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Il rumore mi strappa dal sonno come uno schiaffo improvviso. Spalanco gli occhi, il cuore che batte ancora veloce, e ci metto qualche secondo a capire dove sono.
Non la mia stanza.
Non il mio letto.
La stanza degli ospiti.

I ricordi della scorsa notte cominciano a martellarmi la testa, o forse sono solo i rimasugli dell'alcol.

Mi tiro appena su, stropicciandomi gli occhi, quando il profumo del caffè e del pane tostato mi arriva alle narici.
E lì, accanto alla scrivania, c’è Marinette. Con il suo viso colpevole e gli occhi che sembrano dire ops. Sta posando un vassoio fumante, le mani tremano appena.

«Scusa» sussurra con tono altrettanto colpevole, quasi fosse entrata in chiesa e non nella mia stanza.

Poi i suoi occhi scivolano su di me.
Ed è lì che capisco.
Il pigiama.
Quel maledetto pigiama preso a caso ieri sera.
La maglietta troppo stretta che lascia intravedere ogni linea del mio petto, e i pantaloni leggeri, praticamente trasparenti sotto la luce del mattino.

Lei arrossisce, poi sorride di sottecchi.

«Sai che ti sta… bene? Forse anche troppo bene, potrei regalartelo...»
Inclina la testa di lato, divertita, come se stesse studiando un progetto.

Io mi passo una mano fra i capelli arruffati, combattuto tra l’imbarazzo e il piacere di vederla così presa a guardarmi. «Smettila di prendermi in giro, Principessa…»

«Non ti prendo in giro, è che—» si morde il labbro, il sorriso che cresce «—non ti immaginavo così… trasparente appena sveglio.»

Sospiro, affondo il viso tra le mani per un istante, e quando la guardo di nuovo lei è ancora lì, a metà tra la vergogna e lo scherno, bellissima e sveglia da chissà quanto.

Eppure, nonostante l’ironia, non si avvicina. Resta accanto alla scrivania, come se non volesse oltrepassare quel confine invisibile che la notte scorsa ci ha separati.
Mi tiro su dal letto, stiracchiandomi appena, ma il tessuto sottile del pigiama non aiuta. Sento il calore crescere in basso ventre, e con un gesto rapido cerco di coprirmi, incrociando le braccia davanti a me mentre mi avvicino a lei.

«Come stai?» chiedo, la voce più bassa di quanto vorrei. «Dopo… la sbornia, dico. Mal di testa? Nausea?»

Marinette alza lo sguardo, ma non sembra davvero ascoltare. I suoi occhi continuano a correre su di me, dal petto fino ai fianchi, e il rossore sulle sue guance la tradisce. «Mh… sì, bene. Cioè… sto… sto meglio, decisamente.»
La sua risposta vaga mi fa sorridere: non è affatto concentrata su quello che le ho chiesto.

Scuoto la testa, cercando di mascherare l’imbarazzo, e prendo una fetta di pane tostato dal vassoio. Addento un morso, il burro caldo che mi si scioglie in bocca, mentre la osservo ancora fissarmi tra le gambe come se fossi un enigma, come se non mi conoscesse.

Allungo la mano libera, delicatamente, e con l’indice le sollevo il mento. «Ehi.» La costringo a guardarmi negli occhi.
Quegli stessi occhi che fino a poco fa non riuscivano a staccarsi dal mio corpo.

Lei sbatte le ciglia, sorpresa, come risvegliata da un sogno a occhi aperti.
«Io…» balbetta.

«Dimmi davvero come stai, Marinette» mormoro, il tono più serio ora, anche se il mio cuore accelera a vederla così distratta da me.

Marinette rimane immobile, le sue labbra leggermente socchiuse, gli occhi spalancati nei miei.
Non resisto. Mi chino e la bacio.

È un bacio lento, niente a che vedere con quello travolgente della notte precedente, eppure mi brucia addosso. Lei risponde subito, con un piccolo sospiro che mi manda in tilt, come se non avesse fatto altro che aspettarlo.

-Formidable- [Marichat] Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora