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Il petto è stretto da quella strana pressione che ormai conosco bene: non è ansia paralizzante, ma pura, elettrica emozione. È una sensazione sottile, che mi attraversa lo stomaco e vibra nelle dita, urlandomi: oggi succederà qualcosa di importante.

E infatti... non devo alzarmi per capirlo.
Oggi compio diciotto anni.
Sono già in piedi, un minuto prima della sveglia, senza aver quasi bisogno del caffè.
La panetteria è il mio primo campo di battaglia.

«Marinette! Svelta! Abbiamo finito i croissant alle mandorle e c’è da sistemare le vetrine» mi richiama Papà, la sua voce forte e affettuosa che si fa strada tra il rumore delle impastatrici.

La mattina mi investe come un'ondata di vapore caldo e frenesia: clienti che entrano ed escono, sacchetti di carta che frusciano, lo zucchero a velo che volteggia nell'aria come neve sottile.

Indosso i miei abiti da lavoro, un grembiule pulito sopra il pigiama, e mi lancio nella mischia. Mio padre mi porge una teglia bollente di pain au chocolat con la naturalezza di chi sa che l'eroina del giorno non può mai rifiutare un dovere.

Così, il mio compleanno inizia correndo tra il bancone e il forno, un sorriso forzato per i clienti e dentro di me una parte che grida: oggi dovrei essere io quella da festeggiare, non il panettone!

È in questo caos magnifico che il telefono vibra nella tasca del grembiule.

Il mio sorriso si accende prima ancora di riuscire a sbloccare lo schermo. È automatico, stupido.

“Buon compleanno, principessa.
Sei sveglia?”

Mi porto il telefono al petto per un secondo, come se il piccolo oggetto potesse proteggermi dall'emozione che mi travolge.
Poi rispondo, cercando disperatamente di sembrare più composta di quanto una diciottenne al forno possa mai essere.

“Sto aiutando in panetteria, è un macello. Non è facile compiere gli anni quando si è i figli del capo! Ma grazie... davvero.”

Risponde quasi subito, la rapidità mi fa quasi cadere una spatola.

Non stressarti oggi, ok? È il tuo giorno.
Posso venire a darti una mano più tardi? Faccio il garzone del pane più bello di Parigi, non intralcio, promesso.

Panico. Totale. L'idea di Adrien Agreste, in un grembiule coperto di farina, circondato dai miei clienti, mi fa quasi bruciare un éclair.

“Ma assolutamente no! Sei matto! Voglio che anche tu ti viva questo giorno nel relax totale! Non devi lavorare!”

Sto ridendo da sola, in piedi in mezzo a una nuvola di vapore, quando arriva il suo vocale. La sua voce è bassa e divertita, un mormorio che mi raggiunge nonostante il frastuono dei campanelli.

«Stai già impanicando, vero? Ti sento da qui! Comunque penso andrò anche dal parrucchiere per l'occasione, questi capelli stanno crescendo troppo velocemente, poi ho paura di non piacerti più!»

Mi porto la mano sulla fronte. Sì, sto impazzendo. E sì, lui lo sa meglio di chiunque altro.

“Ah-ah come no” rispondo velocemente.

Lui? Non piacermi? impossibile.

Nel frattempo, mia madre mi richiama all'ordine, e io continuo il mio giro tra impasti, consegne e vetrine da pulire, cercando di mantenere un minimo di dignità da giovane adulta.

Poi, in un intervallo tra la consegna di un vassoio e l'altro, arrivano altri tre messaggi da Adrien.
Sono tre foto. Tre diversi outfit che si è scattato davanti allo specchio con l'aria palesemente incerta.

-Formidable- [Marichat] Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora