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Il silenzio nella macchina era assordante.

Non quello comodo, pieno di comprensione e intimità che spesso condividevamo io e Adrien, ma un silenzio diverso. Duro. Teso. Come se anche l'aria avesse paura di parlare.

Guardavo fuori dal finestrino, ma non vedevo davvero Parigi. Solo macchie sfocate di luci e ombre, e il riflesso di me stessa: pallida, con le labbra serrate e le sopracciglia leggermente aggrottate.

La mia mente continuava a tornare a quel momento. A lui che spariva dietro a Nathalie, a quel sentiero tra le siepi, alla sua promessa: "Tornerò."

Non sapevo se sarebbe tornato davvero. Non dopo quello che avevo letto nei suoi occhi.

La paura era stata paralizzante. Non per me. Ma per lui.

Quando Gorilla aveva aperto lo sportello e l'avevo visto tornare, vivo, in piedi, con lo sguardo basso e le spalle rigide, il mio cuore aveva cominciato a battere forte per un motivo diverso. Per il sollievo. Per la consapevolezza che era ancora lui. Ferito, scosso, arrabbiato... ma ancora lui.

E adesso eravamo qui. Uno accanto all'altra. A pochi centimetri, eppure così lontani.

Arriviamo a casa senza dire una parola.
Le scale ci sembrano più ripide del solito, i nostri passi sono pesanti, sincronizzati in un ritmo lento, carico di pensieri non detti. La chiave gira nella toppa con un clic secco. Entro per prima, accendo la luce.

La casa è calda e accogliente come sempre, i miei dormivano da un pezzo, tutto sembrava intatto come qualche ora prima, ma io la sento vuota.
Forse perché c'è un vuoto anche dentro di me, uno spazio scavato da tutte le cose che non capisco, da tutte le risposte che non ho.

Adrien si toglie il cappotto senza dire nulla e lo appende con un gesto meccanico sull'attaccapanni posto all'ingresso, io faccio lo stesso in meticoloso silenzio, seguendolo con lo sguardo.
Ci muoviamo come automi, ognuno chiuso nel proprio pensiero. Solo quando arriviamo in camera mia, rompo il silenzio.

«Ti va di cambiarti qui?» chiedo piano, cercando la sua voce senza pretendere troppo. «Mi farebbe piacere se tu dormissi con me sta notte»

Mi farebbe piacere anche che tu mi parlassi, avrei voluto aggiungere, ma non mi sembrava il caso.

Lui annuisce, uno di quegli assensi che sembrano quasi un sospiro, come se parlare fosse troppo difficile.

Apro il cassetto dove tengo i pigiami e ne prendo due: uno per me e uno per lui. Glielo porgo senza dire nulla.
Lui lo prende, sfiora appena le mie dita, ma quel tocco mi basta per sentire quanto sia ancora scosso.

Ci spogliamo in silenzio. Non c'è nulla di imbarazzante in quel gesto, ormai. Ci conosciamo. Ci amiamo. Ma stasera è diverso. Stasera, anche togliersi la giacca sembra un peso.

Lo osservo mentre si sbottona la camicia.
Le sue dita tremano appena, e la stoffa si apre rivelando il suo petto allenato, la pelle olivastra oliata appena di sudore, segnato dalla tensione.
I suoi capelli biondissimi, spettinati, gli ricadono sulla fronte con un disordine quasi poetico. Ha ancora il sangue secco sull'orlo della manica e sulle nocche delle sue dita fine, e alla vista mi si stringe lo stomaco.

«Vuoi che lo lavi io?» chiedo piano, indicando il capo.

Lui scuote la testa «Lo butto.» riferendosi al completo.

Solo due parole. Ma dentro ci sento tutto. La nausea. Il disgusto. Il desiderio di separarsi da ciò che ha fatto, da ciò che ha provato. Da se stesso.

«Adrien...»

Si ferma. Non mi guarda. Ma ascolta.

«Qualsiasi cosa sia successa lì dentro... io so che possiamo affrontarla insieme.» Sussurro con tono dolce, avvicinandomi a lui con cautela.

-Formidable- [Marichat] Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora