La fedeltà [1]

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L'ansia cresceva ogni secondo di più. Le tempie di Jocelyn pulsavano terribilmente, tanto che pensò di svenire da un momento all'altro. Avrebbe voluto strillare come un'aquila agonizzante e priva del suo folto piumaggio, ma si tenne ogni tormento nell'animo, senza mostrarlo a Jason, che camminava furtivamente accanto a lei.

«Credi che siano morti tutti?», domandò, riferendosi alle guardie e non ai prigionieri. Il suo tono di voce era arrendevole e poco speranzoso, non esattamente riflettente l'ambizione di salvare il maggior numero di persone possibile, o almeno lo sembrò all'orecchio di Joy che non aveva compreso la domanda.

Una volta decifrata la vera richiesta, la ragazza prese parola. «Beh, Serena ha fatto tutto il lavoro... quindi è probabile», rispose dopo un po'. La sua voce era tremolante e seguiva il ritmo scosso delle labbra. Più volte la giovane rischiò di inciampare, troppo distratta fra i suoi pensieri.

J notò il tutto e sospirò affranto. «Ti sto perdendo, Joy. Riprenditi, non possiamo permetterci distrazioni al momento», la sgridò come una madre iperprotettiva. «Ricordi cosa ti ho detto al villaggio?», domandò poi. E come dimenticarlo? La discussione che Jason le aveva fatto poche ore prima era stata certamente incisiva. La scelta di combattere era stata sua e sua solamente, un tentativo di redimersi dopo tutti i guai causati al Branco. Oramai era troppo tardi per tornare sui propri passi. Centinaia di lycan valorosi stavano lottando e morendo insieme a lei, per lei, al di fuori della cupa torre a spirale.

La ragazza si limitò ad annuire velocemente e seguire l'amico, lasciando per sé i propri pensieri. Quest'ultimo, senza preavviso, si alzò di scatto ed uscì dal nascondiglio che avevano trovato: l'angolo di un corridoio in pietra, per fortuna ben illuminato da un paio di torce appese alle pareti. Mostrò il palmo della mano pallida e bianca ad un nemico inesistente che vide di fronte a sé, come a volerlo colpire con un incantesimo, ma poco dopo Joy notò le piccole fiamme provenire dalle dita estinguersi lentamente.

«Via libera. Ammetto che avevi ragione tu», esclamò il giovane.

Entrambi capirono subito che avrebbero potuto tranquillamente continuare il loro cammino senza intrusioni da parte di qualche draculiano nascosto. Non v'era il minimo odore di vampiro, solo un sottile tanfo di sangue proveniente dall'ultima sala, situata subito dopo il corridoio in cui si trovavano. Inoltre, alcune voci riecheggiavano tra i varchi della torre.

«Ci siamo quasi!», proclamò ad alta voce Jason, forse per rendere nota la loro presenza ai prigionieri non troppo lontani.

Le voci si fecero più insistenti, così come la camminata dei due lycan, che divenne ben presto una corsa affrettata. In un batter d'occhio i due si ritrovarono davanti alle celle. Queste straripavano di poveri prigionieri e di lupi enormi e deboli. Chi s'avventava sulle sbarre, chi sorreggeva feriti o morti, chi semplicemente se ne stava seduto in un angolino a piangere... era una scena orribile, troppo pesante da sostenere. Jocelyn trattenne più di un conato di nausea alla vista e all'odore di quello scempio, perciò in fretta e furia volse loro le spalle e, nel tentativo di concentrarsi, iniziò a muovere le mani sul tavolo in legno alla ricerca delle chiavi. Era tutto ammassato: armi, fogli con i numeri dei prigionieri segnati su di essi, pezzi di armature e rinforzi per le ali dei draculiani. Si beccò qualche scheggia nel dito ma ignorò le piccole ferite sanguinanti non appena afferrò l'ultima chiave. Le lanciò subito a J, che le afferrò al volo e subito aprì le varie serrature della cella. Invece di far uscire i detenuti, si bloccò sulla porta, rischiando di essere calpestato. I prigionieri scalpitavano, spingevano ed addirittura mordevano, pur di uscire. Il ragazzetto non poté fare a meno di creare un muro difensivo e bloccarlo sulla porta. I maghi all'interno delle celle cominciarono a lanciargli contro incantesimi dolorosi. Uno di loro, un uomo anziano, lo colpì mentre stava parlando.

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