La voce è soffice, quasi un sussurro.
Mi chiama nel sonno.
Qualcosa come "Adrien... hey... Adrien..."
Non apro subito gli occhi. Mi ci vuole qualche secondo per ricordare dove sono. Le palpebre sono pesanti, la testa appoggiata sul braccio piegato, il collo dolorante.
Mi sono addormentato sul divano dello studio di mio padre.
C'è ancora il profumo della sua colonia che impregna l'aria. Leggero, ma persistente. Quasi fastidioso.
Apro finalmente gli occhi e la vedo.
Marinette.
È chinata su di me, con il viso preoccupato e i capelli un po' mossi, come se avesse corso. Indossa la sua giacca di mezza stagione e ha le guance arrossate, forse dal freddo serale.
«Ehi» dice con un mezzo sorriso, «mi stavi facendo preoccupare.»
Mi stropiccio gli occhi e mi rimetto seduto. Sento i muscoli irrigiditi.
«Che ore sono...?»
«Tardi. Non rispondevi al telefono, così ho chiesto a Gorilla dove fossi. Mi ha detto che eri ancora qui... e sono venuta a prenderti.»
Il cuore mi si stringe. Non perché si sia preoccupata. Ma perché nonostante tutto, nonostante i miei silenzi, le mie pause, lei continua a esserci.
Abbasso lo sguardo, confuso.
«Non mi ero accorto di essermi addormentato.»
Lei si siede accanto a me, in silenzio. Per qualche istante, nessuno dei due parla.
Poi, guardo verso la grande finestra dello studio. Parigi è là fuori, scintillante. Indifferente.
«Mi fa strano essere qui...» dico. «Per anni ho vissuto tra queste mura, ma solo adesso mi sembrano così... vuote.»
Marinette si stringe nelle spalle. «A volte serve del tempo per riconoscere cosa davvero chiamiamo casa.»
Rimango in silenzio per un momento. Poi mi alzo. «Ti va di fare un giro?»
Lei mi guarda sorpresa. «Un giro?»
«Sì. Vorrei mostrarti le stanze... quelle che contano davvero. Quelle che... che sono parte di chi ero. O credevo di essere.»
Iniziamo dalla biblioteca. Un tempio di silenzio. La luce calda delle lampade sfiora gli scaffali infiniti, e ogni volta che passo tra quegli scaffali, mi sembra di camminare tra i ricordi di qualcun altro.
«Qui mio padre studiava i suoi progetti. E io... cercavo rifugio.»
«Rifugio da cosa?» chiede lei, con dolcezza.
«Da lui. Dai suoi silenzi. Dai suoi sguardi.»
Rido, ma non è una risata felice.
«Penso di aver letto ogni libro di questo posto solo per non sentirmi solo.»
Passiamo alla sala della musica. Il pianoforte a coda nero è coperto da un telo.
«Qui suonavo per mamma.» La mia voce si spezza.
«Lei diceva che le note erano l'unica lingua che parlavamo davvero insieme.»
Marinette mi guarda, poi si avvicina al pianoforte. Solleva lentamente il telo, lo piega e si siede con grazia sullo sgabello.
Suona una nota.
Il suono vibra nell'aria. È puro, cristallino. Come un ricordo che si rifiuta di svanire.
Poi andiamo nella serra interna, quella che papà teneva chiusa a chiave per anni.
È diversa da quella sotterranea, meno fredda, più... viva.
«Qui ci sono ancora le piante di mamma. Le curava lei stessa. Le ultime settimane prima che morisse, veniva ogni giorno qui... per ore.»
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-Formidable- [Marichat]
Fanfiction🔒 Lei è Ladybug. Lui è ChatNoir. Ma fuori dalle maschere... nessuno sa niente di nessuno. Marinette è innamorata del suo compagno di classe Adrien, ma una notte finisce per perdere la testa proprio per ChatNoir, il suo partner. Peccato che siano la...
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