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Mi sveglio con la testa che pulsa e la gola asciutta. Ho dormito? Forse. Ma ho pianto così tanto che non riesco a ricordarlo.
Mi strofino gli occhi, subito pentita: bruciano. Tanto.
Mi alzo a fatica dal letto, con la sensazione che le lenzuola siano fatte di cemento.

Davanti allo specchio sembro la versione meno carina di uno dei miei peluche dopo un ciclo in lavatrice.
Capelli scompigliati, un codino ancora su, l’altro chissà dove.
La maglietta del pigiama è al contrario, l’etichetta mi gratta il collo. I pantaloni... beh, ci trovo infilato dentro un calzino.
La definizione stessa di: “non sono pronta per affrontare la giornata”.

Scendo le scale a piccoli passi, appoggiandomi alla ringhiera.
Ogni gradino è un colpo al petto.

E poi lo vedo.

Adrien.

In piedi nel corridoio, pronto anche lui a scendere per colazione.
È perfetto, ovviamente.
Capelli sistemati, vestiti stirati, profumo familiare che mi punge il naso e mi pizzica il cuore.
Solo gli occhi lo tradiscono. Rossi. Gonfi. Come i miei.

Ci guardiamo. Non parliamo.

Poi, un saluto appena sussurrato.

«Buongiorno.»

«Buongiorno» risponde, con voce spenta.

Lo supero e scendiamo in silenzio. I passi sembrano più rumorosi dei pensieri.

In cucina troviamo mamma.
Sta mescolando qualcosa nella ciotola, ma ci lancia un’occhiata appena entriamo.

Si ferma,  e si appoggia appena dietro la penisola della cucina.

Prima guarda me.
Poi Adrien.
Poi di nuovo me.
Solleva un sopracciglio.

«Nottataccia? O vi siete solo sfidati a chi somiglia di più a uno zombie senza trucco?»

Abbasso lo sguardo.
Lui pure.

Mamma sospira. Si arrende alla nostra muta disperazione.

«Sedetevi. Ho fatto i pancake. Magari riescono a sistemarvi la faccia. O almeno l’umore.»

Ci sediamo. Vicini ma lontani.
Un metro di distanza. Un oceano di cose non dette.

Lui tiene le mani giunte in grembo. Io stringo il bordo della tovaglia tra le dita.
La colazione è sul tavolo, ma la fame... è rimasta al piano di sopra.

Il silenzio tra noi è quasi più pesante delle bugie della notte prima.
E tutto ciò che ci resta è fissare il piatto, sperando che almeno il burro e lo sciroppo non abbiano segreti da confessare.

Mamma ci guarda ancora mentre sistema le tazze sul tavolo. Non dice nulla per un po’, ma il silenzio è solo apparente. Sta leggendo tutto nei nostri volti.

Poi, con quel tono neutro che usa quando vuole farci sapere che sa, ma che non ha intenzione di forzarci:

«Non so che cosa sia successo tra voi due, ma... qualunque cosa sia, spero che sappiate parlarvi. Le parole fanno meno danni del silenzio, anche quando fanno male.»

Abbassa lo sguardo sui pancake, poi aggiunge con un mezzo sorriso:

«E ora mangiate. Vi serve energia per affrontare il mondo. Soprattutto quando il mondo sembra pesante.»

Io e Adrien ci guardiamo di sfuggita.
Ancora niente da dire.
Solo occhi rossi, mani tremanti e un’infinità di cose che ci scivolano via tra un sorso di latte e un morso di pancake.

I pancake sono buoni. Forse anche troppo per una mattina così.
Ma non riesco a finirli. Ho un nodo alla gola che non si scioglie con lo sciroppo d’acero.

-Formidable- [Marichat] Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora