56.

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Il soffitto sopra di me è buio.
Non distinguo nemmeno i contorni della stanza, solo il quadrato più chiaro della finestra, e il ticchettio fastidioso dell’orologio in cucina.
Non riesco a dormire.

Non riesco a dormire da solo.
Il silenzio pesa come cemento sulle orecchie.
La stanza degli ospiti ha un odore diverso, troppo pulito, troppo... vuoto.
Non sento la fragranza fruttata del corpo di Marinette.

Mi giro su un fianco, poi sull’altro.
Mi tiro su, appoggiando la schiena alla testiera.
Le lenzuola sono fredde, il mio petto nudo ancora più.

Chiudo gli occhi. Li riapro.
Penso alla piscina, al suo sorriso, a quella scena da film vietato ai minori interrotta dal panico più totale.
Penso a Tom.
Penso a lei che mi ha mandato via, e a me che ho accettato, senza protestare.

Poi, d’un tratto… un rumore.

Uno scricchiolio lento.
Una cerniera che cede.
Un click appena percettibile.

Sento il cuore salirmi in gola.

Mi volto di scatto verso la porta.
La maniglia si muove. Lentamente. Troppo lentamente.
Un filo di luce gialla filtra nel buio.

La porta si apre.
Silenziosa.
Come se qualcuno stesse cercando di non farsi notare.
Come se… non ci fosse nessuno.

Per un attimo mi irrigidisco.
Rivivo tutte le paranoie vissute nella villa Agreste, quando sentivo passi che non esistevano, quando ogni stanza era una trappola.

Poi vedo una mano.
Una ciocca nera.
Due occhi scuri che spuntano dal buio come fari.

«Marinette?» sussurro.

Lei entra senza dire niente, in punta di piedi, come un gatto.

Ha un maglione addosso – il maglione, quello blu inguardabile che ama tanto – e tiene stretto fra le braccia un cuscino.

«Non riesco a dormire» dice, appena un sussurro, quasi si vergognasse.

La fisso per un istante, in silenzio.
Poi sorrido, piano.

«Nemmeno io.»

Lei si avvicina al letto, ma resta in piedi.
«Ti sei spaventato?» dice con un sorriso beffardo.

Annuisco con aria teatrale.
«Ho pensato di essere nel prequel di un film horror. Sai, tipo "Il forno a legna: la vendetta del panettiere"»

Ride a mezza voce.
«Possiamo non parlarne più per il resto della vita, per favore?»

Annuisco con lo stesso tono.
Mi sposto un po’ nel letto, sollevando la coperta.

«Vieni.»

Lei posa il cuscino accanto al mio, poi si infila sotto le coperte, piano, come se avesse paura di romperle.
Il letto cigola appena.
È troppo stretto per due, ma nessuno dei due se ne lamenta.

Si sistema con la testa sul mio petto, e il cuore mi sobbalza.
Mi avvolgo attorno a lei come se fosse la mia coperta, la mia cura, la mia casa.

«Sei freddo» sussurra.

«Senza di te… lo sono sempre.»

Lei non risponde subito. Poi la sento sorridere contro la mia pelle.
«Adrien?»

«Mmh?»

«Domani… possiamo fare finta che la piscina non sia mai esistita?»

Sorrido nel buio.
«Solo se anche tu fai finta che tuo padre non abbia detto la parola ‘lubrificante’»

Ridiamo entrambi, soffocando le voci fra i cuscini.

«Però...non è stato affatto male, nel complesso» sussurro nel suo orecchio, infilando il braccio sotto la sua testa, sorreggendola.

-Formidable- [Marichat] Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora