«Eh?»
Mi manca il respiro.
Marinette, con gli occhi semichiusi e lucidi di febbre, cerca a tentoni qualcosa davanti a sé, la mano sospesa nell’aria. Quando le sue dita toccano la mia guancia, un brivido gelido mi percorre la schiena. È bollente. Io, invece, sembro di ghiaccio.
«Adrien… sei davvero tu?» mormora con voce roca, quasi implorante.
Il cuore mi sobbalza, mi stringe la gola. Per un istante mi irrigidisco come se fossi stato scoperto.
«No, Marinette, ma che stai dicendo…» cerco di negare, ma la mia voce trema.
Lei si strofina gli occhi, cercando di mettere a fuoco. Lo fa più volte, fino a quando un piccolo sospiro le sfugge dalle labbra.
«Oh…» mormora, quasi delusa. Poi, con un filo di voce: «Sei tu, Chat Noir.»
Infilando la mano sotto la stoffa leggera della sua maglietta, si massaggia il ventre madido di sudore. «Sto sudando… ho caldo…»
La mia mente si offusca. Ogni parola le esce lenta, trascinata, e io non riesco a pensare con lucidità. È come se la sua voce mi arrivasse da lontano, filtrata da uno strato di vetro.
Arretro di scatto, a passo veloce, come se il contatto con la sua pelle mi avesse bruciato. Apro la piccola botola della sua camera, cercando aria, cercando una via di fuga.
«Signora e signore Dupain-Cheng! Sono Chat Noir, vostra figl—»
«Adrien, i miei genitori non ci sono…» mugugna Marinette, raggomitolata tra le coperte.
Un colpo netto al petto. «Smettila di chiamarmi così!» scoppio a gridare, troppo forte. La sua figura sobbalza al suono della mia voce. Un’ondata di colpa mi investe subito.
Lei si gira dall’altra parte, dandosi le spalle.
«Scusa…» sussurra, quasi impercettibile.
Non rispondo. Mi limito a scendere le scale, il passo incerto. La casa è silenziosa, impregnata di un calore familiare. Entro nella cucina, i miei occhi vagano sulle fotografie appese alle pareti: una piccola Marinette che ride, con le trecce storte e le mani impastate di farina. Sorrido debolmente, un nodo in gola.
Afferro un canovaccio dal gancio accanto al lavello e apro lo sportello sopra di esso. Una scatola di medicinali mi appare davanti. Scorro il dito tra le confezioni finché non trovo quella giusta. «Bingo» mormoro, soddisfatto, tenendo stretta la tachipirina.
Se Ladybug potesse vedermi adesso… forse, per una volta, sarebbe fiera di me.
Salendo di nuovo, il pensiero di ciò che Marinette ha detto poco prima mi trapana la mente. Perché ha pronunciato il mio nome? Mi ha riconosciuto? O era solo la febbre a confonderla?
Rientro nella stanza. Lei è ancora voltata di lato, il respiro irregolare. Mi schiarisco la voce, avvicinandomi in punta di piedi, quasi timoroso di svegliarla.
Con mano tremante sollevo il canovaccio, pronto a posarlo sulla sua fronte ardente. Ma prima che possa farlo, la sua mano afferra il mio polso con una forza insospettata.
«È troppo freddo…» mormora, con un soffio.
«Dobbiamo far scendere la febbre, Marinette» le rispondo a bassa voce, accarezzandole i capelli che le si spargono sul cuscino come seta nera.
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-Formidable- [Marichat]
Fanfiction🔒 Lei è Ladybug. Lui è ChatNoir. Ma fuori dalle maschere... nessuno sa niente di nessuno. Marinette è innamorata del suo compagno di classe Adrien, ma una notte finisce per perdere la testa proprio per ChatNoir, il suo partner. Peccato che siano la...
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