Quel bacio mi riportò indietro nel tempo.
Poi, senza dire nulla, lei si staccò da me.
Il suo viso, arrossato, era più bello che mai. Le sue mani tremavano, ed io d'un tratto non sapevo più che cosa fare.
Come se quello fosse stato il mio primo bacio; come se il computer che avrebbe dovuto regolare le mie emozioni si fosse di colpo resettato.
Era lei.
Era il cuore di tutto. La ragione per cui mi trovavo a Virginia; la stessa per cui avevo azzerato tutto ciò che aveva fatto parte della mia vita a New York.
Marianne, sempre senza parlare, si alzò dalle scale. Non mi guardò, fece un passo indietro e si diresse verso l'ascensore.
Avrei voluto parlare ancora, dirle qualcosa, qualunque cosa, ma non lo feci.
Avrei dato tutto pur di sapere che cosa stesse pensando in quel momento. Invece, rimasi immobile e in silenzio.
Mi alzai anche io dalle scale, mi diressi verso il portone. Lo aprii e sentii l'aria gelida della notte avvolgermi. Mentre stavo per uscire, mi voltai un'ultima volta verso di lei. I nostri occhi si incrociarono mentre le porte dell'ascensore che l'avrebbero riportata da Fabian si stavano chiudendo. L'espressione sul suo viso era indefinibile. Non sapevo se fosse arrabbiata, confusa, sorpresa o tutte e tre le cose.
Tutto ciò che sapevo era che non ero più disposto a lasciarla scivolare via, tra le braccia di qualcun altro, in silenzio. La amavo, e dentro di me, in profondità, lo sapevo. Ci doveva essere una parte di lei, per quanto invisibile agli occhi e nascosta dalla superficie, che non mi aveva dimenticato, messo da parte, cancellato per sempre. Ed era quella la mia speranza.
L'unica luce che nel buio della notte avrei continuato a seguire.
Il tempo che mi separò dall'arrivo del mattino si divise tra taxi, appartamento, doccia, poco sonno, caffè e sveglia presto.
Sotto la luce morbida del giorno, qualche ora dopo io e Ryan eravamo in centrale insieme. Davanti a noi, Miller compilava dei moduli seduto alla scrivania. Aveva appena terminato di parlare con Sue Bennett, la migliore amica di Maddie Greyson, l'ultima vittima. Non era emerso nulla, se non che anche Sue sapeva della frequentazione di Maddie con una nuova persona sconosciuta, e che questa sua relazione andava avanti da qualche settimana. Ma Sue non l'aveva mai vista, e non conosceva il suo nome. In realtà, non sapeva nulla di lui.
Era ciò che mi aspettavo. L'uomo che stavamo cercando era un fantasma. Non aveva nome, non aveva un aspetto fisico, non aveva un'età. Niente.
Consegnai ad Hart Miller il ciondolo e gli raccontai tutto ciò che mi era venuto in mente a riguardo. Gli dissi ciò che avevo detto a Ryan la notte precedente in albergo, e lui andò su tutte le furie, a ragion veduta, perché non gliene parlato subito e per non averlo consegnato immediatamente alla polizia. Chiamò la Scientifica e lo diede a chi si occupava dell'analisi delle prove.
<<Come hai detto che si chiama l'uomo che ti ricordi aver visto con questo ciondolo, dieci anni fa?>> mi domandò, sospirando.
<<Ray Dwight>> risposi.
Gli avevo raccontato di come avessi testimoniato contro di lui per il caso dell'aggressione a quella ragazza e di come a causa mia fosse stato poi condannato.
Miller si strofinò gli occhi, prese il telefono e compose un numero. Parlò per qualche minuto con qualcuno e poi riattaccò.
Guardò Ryan, poi me.
<<Ray Dwight è vivo>> disse <<ed è attualmente detenuto presso il penitenziario di Stonewall.>>
Sentii i battiti del cuore accelerare.
Stonewall era una cittadina a circa centocinquanta miglia da Virginia. Non grandissima, ma abbastanza grande per ospitare un carcere federale.
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La ballerina
Mystery / ThrillerEthan Welback, giovane giornalista di successo di New York, viene lasciato dalla ragazza che ama, Marianne. Deciso a riconquistare il suo cuore, abbandona il lavoro presso uno dei quotidiani più importanti della metropoli e si trasferisce a Virginia...
