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Le nocche mi pulsavano.

Non sapevo se fosse per il dolore dei colpi o per la furia che mi bruciava ancora sotto la pelle, come brace viva.

Quel tipo giaceva a terra, rantolante, con il labbro spaccato e il sangue che gli colava dal naso.

Avevo perso il controllo. L’ho fatto davvero. L’ho colpito, più volte. Il suo sangue ripugnante era finito persino sulla mia giacca buona.

Nessuno si era mosso. Nessuno aveva fiatato.

Ero ancora lì, in piedi, con il petto che si alzava e si abbassava furioso, mentre quel ragazzo giaceva per terra, rantolando, umiliato. E io… io non provo un briciolo di rimorso. Solo un nauseante senso di colpa per non averlo fatto prima.

Questo posto mi stava facendo impazzire.

Nessuno, tra gli ospiti, aveva osato intervenire e non perché approvassero. Ma perché nessuno dice niente a un Agreste.

Ero diventato quel tipo di persona?

Mi volto, i miei occhi vagano alla ricerca di lei e la vidi.

Marinette.

È immobile, lo sguardo fisso su di me come se stesse guardando un estraneo. Ha le braccia strette attorno al petto, le labbra socchiuse. È sconvolta. Ferita. Sconnessa dal momento.

Il cuore mi si stringe.

Mi avvicino senza una parola, e le prendo il braccio. Le dita tremano, ma il gesto è controllato, gentile. Lei è fredda sotto la pelle, ma non si ritrae.

«Vieni via con me» mormoro io, la voce spezzata dall'adrenalina ancora in circolo.

La guido fuori dalla sala, attraverso i corridoi di marmo e maschere, via da quei volti vuoti, da quelle risate false, da quell’oscurità dorata che mi soffoca. Usciamo all’esterno, nel giardino laterale, dove i cespugli sono scolpiti come sculture e il profumo delle rose è così forte da diventare quasi acido.

Solo allora la lascio andare.

Ci guardiamo. Ed è un silenzio che pesa più di qualsiasi urlo.

«Stai bene?» chiedo, con un filo di voce.

Lei abbassa lentamente le braccia. Poi annuisce. Ma non sorride. «Io sì… ma tu decisamente no.»

Abbasso lo sguardo. Non riesco a reggere i suoi occhi blu adesso.

Il battito nel petto è un martello, in più mi era presa anche un emicrania pazzesca.

«Lui ti stava toccando. Ti stava... umiliando. Diceva cose—»

«Lo so.» mi interrompe. È calma, ma dentro quella calma c’è un filo di vetro. «Lo so. L’ho sentito anche io.»

Mi mordo l’interno della guancia. «Non potevo lasciarlo fare. Non a te. Non con te. Ho...ho perso la testa capisci?»

«Sì,» sussurra. «L’hai persa, ti sei lasciato consumare da questo postaccio.» dice, indicando con il pollice l'ingresso della grande villa.

Resto zitto.

Poi lei dice qualcosa che mi devasta: «Per un momento… avevi lo sguardo di tuo padre.»

Il mondo si ferma.

Sento il gelo arrampicarsi sul collo. Il fiato si blocca. Quelle parole mi spezzano più di qualsiasi pugno. E non posso negarlo. Non dopo quello che ho fatto.

«Non sono come lui» dico.

La voce mi esce spezzata, quasi strozzata. «Ti giuro che non lo sono.»

-Formidable- [Marichat] Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora