una frase dalla lavagna, mordendomi l'interno della guancia per restare concentrata, ma poi, come un'ombra, percepisco di nuovo il suo sguardo. È rapido, quasi furtivo, ma sufficiente a farmi venire un brivido lungo la schiena.
Si piega leggermente verso Niall, sussurrandogli qualcosa. Niall solleva un angolo della bocca, annuisce appena e torna al suo quaderno. Io invece fisso la mia pagina bianca, con il cuore che batte troppo forte per colpa di un ragazzo che nemmeno conosco.
Ogni tanto mi chiedo se sia solo curiosità o se abbia riconosciuto qualcosa nei miei occhi.
Non voglio saperlo.
Non adesso.
Il tempo sembra allungarsi all'infinito finché, finalmente, la campanella suona.
Il rumore metallico della campanella mi fa sobbalzare e scatto in piedi, infilando le cose nello zaino con troppa fretta. Nel farlo, la mia mano urta la sua. È un contatto minimo, appena un tocco, ma io ritraggo le dita come se mi fossi bruciata.
Esco dall'aula senza voltarmi indietro, quasi inciampando contro un banco mentre passo.
Il corridoio mi sembra più stretto del solito, le voci degli altri mi rimbombano nelle orecchie.
Quando arrivo al mio armadietto, vedo Annie appoggiata alla lamiera grigia, che ride con una ragazza dai capelli rossi mossi. Parlano fitto, come se fossero amiche da sempre.
Io respiro a fondo, cercando di scacciare dalla testa il ricordo di quegli occhi e di quell'odore che, nonostante tutto, sembra ancora addosso a me.
La ragazza si presenta con un sorriso gentile. «Noemi», dice, e poi ci saluta con un cenno leggero prima di allontanarsi lungo il corridoio.
Resto a guardarla per un istante, poi Annie si sposta un po' e si appoggia con il fianco contro il metallo freddo degli armadietti.
«Com'è andata?» mi chiede, inclinando la testa di lato. I suoi occhi chiari mi scrutano, attenti, quasi a voler capire se nascondo qualcosa dietro la risposta.
«Male. Ho cinque minuti per prendere i libri e andare in aula di informatica», mormoro mentre apro lo sportello. L'odore di carta e stoffa stantia del mio zaino mi investe subito. Sto cercando il manuale quando noto che lo sguardo di Annie si sposta, passando oltre la mia spalla. Si illumina, e le sue labbra si piegano in un mezzo sorriso curioso.
Non faccio in tempo a voltarmi che sento un tocco leggero sulla spalla, caldo attraverso il tessuto della felpa. È un contatto breve ma deciso, come se volesse farsi notare senza chiedere permesso.
«Sono Harry, piacere», dice. La sua voce è bassa, vellutata, con un'intonazione che sembra studiata per restare nella mente di chi l'ascolta.
Lo guardo, e per un attimo dimentico come si respira. La pelle del suo viso è liscia, leggermente arrossata sulle guance, senza neanche un'imperfezione. I capelli ricci gli cadono disordinati sulla fronte, catturando la luce artificiale del corridoio.
«Alex», rispondo, e il mio sguardo scivola via subito dal suo. Quegli occhi... troppo verdi. Troppo diretti. Hanno qualcosa di magnetico che mi mette a disagio, come se sapessero già troppo.
Lui accenna un sorriso, e quando parla, ogni sillaba scivola morbida dalle sue labbra a cuore. «Ci vediamo in giro, Alex.»
Le sue parole restano sospese tra noi anche dopo che si allontana, lente, precise, quasi intarsiate nell'aria.
Lo guardo mentre si dirige verso un'aula poco più avanti. Ha le mani infilate nelle tasche dei jeans neri, le spalle rilassate, il passo sicuro. Sorride a un ragazzo che incrocia, scambiando un saluto rapido. Poi, con un movimento naturale, piega il capo di lato per sistemarsi il ciuffo ribelle di capelli ricci.
Mi ritrovo a pensare, senza volerlo, che un ragazzo possa davvero avere tutta quella bellezza solo per sé. È ingiusto.
O forse... è pericoloso.
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The dark in the light | |H.S.| |
FanfictionMentre lei spegne le candeline e cresce, io resto immobile nel tempo: stesso corpo, stesso volto, stessa voce. Solo l'anima, silenziosa, invecchia. - Harry Styles 1* in #5sos - 06/12/2025 3* in #onedirection - 23/07/2026
