Ero in una radura fitta, potevo quasi descriverla come un bosco, correvo senza sosta e ridevo talmente tanto che quasi faticavo a respirare, mi fermai di colpo, per riprendere fiato, e osservai le mie piccole scarpette lucide in vernice nera.
Mi voltai indietro, cercando con i miei piccoli occhietti qualcuno alle mie spalle, mi cercavano e mi chiamavano tra gli sghignazzi.
"Mamma mamma, tanto non mi prendi." Urlavo mentre mi nascondevo dietro ad una grande quercia centenaria.
«Gwen.»
"Ora ti raggiungiamo, piccola furbetta." Rideva papà sempre più vicino al mio nascondiglio segreto.
Mi guardai attorno e abbassai lo sguardo alle mie ginocchia nude, notai che si fossero attaccate delle foglioline verdi, residui del piccolo pic-nic al laghetto con le paperelle.
«Gwen.»
Con una pulita veloce tolsi tutte le foglioline e i filetti di erbetta, non sentendo più nessun rumore mi accorsi che le voci dei miei genitori fossero scomparse completamente, come se fossero stati risucchiati da qualche buco nero immaginario.
"Mamma, papà? Dove siete?" Giravo sul posto disorientata e preoccupata, che si fossero stancati di cercarmi e mi avessero lasciata qui? No, i miei genitori non lo farebbero mai, pensai ormai con le lacrime agli occhi.
«Gwen!»
Chiamai i nomi dei miei genitori ripetutamente con tutta la voce che avevo in gola, fino a farmela bruciare.
"Dove siete?" Sussurrai per l'ultima volta prima di sedermi a gambe incrociate alla base della grossa quercia, una radice che fuoriusciva dal terreno mi faceva male all'altezza del fianco, ma non ci diedi molta importanza, anzi non era alla punta delle mie preoccupazioni.
"Buu" Urlarono in coro i miei genitori sbucando da un grosso cespuglio di more poco distante dal mio nascondiglio che ritenevo infallibile, quasi invisibile.
Scoppiai a ridere in una grassa risata asciugandomi i residui di lacrime che stavano per essere versate dagli angoli degli occhi.
Qualcuno interruppe violentemente il mio sogno utopico ed idilliaco svegliandomi con un getto di acqua gelata.
«Perché l'hai fatto?» Sbottai cadendo a terra a causa delle lenzuola attorcigliate alle mie caviglie.
Guardai Jackson con tutto l'odio che un essere umano poteva riservare a un proprio simile, incenerendolo dalla testa ai piedi.
«E' pronta la colazione, muoviti, o ti lascio a piedi.» Chiuse la porta con violenza facendomi sobbalzare per la forza utilizzata; sembrava, arrabbiato?
Scossi la testa e strizzai leggermente la punta dei miei capelli, ormai fradici, come il mio pigiama.
Controvoglia mi alzai dal letto e trascinai i piedi fino al bagno, dove mi lavai e mi preparai per un altro meraviglioso giorno scolastico.
Dopo svariati tentativi di acconciare in maniera presentabile i miei capelli annodati, per colpa di mio fratello, e con delle fitte alle braccia, mi arresi e feci una treccia morbida che appoggiai alla spalla sinistra.
Scesi al piano inferiore fiondandomi immediatamente in cucina per evitare di far arrabbiare maggiormente quello scorbutico che mi ritrovavo come fratello.
Il suo sguardo era fisso sul suo telefonino, non si era neanche accorto della mia presenza, cosa che mi rattristò, portandomi a pensare a ciò che stava per succedere ieri sera.
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Emerald Eyes
Fanfiction"Molti di noi sono angeli caduti, ma alcuni sono nati all'inferno." Pronunciò la sua voce profonda, un piccolo ghigno comparse sulle sue labbra; e io sapevo che lui proveniva dall'inferno. #1 in mistero/thriller on 23.12.2016 #4 in fanfiction on 18...
