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È bellissima.
No, non solo. È… assurda.

Marinette è appena uscita dal bagno e ogni persona al mondo dovrebbe essere bendata per non finire incenerita dal suo aspetto.
I suoi capelli ricadono morbidi sulle spalle, lucidi e neri come la notte, in contrasto con l’abito rosso fuoco che sembra fatto apposta per essere strappato via. Lo spacco laterale si apre sulla sua coscia liscia e delicata e ogni suo passo ha la grazia e la potenza di un uragano che porta il mio nome.

Sorrido. Ma non è un sorriso normale.

È quel sorriso. Quello da predatore. Da ChatNoir.

Lei si siede di fronte a me con aria innocente, come se non sapesse esattamente cosa mi sta facendo. Come se non sapesse che da quando è apparsa, ho già pensato almeno venti volte a trascinarla fuori di qui, o…
no.
Meglio.
Restare.
E fare una follia.

Nel ristorante c’è musica classica in sottofondo, luci soffuse, un cameriere troppo ben vestito che si avvicina per il vino. La mia voce è calma mentre rispondo, ma dentro sto bruciando.

I suoi occhi blu incontrano i miei.
Incrocia le gambe.
Un piccolo movimento. Ma per me è un colpo diretto al petto.

«Va tutto bene?» chiede lei con quella voce innocente, inclinando appena la testa.
E io la guardo per un secondo di troppo, mentre la mia mano scivola lentamente sul tovagliolo in grembo, gettandolo a terra.

«Scusami…»
Le sorrido, mi alzo, faccio il giro del tavolo. Mi abbasso lentamente… e mi infilo sotto.

Nessuno ci guarda. Nessuno si aspetta che il perfetto supereroe Chatnoir stia gattonando sotto un tavolo di velluto rosso in un ristorante a cinque stelle, mentre la sua ragazza si sistema la forchetta accanto al piatto.
Nessuno tranne lei.

Sollevo appena la tovaglia.
Le sue gambe sono proprio lì, accavallate elegantemente.
Le sue ginocchia si muovono impercettibilmente quando mi sente arrivare.
Alzo lo sguardo. La stoffa dello spacco scopre perfettamente la sua coscia. Un piccolo lembo di pizzo nero mi guarda, maledettamente complice.
Sorrido.
Le bacio piano l’interno del ginocchio.

Lei sobbalza appena.
Il tavolo non si muove.
Le mie mani si poggiano lentamente sui suoi fianchi, sulle sue cosce, mentre bacio ogni centimetro della pelle esposta, con lentezza e adorazione.

«Chat, che stai facendo?»

Lei cerca di non emettere alcun suono.
L’unico modo che ho per sentirla è ascoltare il suo respiro accelerato, il piccolo tremito che le attraversa le gambe.

Le sollevo appena l’orlo dell’abito.
Ci guardiamo negli occhi: io da sotto il tavolo, lei sopra, in quel perfetto mix di tensione, lussuria e panico eccitante.

È una follia.
Ma io ho bisogno di lei. Adesso. Qui.

Le sue cosce tremano leggermente, ma non si scostano.
Anzi.
Restano lì. Aperte.
Accettano la mia presenza, il mio respiro caldo sulla pelle.

Il suo profumo mi avvolge. Quel mix familiare e travolgente che mi ha sempre fatto impazzire — vaniglia, gelsomino e qualcosa che è solo suo. Qualcosa che mi droga.

Alzo lentamente lo sguardo verso l’orlo del vestito. Le mani le ho sulle ginocchia, ma fremono. Muovo appena i pollici, le accarezzo la pelle con una delicatezza feroce, mentre avanzo piano verso il suo interno coscia.
Lei si irrigidisce.
Poi deglutisce.

«Chaton» sussurra appena.
Non riesco a vederla in faccia da qui sotto, ma so perfettamente che sta cercando di rimanere seria, composta, regale… come se non ci fosse il suo fidanzato gatto tra le sue gambe in pieno ristorante.

-Formidable- [Marichat] Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora