Rimaniamo solo noi due dopo che la stanza si svuota davvero.
La porta si chiude piano alle spalle di Arianne e Niall, con quel suono lieve che, in un giorno normale, non significherebbe niente. Adesso invece mi arriva addosso come un sigillo: un clic morbido e definitivo che taglia fuori il resto del mondo. Il corridoio fa un rumore sordo, quasi ovattato, e per la prima volta da quando ho riaperto gli occhi il silenzio non è pieno di voci concitate, passi affrettati, sussurri che non capivo.
È un silenzio diverso. Più nudo. Più imbarazzato.
Come se anche l'aria non sapesse cosa fare di noi.
Io sono seduta sul letto, la schiena appoggiata ai cuscini, le coperte tirate fino alla vita; la stoffa mi gratta la pelle in un modo che prima non avrei nemmeno notato, adesso invece lo sento come se ogni fibra fosse una piccola nota che vibra sotto i polpastrelli. Sento il peso del mio corpo con una precisione nuova: la linea delle cosce contro il materasso, la tensione dei muscoli che non sono stanchi ma sono... pronti, come se il mio corpo avesse imparato a stare in allerta senza che io glielo chieda.
Harry è qualche passo dalla porta chiusa. Ci ha messo dieci minuti buoni a provare di fare qualche passo in avanti.
E non sa dove mettere le mani.
Le tiene lungo i fianchi, poi le incrocia, poi le infila nelle tasche, poi le tira fuori. È un gesto quasi ridicolo, se non fosse così disperato, così pieno di nervi. Non si avvicina e non si allontana, come se ogni centimetro fosse una decisione irreversibile; come se un passo in avanti potesse far crollare tutto quello che, negli ultimi giorni, ha retto a fatica.
Lo guardo, e mi sembra di vederlo per la prima volta e per la centesima insieme.
Non è la sua versione più bella o più affilata o più controllata.
È Harry come deve essere qualcuno che ha passato tre giorni a fissare una porta chiusa.
Tre giorni senza nutrirsi, eppure non è la fame la cosa che gli si legge addosso per prima. È altro. È la paura che si deposita e diventa abitudine. È il senso di colpa che ti scava una tana nello stomaco e poi non se ne va più.
Eppure, sotto tutta quella stanchezza, c'è ancora lui: la linea della bocca che conosco a memoria; le fossette appena accennate quando stringe la mandibola o quando ride, anche se non è questo il caso; gli occhi verdi che mi hanno tenuta insieme quando volevo solo sparire.
Per un istante lo vedo come se fossimo tornati indietro: lui inginocchiato accanto a me che mi chiede di guardarlo, e io che obbedisco perché non mi è mai successo, nella vita, che qualcuno mi chiedesse di guardarlo senza voler dominare.
Poi l'immagine svanisce e resta solo quello che siamo adesso: due creature ferme, separate da un letto, da un marchio, da una distanza che sembra piccola ma è un oceano.
«Ciao,» dico piano, perché non so da dove cominciare.
La parola mi esce come se avesse peso. Non è un "ciao" normale. È un tentativo goffo di fare finta che esista ancora una normalità da cui ripartire.
Lui chiude gli occhi per un secondo, come se quella sillaba fosse un colpo al petto. Come se "ciao" fosse troppo, perché implica continuità, implica che ci sia un dopo.
Poi li riapre su di me, lenti.
«Ciao, piccola.»
La voce è roca, graffiata, incredibilmente bassa. Potrei per fino giurare di aver visto un'ombra di sorriso su quel volto stanco.
Restiamo così, a guardarci, intrappolati in quella distanza ridicola e infinita.
Io sento qualcosa sotto la pelle, allo sterno: un bruciore sordo, il marchio, lo riconosco subito. Non è più la fiamma che mi strappava via il fiato durante il rituale. È un ferro caldo premuto dall'interno, sopportabile ma impossibile da ignorare. Un promemoria: ricordati di cosa sei. Ricordati di chi ti tiene.
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The dark in the light | |H.S.| |
FanfictionMentre lei spegne le candeline e cresce, io resto immobile nel tempo: stesso corpo, stesso volto, stessa voce. Solo l'anima, silenziosa, invecchia. - Harry Styles 1* in #5sos - 06/12/2025 3* in #onedirection - 23/07/2026
