11.

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Il caldo afoso è un cappio al collo, ma l'ansia è peggio: è un fuoco dentro. Ginnastica.
Non posso sottrarmi, e non posso sfilare questa maledetta sciarpa rosa che mi stringe il collo.
Panico.

Alya e le altre chiacchierano, allontanandosi verso lo spogliatoio. Resto immobile fuori dalla porta, il cervello un groviglio di fili.

«Marinette? Tutto bene?»

Mi volto di scatto, e il respiro mi si blocca in gola.

Adrien.

È come se la luce si facesse più intensa, concentrandosi solo su di lui. Indossa solo la maglietta a collo alto, di un grigio che fa risaltare ogni cosa: le spalle ampie, la linea decisa dei bicipiti che riesco a malapena a intravedere.
I miei occhi si perdono, deglutisco a fatica.

Sento anche il suo profumo, fresco e leggermente agrumato, come una mattina di primavera.

«Ho… ho troppo freddo per fare palestra» mento, anche se la tensione mi ha davvero fatto venire un brivido.
Per favore, credimi.

Lui si acciglia, i suoi occhi verdi smeraldo si concentrano sui miei con una serietà disarmante.
Si avvicina, e il mio mondo si restringe.
Con una delicatezza che fa tremare le gambe, sposta la mia frangia umida e appoggia le labbra sulla mia fronte. Il suo respiro caldo sfiora la mia pelle. Non ho il tempo di svenire.

«Mh… sei un po’ calda. Non dirmi che la scusa di tuo padre, ieri, era una bugia.»

Mi ha beccata. La mia bugia fa acqua da tutte le parti.
«Non volevo creare problemi...» balbetto, sentendo le guance andare a fuoco.
Adrien sorride.
Appaiono le sue fossette, piccole e perfette, che mi fanno dimenticare tutti i problemi.
Mi accarezza i capelli. «Ti accompagno in infermeria, che ne dici?» dice, la decisione nel tono.
Annuisco, incapace di parlare.

Lui mi prende la mano, le nostre dita si sfiorano.
La sua pelle è tiepida e morbida.
Un paio di parole scambiate con la professoressa di ginnastica, e il suo tono da "bravo ragazzo" ci apre la via.

Mentre camminiamo, il corridoio sembra lunghissimo.
Il silenzio è imbarazzante, ma lui cammina con una calma olimpica. Siamo mano nella mano.
Non è un sogno. Non è un sogno.

«S-scusa, ti sto facendo perdere la lezione, mi sento una stupida» riesco a balbettare, rompendo l'incantesimo.
«Scherzi? Non ne avevo voglia, mi hai salvato!» risponde, sorridendo mentre apre la porta bianca dell'infermeria.

L'infermeria è piccola, asettica, sa di alcool e disinfettante.
I lettini hanno materassi di vinile verde acido. «Bene, paziente Dupain-Cheng, si accomodi pure,» scherza, indicando un lettino.

Sto al gioco.
«La avverto Dottor Agreste, rischio di addormentarmi,» lo informo, mimando uno sbadiglio.

«Nessun problema signorina, è in buone mani» sussurra lui, prendendo un asciugamano pulito e bagnandolo sotto l'acqua fredda.

Oh, lo credo bene.

Lo posa sulla mia fronte.

Rabbrividisco: il contrasto freddo sul mio calore febbrile è pungente. La testa mi pulsa, ma l'imbarazzo inizia a sciogliersi nella stanchezza.

«Mmh, che fastidio» mugugno, sotto il suo sguardo attento.
«Cosa?» chiede.
L'impulso è troppo forte.
Indico la sciarpa rosa, la sfilo di scatto e la getto con rabbia a terra.

«Oh…» sussulta Adrien.
I suoi occhi smeraldo si fissano sul mio collo, sui segni violacei e freschi. Mi siedo di scatto, una mano che cerca istintivamente di coprirmi.

-Formidable- [Marichat] Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora