Il Signor Blake

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                                                                                                                                  E forse, avrei dovuto avere più coraggio.

Il giorno dopo mi sentivo bene. Nessuna linea di febbre a impedirmi ciò che avrei dovuto fare in quel giorno.

Sebbene le mie non erano giornate movimentate, uscite con amiche o appuntamenti con ragazzi, io le amavo lo stesso.

Alle prime luci dell'alba mi ero ritrovata a contemplare davanti la finestra. Vidi i primi raggi di sole, sorgere su Seattle e notai uno stormo di uccelli cinguettare e volare chissà dove.

Poi, abbassai lo sguardo verso il basso e di nuovo quella figura incappucciata. Mi chiedevo chi fosse e per quale strano motivo se ne stava lì, al freddo pungente del mattino a fissarmi. Ma questa volta lasciò qualcosa davanti casa mia prima di andare via.

La casa aleggiava in un dolce silenzio, ancora tutti dormivano: tranne mia madre, lei era sempre la prima ad alzarsi.

«Piccola mattiniera, dove corri?» la voce di mia madre mi arrivò come uno dei più meravigliosi buongiorno che si potesse ricevere. Mi fermai un attimo, notai che si era girata verso i fornelli, stava preparando degli ottimi pancake. L'odore inebriante, fece svegliare il mio appetito.

«A prendere una cosa.» ed ero già fuori. A terra c'era una piccola scatola nera. Entrai dentro casa, mi sedetti sulla poltrona che era posta difronte il televisore.

Dentro la scatola c'era un biglietto.

"Stai attenta. Jil, il male è sempre dietro la porta."

Sobbalzai di colpo, non appena lessi il biglietto.
Non sapevo cosa pensare e, appena vidi Caleb davanti a me, fissarmi in modo strano, balbettai.

«G-già sveglio?» e misi subito il biglietto dentro il piccolo scatolino.

«Cosa c'è lì dentro che hai nascosto con tanta velocità?» Chiese curioso, notai gli altri miei fratelli raggiungerci. Avevano un lavoro, dovevano alzarsi presto anche loro.

Caleb e Nathan lavoravano in una palestra. Edward e Ray in un alimentare.

«Niente.» E lo sorpassai, chiudendomi poi in camera mia. Nascosi lo scatolino e poi corsi subito a fare una doccia prima di raggiungere gli altri a tavola.

Sotto il getto dell'acqua, stavo canticchiando lithium dei Nirvana. E poi sentii bussare alla porta.

«La colazione è pronta tesoro. Io vado, a stasera.» latrò mia madre, abbassai la manovella e uscii dalla doccia indossando subito il mio accappatoio.

«Buon lavoro mamma.» Ma quando aprii la porta, mia madre era già uscita. E la tristezza la sentivo mangiarmi dall'interno.

«Bambina mia, come mai quel muso?» alzai lo sguardo per guardare la figura alta di mio padre. I miei fratelli avevano preso tutto da lui. Gli occhi castani, i capelli biondi e la carnagione olivastra. Mentre io ero tutta mia madre: occhi azzurri e capelli castani, corpo snello e slanciato.

«Niente. Andiamo a fare colazione.» E pensai subito che il giorno dopo papà doveva tornarsene a Port Orchard, questa cosa mi dava fastidio. Tornai un attimo nella stanza per vestirmi e poi avanzai in cucina, dove trovai tutto pronto e i miei fratelli già erano seduti. Mi sedetti vicino a Ray che mi scompigliò i capelli. Papà era seduto alla mia destra ed io gli rivolsi un sorriso.

«Papà ti ricordi quella volta che siamo andati tutti a Port Orchard, ed io ho finto di essere una cantante famosa, iniziando a cantare davanti tutti i clienti del tuo negozio?» ridacchiai a quel ricordo. Improvvisamente vidi Nathan e Caleb sospirare.

«Voi due fingevate di essere la mia band.» Asserii poco dopo, ma è proprio in quel momento che Nathan colpì il tavolo, che venne bagnato dal succo che era stato versato nei bicchieri poco prima. Il mio sguardo si spostò a disagio su Caleb e gli altri.

«Respira Jil.» E mi ero ritrovata a stringere il tovagliolo tra le mani che, prima era perfettamente stirato. Quando me ne resi conto, lo lasciai cadere sul tavolo e poi Nathan si alzò.

«Caleb preparati o faremo tardi.» tuonò e lo sguardo dolce che prima mi aveva rivolto, era scomparso. Il suo sguardo era vacuo ed io mi alzai pure da tavola e mi chiusi dentro la mia stanza.

Sentii papà chiamarmi, ma chiusi talmente forte la porta che sovrastò la voce di mio padre Will.

Dovevo restare sola, almeno per un po'.

***

Il pomeriggio era arrivato subito.
Non avevo messo piede in cucina per tutto il tempo, così decisi di farlo. Dovevo uscire.

Mi guardai allo specchio che era posto all'entrata, sistemai gli occhiali. Guardai per l'ultima volta la gonna ampia e il maglioncino rosa e poi uscii di casa.

Non ci misi molto ad arrivare, per tutto il tragitto pensai a quel pacco e al biglietto. Sicuramente era uno scherzo di qualche stupido ragazzino.

Buttai fuori un lungo respiro, le temperature si erano alzate di poco e sentivo un leggero tepore sulle mie guance. Ma senza perdere tempo, salii le scale e mi scontrai con il signor Blake.

I suoi occhi sempre così gelidi e il suo abbigliamento... be', sempre impeccabile. Notai che mi guardò con insistenza e forse anche con un pizzico di curiosità.

«Salve, signor Evan.» dissi e mi sentivo sempre inadeguata quando c'era lui. Quest'ultimo mi lanciò delle chiavi e mi rivolse un'ultima occhiata.

«Tornerò in serata. Fino ad allora non ficcare il naso dove non devi.» E mi sorpassò urtando la sua spalla alla mia. Una cosa era chiara: Io non gli piacevo.

«Va bene. Buona giornata.» aggiunsi con poca voce. Evan, si girò e fece qualche passo indietro. Mi guardò attentamente, come se volesse ispezionarmi e poi aggiunse, «Ah un'ultima cosa, per te sono il signor Blake. Spero di non doverlo ripetere.» assunse un sorriso sghembo e potei notare la sua mascella contrarsi subito dopo.

«Sparisci dalla mia vista. ORA!!» Tuonò subito dopo, sussultai, per poi dargli le spalle e salire le scale.

Entrai dentro casa sua, iniziando il mio lavoro.
La sera sarebbe arrivata subito, e sarebbe arrivato anche lui. E lui non mi piaceva affatto.

Spazio autrice
Salve a tutti. Eccomi con un nuovo capitolo e spero vi piaccia. Cosa ne pensate di tutto ciò?
Fatemi sapere tutto nei commenti e lasciate una stellina se volete

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