Perché mi hai mentito?

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Il giorno seguente non so dove riuscii a trovare le forze di uscire di casa. Quella notte non ero riuscito a prendere sonno, tormentato com'ero da cattivi pensieri. Forse l'unica vera cosa che mi dava un po' di forza era il pensiero che probabilmente quel giorno avrei potuto vedere Luke, avrei potuto sapere la verità, la sua versione dei fatti. E così, arrivato in ufficio, mi avviai direttamente all'ultimo piano alla ricerca di Micheal.
"Sì, salve, può dirmi dov'è il dottor Ferreri?" chiesi alla receptionist del ventiquattresimo piano, frettolosamente, non appena varcata la soglia dell'ascensore.
"Chi è lei? E perché lo cerca? Non lo sa che riceve solo su appuntamento?"
"Mi ha chiesto lui di raggiungerlo."
"A me non risulta, purtroppo."
"Non sono un cliente... ascolti, lasci perdere, lo raggiungo io in ufficio." dissi, avviandomi verso la porta in fondo al corridoio.
"Aspetti! Dove va?! Non può entrare così!" mi urlò dietro la donna, ma io non avevo tempo da perdere.
Così, arrivato davanti alla porta del suo ufficio, feci il grande errore di entrare senza bussare. Spalancai gli occhi di fronte a ciò che mi ritrovai davanti. Micheal non era affatto solo, ma in compagnia di una donna, che, nei minuti successivi, scoprii essere sua moglie.
Carnagione chiarissima, occhi verdi, capelli rosso ramato e un'esplosione di lentiggini sul volto che la rendeva perfetta nella sua rarezza. Effettivamente, non potei evitare di pensare a quanto buon gusto avesse Ferreri.
"Mi scusi, dottore. Sono mortificato!" dissi, tentando di chiudere immediatamente la porta, volendomi dileguare da quella situazione all'istante.
"Aspetta, Jack! Dove vai?" sentii chiamarmi, mentre ritiravo la porta per chiuderla.
"Avrei dovuto bussare, mi perdoni." dissi allora, timidamente, riaprendo leggermente la porta per non sembrare più indiscreto di quanto già non fossi.
"Non c'è bisogno di darmi del lei."
"Lei... cioè tu... sei pur sempre il mio capo."
"Quando non c'è nessuno intorno, sei autorizzato a darmi del tu. Su, entra. Lei è Maya, mia moglie."
"Molto piacere." dissi, andandole incontro e porgendole la mano.
"Piacere mio." rispose lei, con un accento chiaramente straniero, stringendomi la mano.
"Non credo di avervelo detto ancora, effettivamente. Ci siamo conosciuti in Brasile, ma lei è inglese. Non parla ancora bene italiano, ma sta imparando molto in fretta."
"Honey, we have to work now. See you later, ok?" le disse, dandole un tenero bacio sulle labbra. Al che lei ricambiò il bacio e, dopo essersi congedata, ci lasciò soli.
"Scusami ancora per l'irruzione, davvero."
"Sta' tranquillo. Mark mi ha beccato in ben altre situazioni, ci sono abituato." disse sorridendo. Era chiaro come tentasse di tirarmi un po' su il morale. Si guardò l'orologio, come preoccupato di far tardi.
"Andiamo, il mio autista ci starà già aspettando." disse. E così arrivammo in commissariato in meno di venti minuti.
Non appena scesi dall'auto, una donna dalla chioma bionda si avvicinò immediatamente.
"Dottor Ferreri." disse.
"Elizabeth, sei già qui, ottimo."
Mi guardò un istante, come sorpresa dalla mia presenza. Ricordai subito il suo volto: era la ex moglie di Mark. Aveva rappresentato la mia famiglia per la denuncia fatta contro suo marito, poi Ivy me ne aveva parlato molto ai tempi del liceo dopo la loro rottura. E non me l'aveva descritta come la migliore delle persone. Ma sapevo che, dal punto di vista professionale, era di certo uno dei migliori avvocati in circolazione. Micheal si accorse subito di come mi stesse guardando e, dopo essersi schiarito la gola, cominciò a parlare:
"Oh... uhm... lui è Jack Nicholson, uno dei nostri dipendenti. È qui perché è amico di Evans e... insomma... voleva sapere se fosse possibile vederlo."
"Oh... certo." disse, allungandomi la mano. "Ci conosciamo già, non è così?" aggiunse poi.
Le strinsi la mano.
"Sul serio?" chiese Micheal, sorpreso.
"Sì... la dottoressa Montgomery ha rappresentato la mia famiglia per quella denuncia contro Mark di cui ti ho parlato..." risposi.
"Hai davvero preso le sue parti contro quello che allora era tuo marito?" le chiese allora Micheal, sorridendo leggermente.
"Quello stronzo mi aveva tradito con quella troietta della tua ex."
"Non chiamarla così." la interruppe immediatamente.
"Assurdo come tu la difenda ancora dopo tutto ciò che quei due ti hanno fatto."
"Elizabeth, non è il momento di affrontare questo argomento." le disse con tono brusco.
