Chapter 24

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Una forte corrente fredda entrò dal portone principale permettendo alle piccole foglie gialle cadute dagli alberi di insinuarsi all'interno dell'edificio, proprio come per cercare riparo.

Mi abbassai leggermente il vestito quando un brivido mi percorse la schiena, senza distogliere lo sguardo dall'interfono cominciai ad indietreggiare verso l'uscita; non appena i respiri si interruppero mi girai scattando verso l'uscita intuendo che, chiunque si fosse trovato nella sala registrazioni si fosse mosso per venire da me.

Non appena appoggiai il piede giù dall'ultimo gradino il mio telefono prese a suonare rendendo ancora più macabra questa situazione; speravo vivamente che tutto questo fosse uno stupido scherzo organizzato da Dylan.

Ma nel profondo del mio cuore, sapevo che non fosse così.

«Non è divertente, Dylan, se è uno dei tuoi soliti scherzi, giuro che non la passi liscia.» Tartagliai dopo aver visto il numero del ragazzo sulla schermata illuminata.

«Io trovo che sia alquanto divertente,» si interruppe la voce, che non riuscii a riconoscere a causa dei rumori di sottofondo, aspettai qualche secondo permettendogli di continuare, «ah Gwendalyn, dovresti guardarti le spalle.» Quando mi girai notai una figura incamminarsi verso di me, la corporatura era simile a quella del mio amico, ma essendo incappucciata non riuscii ad assegnargli un volto.

Quando raggiunse la parte di viale illuminata dal lampione si fermò, grazie alla poca luce che gli illuminava il viso rimasto scoperto riuscii a scorgere un ghigno, che di amichevole e scherzoso aveva ben poco, giocare sulle sue labbra.

In quel momento realizzai che non si trattasse di uno scherzo del giovane così, mentre la respirazione cominciò ad accelerare, indietreggiai cercando di non farmi vedere.

Il mio intento andò a fumo quando pestai un ramoscello, che si spezzò sotto il mio peso; scattò verso di me destabilizzandomi lievemente, iniziai a correre più velocemente possibile cercando di raggiungere il cancello della scuola.

Imprecai mentalmente quando vidi che il cancello, prima aperto, fosse stato chiuso da qualcuno, con l'intento di non farmi uscire da questo posto.

Mi voltai rivolgendo la mia attenzione alla figura che stava ancora correndo verso di me, era davvero a pochi metri di distanza dal mio corpo scosso dalla paura così, non sapendo cos'altro fare, ripresi a correre sperando di trovare un nascondiglio che potesse proteggermi da chiunque fosse il mio inseguitore.

«Chi sei? Cosa vuoi da me?» Lacrime copiose cominciarono a scivolare sulle mie guance mentre cercavo di aumentare la velocità, ormai le gambe iniziavano a pulsarmi per il dolore e la fatica, la forza stava abbandonando lentamente il mio corpo esausto; la gola mi bruciava a causa dei numerosi singhiozzi che lasciavano le mie labbra screpolate per il vento che sferzava con forza il mio viso arrossato.

Poi, con una tale velocità, un braccio mi afferrò per la vita facendomi perdere l'equilibrio e cadere sul soffice umido tappeto verde, l'acqua che aveva bagnato precedentemente il terreno si depositò fra i miei capelli, raffreddando il mio viso.

Scalciai tentando di liberarmi dalla presa del mio aguzzino ma, essendo decisamente più forte di me, non lo spostai neanche di un centimetro.

«Finalmente ci incontriamo.» Una voce roca raggiunse le mie orecchie mettendomi la pelle d'oca, cercai di strisciare via dalle sue grinfie, ma tutto quello che ottenni non fu altro che un colpo ben assestato nello stomaco; cominciai a tossire mentre goccioline salate percorrevano i lineamenti del mio viso.

Avevo paura, eccome se ne avevo.

Ma non si trattava di una paura passeggera, una paura fittizia, esagerata; non era quella paura che si prova prima di un'interrogazione, quella che monta nel tuo stomaco quando guardi un film di paura, no, era quel tipo di paura raro, puro, che scivolava fuori dalle viscere fino ad attanagliarti lo stomaco e stringerlo fino a quando il dolore impedisce all'ossigeno di raggiungere i tuoi polmoni bisognosi di aria.

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