Chapter 7

5.2K 309 52
                                        

Illuminai lo schermo del mio telefono e notai che erano già le sette passate, così chiusi i quaderni e scesi al piano inferiore per aiutare Lucinda ad apparecchiare la tavola.

«Tesoro, hai bisogno di qualcosa?» Mi chiese mentre stendeva la tovaglia fiorita sul tavolo bianco.

«No, volevo darti una mano.» Le sorrisi afferrando un lembo della tela.

«Ti ringrazio,» si asciugò le mani nel grembiule e continuò. «com'è andata a scuola? Hai già fatto amicizia con qualcuno?» Domandò passandomi i piatti da mettere sul tavolo.

«Sì, ho conosciuto una ragazza, si chiama Bethany.» Appoggiai i bicchieri nei rispettivi posti.

«Puoi farla venire qualche volta.» Ridacchiò.

«Sarebbe bello, grazie Lucinda.» Saltai felice per la notizia.

«Chiamami pure mamma, so che ti sembrerà strano, però puoi provarci.» Annuii per la sua dolcezza.

«Ah Lu.. mamma,» ridacchiò. «domani non torno a casa alla stessa ora di oggi perché devo fare un progetto per Letteratura.» Le spiegai sperando che non si arrabbiasse.

«Certo, a casa di Bethany?» Chiese.

«Oh no, Beth non è nella mia classe, almeno, non in quelle di Lunedì. Vado a casa di un ragazzo, anche lui nuovo.» Le dissi, così lei annuii sorridente, la felicità che le illuminava il volto.

«Non ci andrà.» Sbucò Jackson in cucina, si appoggiò allo stipite guardandomi torvo.

«Finiscila di fare il bambino.» Sbottai prendendo una bottiglia d'acqua dal frigorifero per poi posizionarla sul tavolo.

«Sono tornato.» Chiuse la porta d'ingresso Peter e ci raggiunse in cucina.

«Ho detto che non ci andrai.» Si avvicinò minacciosamente mio fratello.

«Cosa succede?» Dissero in coro i signori Moore.

«Ho un progetto da fare con un mio compagno e a Jackson non sta bene.» Incrociai le braccia arrabbiata.

«Jackson che ti prende?» Chiese suo padre sbottonandosi la giacca grigia.

«Niente, non voglio e basta.» Alzò la voce di qualche decibel spaventandomi lievemente per il suo improvviso cambiamento d'umore.

«Eravamo gli ultimi, gli altri avevano già formato le coppie.» Spiegai tentando di giustificarmi, lui in risposta emise un verso di disapprovazione.

«Fai quel cazzo che ti pare.» E con questo si lasciò cadere al suo posto aspettando che la madre gli servisse la cena.

«Jackson i termini.» Lo rimproverò sua madre mentre versava la minestra con il mestolo nei nostri piatti.

Passammo il resto della cena tranquillamente, io raccontai di come avevo trascorso la giornata omettendo il comportamento di mio fratello, mentre i signori Moore mi avevano parlato dei loro orari di lavoro, compresi quelli notturni, perché essendo due dottori, la maggior parte del loro tempo lo trascorrevano in ospedale.

Dover restare delle sere da sola con Jackson significava litigare ogni due minuti e quindi sclerare più di quanto non avessi già fatto.

***

Come ieri Jackson mi lasciò a piedi un isolato prima della scuola, guadagnandosi una razione mattutina di insulti.

Ero più arrabbiata che mai con lui, non mi aveva ancora chiesto scusa per il suo atteggiamento di ieri sera, anzi faceva il sostenuto, innervosendomi maggiormente.

Emerald EyesDove le storie prendono vita. Scoprilo ora