Felicità

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"Jack, tu lo sai che ti amo, sì?" mi chiese una volta che si fu calmato, immergendo ancora una volta i suoi occhi nei miei.
"È una settimana che me lo ripete ogni minuto, dottor Evans."
"Voglio solo sia chiaro." replicò.
"Puoi dirmelo tutte le volte che vuoi, idiota."

Sorrise, poi voltò lo sguardo verso la finestra, cercando di trattenere una risata.

"Bene, almeno ora stai pensando a qualcosa di piacevole." constatai.
"Hai deciso quale versione ti piace di più?" mi chiese.
"Di cosa parli?"
"L'altro giorno hai detto che ci sono diverse versioni di me, no?"
"Mi piacciono tutte quante." dissi, baciandolo.
"Addirittura tutte?" chiese, staccandosi leggermente, solo per quel poco che gli serviva per parlare.
Lo baciai nuovamente.
"Mhhh... già..." risposi, ancora tra le sue labbra.
"Forse dovremmo smetterla di stare qui nel mio ufficio e andare nel mio appartamento." constatò, dopo qualche attimo di silenzio.
"Perché? A me piace stare qui."
"Sì è carino, ma..."
"Ma?" chiesi.
"Nulla... voglio solo che tu veda la mia cucina..." cominciò a parlare, facendo scorrere un dito lungo la mia nuca. "... la mia sala da pranzo..." arrivò alla schiena, provocandomi brividi in tutto il corpo, bramoso del suo tocco. "...il mio studio..." continuò a scorrere lentamente, sempre più in basso, pretendendo di toccare, di possedere ogni singolo millimetro di me. "... e soprattutto la mia camera da letto..." la sua mano possente arrivò al mio fondoschiena, facendomi sentire vivo.
"Okay... messaggio compreso." dissi con un fil di voce, visto che il suo tocco sulla mia pelle mi aveva scombussolato parecchio, e al momento non ero in grado di formulare una risposta adeguata.
Restammo accoccolati così ancora un po', dal momento che nessuno dei due voleva addormentarsi. Era come se non volessimo sprecare neanche un minuto del tempo che ci era concesso, come se chiudere gli occhi e appisolarsi significasse lasciarci andar via.

"Posso chiederti una cosa?"
"Tutto quello che vuoi." mi disse.
"Per la questione di... uhm... insomma..."
"Cosa c'è, sei diventato timido tutto d'un tratto?" mi chiese, alzando un sopracciglio, divertito dalla mia difficoltà nel proferir parola.
"Sono serio."
"Addirittura serio? Cosa le sta succedendo, Nicholson?" mi guardò, ridendo. "Ho provato a renderti serio per mesi. Se avessi saputo bastasse così poco, l'avrei fatto tempo fa..."
"Cos'hai intenzione di fare con Claire?" lo interruppi allora, non avendo affatto intenzione di scherzare.
Scoppiò a ridere all'istante.

"Sei così stupido, Jack..." disse, continuando con la sua grassa risata, non facendo altro che farmi innervosire.
"Ti sembro così divertente?"
"Credi davvero che io abbia ancora voglia di continuare quella falsa?".

Mi guardò dritto negli occhi, come se fossi stupido o pazzo. Io non risposi. Stetti invece in silenzio, non volendo rendermi più ridicolo di quanto già non mi sentissi.

"Jack, ormai lo sa tutto l'ufficio, non c'è neanche bisogno di rendere la cosa ufficiale."
"Ma se non fosse accaduto tutto questo, tu non l'avresti fatto mai." ribattei.
"Beh, insomma... può essere." disse, in piena onestà. "Ma cosa importa adesso? Jack, io ti amo. E vorrei che il mondo intero sapesse di quanto tu mi renda felice."
Non potei far a meno di sorridere come un ebete davanti a quelle parole.
"Il fatto che sia venuto tutto a galla è la cosa più bella che mi sia mai potuta capitare. Per la prima volta nella mia esistenza non ho più paura del giudizio degli altri e anzi, non mi importa affatto di ciò che gli altri pensano."
"D'accordo, va bene, lo capisco..."
"Ho già contattato Claire qualche giorno fa. Le ho spiegato la situazione e ha capito perfettamente." aggiunse poi.
"E cosa aspettavi a dirmelo?!" gli chiesi, enormemente sorpreso.
"Credevo fosse così scontato che quella messa in scena sarebbe finita, che non ci sarebbe neanche dovuto essere un dubbio da parte tua, stupido."
Lo afferrai per il collo e lo baciai, non riuscendo più a contenermi a pochi centimetri dalle sue labbra.

Da sempre l'uomo ha come scopo finale della sua esistenza la ricerca della felicità. Ci si può chiedere cosa essa sia, cosa rappresenti, se sia davvero raggiungibile. I seguaci delle filosofie ellenistiche credevano che essa si trovasse nel controllo delle passioni, che non fanno altro che renderci schiavi dei nostri stessi sentimenti. Per gli elegiaci romani essa si ritrovava nell'amare completamente la persona amata, anche più di se stessi, porla al centro della propria esistenza e dedicarle i proprio versi appassionati.
Se mi aveste chiesto cosa fosse per me la felicità? In quel momento la mia risposta era così semplice, così scontata, ma non per questo meno bella. La mia felicità era un trentenne biondo narcisistico che avrebbe preferito morire piuttosto che presentarsi in ufficio senza il suo completo. La mia felicità era il suo sguardo che mi toccava, mi accarezzava, mi faceva suo.
La mia felicità era sentire il suo respiro sulle mie labbra, il suo profumo preferito che ormai era diventato anche il mio, la discutibile playlist per la quale lo prendevo per il culo che amava ascoltare ogni volta che salivamo nella sua auto. La felicità è un attimo sfuggente, è quella cosa che quando c'è non ce ne accorgiamo e quando non c'è ci manca. Però in quel momento, proprio in quel preciso istante, sapevo perfettamente di essere felice. E sapevo che quella felicità sarebbe durata a lungo.

Fine

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