Capitolo 56

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Mi sveglio, apro lentamente gli occhi, mi giro verso quel dannato rumore che ho sempre odiato in tutta la mia vita. Spengo quella dannata sveglia, voltandomi, poi, dall'altra parte e trovando il nulla.

"Ma dov'è andato a quest'ora? Il posto è ancora caldo quindi si sarà alzato da poc-..." Di colpo un conato di vomito mi sale per la gola, incitandomi a cacciare tutto quello che ho mangiato in questa settimana. Mi alzo di scatto dal letto e corro in bagno. Aprendo la porta trovo Samuel che si sta mettendo l'asciugamano in torno alla vita. Non me ne curo e corro dritta verso il gabinetto, mi appoggio ad esso e incomincio a vomitare tutto quello che ho in corpo. Samuel mi raggiunge e mi tiene i capelli da dietro, passandomi una mano sulla schiena per cercare di farmi rilassare i muscoli, ma in questo momento l'unica cosa a cui penso è che sto cacciando anche l'anima. Finito di vomitare prendo della carta e mi pulisco la bocca, lasciandomi a terra stremata. <<Cos'hai mangiato ieri?>> Mi chiede, aiutandomi ad alzare. <<Non ho mangiato nulla di nocivo per me, ma probabilmente ho fatto una mala digestione.>> Sorrido debolmente, ancora in po' affaticata per l'ininterroto vomitare. <<Dai, sciaqcuati e poi vieni di sotto, che ti preparo una camomilla.>> Mi sorride dolcemente, mi bacia la fronte e se ne va fuori. Sospiro, mi avvicino al lavandino e incomincio a lavarmi i denti come se non ci fosse un domani, decisa ad eliminare definitivamente quel gusto e quell'odore sgradevole che mi ritrovo. In tanto mi sciacquo anche la faccia per svegliarmi un po'. <<Oggi e il grande giorno. >> Sussurro, guardando il mio riflesso nello specchio. Scendo di sotto e vado in cucina. <<Amore, tieni.>> Samu mi porge la tazza riempita di camomilla. Lo ringrazio e poi incominciò a bere a brevi sorsi, visto che scotta. <<Andiamo un po' sul divano? Così ci rilassiamo prima di andare in azione.>> Guarda da tutt'altra parte, e capisco che sta pensando già a oggi. Gli prendo una mano e accarezzo il suo dorso. <<Andiamo.>> Affermo, trascinandolo in salotto. Mi siedo a gambe incrociate con ancora la mano inchiodata alla sua. Accende la TV, mostrando il TG, con la solita donna vicino al solito tavolo in vetro e i fogli in mano. Parla velocemente in spagnolo e capisco poco e niente. <<Certo che...se non fosse stato per la mia professoressa di Spagnolo non capirei neanche una parola di quello che sta dicendo sta tizia.>> Faccio un sorrisetto. <<Mmh, vediamo, facciamo un test. Voglio vedere fin quanto sei brava a parlare lo spagnolo.>> Si gira completamente dalla mia parte e così anche io. <<Prima di tutto, però, mi devi dire di che parte è dell'Italia tua madre. So che sei Italospagnolo, ma non so da che parte di Italia hai origini.>> Gli chiedo curiosa, aspettando attentamente una sua risposta. <<Secondo te come conosco Veronica?>> Mi risponde con una domanda. <<Non lo so, dimmelo tu.>> Dico ovvia, scaturendogli una risatina. <<Io ho origini Napoletane. Mia madre è Napoletana, proveniente dai quartieri Spagnoli, guarda caso. Mio padre è della Spagna, proveniente dal centro di Madrid.>> Mi spiega sorridendo. <<Ho conosciuto Veronica a Napoli. Faceva parte di un giro losco, così, facendole continuare quello che stava facendo, l'ho presa con me e l'ho messa a fare qualcosa che non la mettesse a rischio, per l'appunto fare i conti della merce, delle armi etc.>> Continua, anche se il suo sorriso svanisce di lì a poco, pensando chissà a cosa. <<Non sapevo che Veronica facesse parte di queste cose prima di venire con te. Vabbè, ora facciamo questo test.>> Cambio discorso, così da non farlo immergere in vecchi brutti ricordi. <<Ok, sei pronta?>> Mi chiede, facendo risplendere la stanza con il suo sorriso e facendomi mancare l'aria per un secondo. Annuisco energica, pronta. <<Te quiero>> Mi sorride dolcemente. <<Ma parti col facile! Anche fin troppo facile!>> Sorrido, appoggiando la tazza sul tavolino davanti al divano. <<Significa "Ti amo". E comunque, ti amo anch'io.>> Sorrido a mia volta dolcemente. <<Okay, andiamo avanti.>> Ci pensa un po' su, prima di continuare il test. <<Dondequiera que vayamos, será el paraíso.>> Dice, appoggiando la testa sul palmo della mano, reggendo il braccio sullo schienale del divano. <<Mmmh, non lo so, può darsi che sia..."ovunque andiamo, sarà il paradiso"?>> Chiedo con un po' di timore che possa aver sbagliato. Con un sorriso mi annuisce, dandomi la possibilità di gioire. <<Un'altra, un'altra, un'altra!>> Dico entusiasta. <<Cada vez que pienso en la felicidad, vuelves a mi mente.>> Ancora nella stessa posizione mi guarda dall'alto, con la sua possente muscolatura, aspetta che io risponda, ma questa frase mi torna leggermente difficile da tradurre. <<Può essere che sia...ecco, no, non è quello. Può essere allora che sia "Ogni volta che penso alla felicità, violi la mia mente"?>> Chiedo insicura. Di colpo scoppia a ridere, facendo ridere anche me. <<Cos'ho detto di sbagliato?>> Chiedo ridendo copiosamente. <<Tu non violi la mia mente, ma torni nella mia mente.>> Continua a ridere e io con lui. Ma quando poco a poco assemblo il significato della frase mi accorgo di cosa lui abbia detto. <<Davvero?>> Chiedo speranzosa. <<Certo che sì. Se non ci fossi tu, chi mi renderebbe felice?>> Mi chiede, avvicinandosi con le labbra alle mie. <<Ah guarda, io proprio non lo so, dimmelo tu.>> Dico sfidandolo. <<Nessuno.>> Annulla completamente le nostre distanze, facendomi sciogliere in quel dolce bacio, che scaturisce in me mille brividi. I nostri fiati si fondono, le nostre labbra si cercano sempre più affannosamente e le nostre mani vagano sul corpo dell'altro. Samuel si stacca leggermente, avendo la possibilità di dirmi qualcosa. <<Seamos meno perfectos y más felices.>> Mi sussurra sulle labbra. Capendo subito il significato mi lancio sulle sue labbra, affondando di nuovo in quella morbidezza che dapprima che conoscessi Samuel, non sapevo esistesse. Le sue labbra sono come catene per le mie, una pozione di inebrianza.

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