"Già, hai ragione. Comunque sì, può venire con noi due." aggiunse poi, voltando il suo sguardo verso di me, cercando di sviare quella conversazione che stava diventando davvero pesante.
"Ehm... sì." rispose Micheal. "Ma non si potrebbe fargli avere un colloquio... insomma... privato?"
Ci guardò con sguardo confuso.
"Oh... certo, come vuoi."
"Bene, ti ringrazio."
"Avviamoci dentro allora." disse poi, invitandoci a seguirla.
"Dicci del caso. Ci sono novità?"
"Sì, ma purtroppo nulla di buono."
"Che intende dire?" mi intromisi immediatamente, preoccupato dalle sue parole.
"A quanto pare, sono state ritrovate le impronte di Evans sull'arma del delitto."
Sgranai gli occhi, incredulo di fronte a quella notizia. E Micheal, guardandomi, mi comprese a pieno.
"Lui ne è già al corrente?" le chiese Micheal.
"Sì, l'ho informato qualche ora fa, non appena ne sono venuta a conoscenza."
"Cazzo..." rispose, mettendosi le mani nei capelli, come non sapendo più se credere o meno a Luke. E, francamente, anche io stavo avendo qualche difficoltà nel credergli in quel momento.
"Elizabeth, tu hai tanta esperienza. Sai bene come funzionano questi processi. Dimmi la verità, quante chance ha di uscirne illeso?" le chiese allora Micheal.
"Devo essere onesta?" disse, guardando entrambi. Ci guardammo negli occhi per un istante, poi facemmo insieme un cenno di assenso. In fondo era meglio affrontare la realtà il prima possibile.
"Per come stanno le cose adesso, la situazione è molto critica. Bisogna però ascoltare la versione di Evans, capire se la polizia riuscirà a trovare altre piste e..."
"Quindi c'è ancora speranza?" la interruppi.
"Non voglio mentirvi. Le prove contro di lui ora come ora sarebbero più che sufficienti a condannarlo."
"Cosa?! Condannarlo?! Ma... ma come... non-"
"Ma farò tutto il possibile affinché ciò non accada, ve lo assicuro. Conosco Evans da anni, abbiamo lavorato insieme e sono sicura che non sarebbe mai in grado di commettere nulla del genere..."
"Secondo te qualcuno sta cercando di incastrarlo?" gli chiese allora Micheal.
"Non lo so. In questo momento non so davvero cosa pensare, a dir la verità..."
Arrivammo poco prima della sala colloqui e, dopo esser stato perquisito, finalmente mi lasciarono vedere Luke.
Entrai nell'aula e, nonostante le tante persone che la affollavano, tra detenuti e parenti in visita, lo vidi immediatamente: i suoi capelli avevano già perso il loro consueto ordine impeccabile, la sua mascella era serrata, i suoi occhi gonfi, come se avesse pianto. Vederlo in quelle condizioni, non lo nego, mi fece venire un nodo allo stomaco. E così mi avvicinai a lui, perché nonostante tutto, non vedevo l'ora che i suoi occhi incontrassero i miei, di sentire la sua voce. Anche solo per qualche minuto.
Quando mi vide, l'espressione dura e serrata che aveva pochi attimi prima lasciò spazio a un sorriso, quasi liberatorio, quasi non avesse fatto altro che pensare a quel momento dal giorno precedente.
"Luke..." dissi, con tono che non nascondeva affatto la mia amarezza, sedendomi di fronte a lui, poggiando i gomiti sul tavolo, guardandolo intensamente negli occhi.
"Amore mio..." sussurrò, prendendomi immediatamente le mani tra le sue. Fui confortato da quel gesto, dal modo in cui mi aveva chiamato, dal tocco della sua pelle.
"Nessun contatto fisico!" urlò una guardia accanto a lui. Così mi lasciò immediatamente le mani.
"Allora, come stai?" gli chiesi, preoccupato dal suo aspetto.
"Sto... sto bene."
"Hai pianto?"
Sorrise leggermente, come apprezzando la mia preoccupazione.
"Un po'." disse poi sommessamente.
Rimasi in silenzio, come in soggezione. Non sapevo se fosse giusto chiedergli di sapere la verità in un momento del genere. Stava soffrendo come un cane, questo era chiaro. Come potevo fargli ancora più del male?
"Ce l'hai come me, non è vero?" disse, notando la mia esitazione nel proferir parola.
"Io... no, certo che no. Come ti viene in mente?" mentii, perché la verità era che il fatto che mi avesse detto una marea di stronzate mi mandava in bestia.
"Ti hanno detto già tutto?"
Sospirai. "Sì."
Mi guardò, e stavolta sembrava seriamente preoccupato. Al che non resistetti più:
"Posso sapere perché? Insomma... per quale motivo mi hai mentito? Luke, io mi fido di te, dico sul serio, e sto davvero cercando di crederti con tutto il mio cuore, te lo assicuro, ma così... insomma... è tutto così assurdo..."
"Hai ragione, Jack. Hai completatamente ragione..."
"Allora? Perché mi hai detto saresti andato a Parigi? E poi chi è questo Ian Gallagher?"

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