Un colpo alla porta mi fa aprire di scatto gli occhi. Mi precipito a vedere chi è e se la vista non mi inganna è proprio Nathan che ha un'espressione preoccupata. <<Nathan che hai?>> Gli chiedo accigliata, sbadigliando copiosamente. <<Mi serve il tuo aiuto. Voglio chiedere a Rosaly di essere la mia ragazza, ma non l'ho mai fatto in vita mia. Cioè, non ho mai avuto il bisogno di farlo, lo hanno sempre chiesto le ragazze a me e poi era solo una cosa che durava sì e no due giorni a volte anche meno. Il tempo di andare a letto e poi, insomma, bye bye, a mai più.>> Parla velocemente, ininterrottamente, senza smettere di agitare le braccia in modo maniacale, guardando da tutte le parti con ancora quell'espressione preoccupata e la paura di essere rifiutato negli occhi. Io sbarro gli occhi per la sua continua parlantina, visto che non è che così loquace abitualmente. <<Okay, okay, calmati. Respira, pensa e parla.>> Gli dico lentamente, cercando di portarlo per un po' nella tranquillità. <<Sì, scusa. Allora, voglio dichiararmi a Rosaly, ma non so come si fa, AIUTO.>> Dice lentamente, scandendo per bene l'ultima parola, facendomi ridere non poco. <<Okay, ti aiuterò.>> Dico, ancora scossa dalle risate. <<La smetti?>> Incrocia le braccia e mi fissa insistentemente. <<Andiamo, mettiamoci a lavoro.>> Lo prendo per un braccio ed esco dalla camera, ma prima di chiudere la porta controllo di sfuggita Samuel come sta, anche se non è cambiato proprio niente. <<Andiamo nel tuo ufficio.>> Dico, continuando a trascinarlo sin dentro lo studio. <<Allora.>> Ci sediamo uno di fronte all'altro, con me dietro la scrivania e lui davanti. <<Prima di tutto, l'atteggiamento.>> Dico, indicando il numero uno sulle dita. <<Seconda cosa, il discorso.>> Continuo a contare sulle dita. <<E per l'ultima cosa, l'aspetto, la cosa meno importante, perché dovrai colpirla maggiormente con i tuoi modi e con le tue parole.>> Gli dico con un piccolo sorriso. <<Ho capito ma il problema è "come?">> Dice ovvio. <<Ed è QUI che entro in scena io.>> Il mio tono da padrona mi da l'aria di qualcuno che comanda l'impresa più famosa al mondo, quando invece ho fatto solo molta pratica in questo campo. <<Alzati.>> Fa come gli dico. <<Ora chiudi gli occhi.>> Ancora una volta fa come gli dico. <<Ora immagina di avere Rosaly di fronte a te e di poterle parlare, di toccarla.>> Di punto in bianco un sorriso adorna le sue labbra, facendomi capire che ora sta immaginando, per lui, la creatura più bella mai inventata. <<Ora esprimiti. Esprimi quello che hai dentro, che hai nel profondo del tuo cuore in serbo per lei. Pensaci attentamente e parlale come se fosse l'ultima possibilità per farlo.>> La mia voce è flebile, così sottile e leggera ma che percepisce con rapidità ,visto che siamo solo in due. Nel frattempo prendo il cellulare e mando un messaggio a Rosaly che deve andare subito nell'ufficio di Nathan perché ha avuto un piccolo incidente. <<Okay, ma non so quanto possa funzionare.>> Dice insicuro. Intanto mi alzo dalla sedia e mi avvicino alla porta. <<Non ti preoccupare, tu mantieni gli occhi chiusi, blindati.>> Lo rassicurò, aprendo un po' la porta. Noto che Rosaly sta arrivando correndo, ma con un gesto veloce la fermo e le faccio segno di stare in silenzio. La guido nello studio, con dentro ancora Nathan con gli occhi chiusi. <<Dai Nathan, parla.>> Gli dico, posizionando Rosaly, ancora confusa, davanti a lui. <<Ros, non so come dirtelo ma...>> Immediatamente lo fermo. <<No no, non ci siamo, devi andare dritto al punto altrimenti le farai perdere interesse prima di iniziare.>> Lo ammonisco, facendo attenzione a non ridere. <<Okay.>> Sospira e riparte da capo. <<Rosaly Torres, io ti amo così tanto! Non sono riuscito a dirtelo fino ad adesso perché ho sempre avuto la pressione di Samuel e di Jason. Cioè, capiscimi, mettiti nei miei panni e immaginati di avere come capo mia sorella e sempre in giro per casa la mia sorella gemella che può intercettare ogni tuo singolo movimento, è oppressante. Appartengono il fatto che se ti faccio qualcosa mi arriva un proiettile in fronte.>> Fa un leggero sorriso, facendo quasi ridere me e Rosaly. Lei è completamente assorta nel discorso, con gli occhi a cuoricino che lo guardano ammaliata. <<Con questo voglio dirti solo che qualunque avversità che incontreremo, io ci sarò e la combatteremo insieme, almeno finché tu non mi voglia lasciare, sempre se ci mettiamo insieme.>> Mantiene gli occhi chiusi fino all'ultimo, ma solo una frase riesce a farglieli aprire subito. <<Ovvio che lo voglio.>> Il sorriso di Rosaly si apre da un orecchio all'altro, Nathan si risveglia dal suo sogno d'amore con la protagonista della sua storia di fronte a lui. Senza pensarci due volte Rosaly lo prende per le guancia e lo bacia solo come una vera innamorata sa fare. <<Evviva i neo-fidanzati!>> Gioisco immensamente, avvicinandomi a loro e abbracciandoli. <<Tu invece me la pagherai! Avevi detto che ci dovevamo allenare: l'aspetto, l'atteggiamento e il discorso.>> Mi guarda scherzosamente male. <<E tu li hai avuti tutti e tre. L'aspetto: sei bello così come sei e credo pienamente lei sia d'accordo con me; l'atteggiamento: è stato uno dei migliori; il discorso: era stramaledettamente perfetto. Quindi congratulazioni, sei un fidanzato DOC, per il momento.>> Gli do un piccolo pugno sul braccio. <<Grazie.>> Mi dice Rosaly ancora sorridendo. <<Di nulla, ho solo dato una piccola spinta.>> Le faccio l'occhiolino. <<So che è affrettato dirlo ma...>> Incomincia lei. <<Se un giorno sforneremo bambini, vorrei tanto che tu fossi la mia ginecologa, sarebbe la cosa più bella che tu potessi fare per me, per noi.>> Dice felice, facendo ridere me e Nathan. <<Sicuramente ne sforneremo dei figli, ma sei leggermente affrettata.>> Continua a ridere lui. <<Va bene, vi lascio soli, io torno dal futuro padre dei miei figli.>> Sorrido ad entrambi, lasciando lo studio e affrettandomi ad entrare in camera mia. Appena chiudo la porta noto qualcosa di strano. Guardo tutto il suo corpo, lo esamino attentamente, quando vedo un piccolo ed impercettibile movimento compiuto dal dito della mano visibile dalla porta. <<Si sta svegliando.>> Sussurro felice a me stessa. Mi avvicino velocemente a lui, sendendomi sul letto, avendo la possibilità di guardarlo in faccia. Lentamente i suoi occhi si aprono, mostrando la distesa azzurra che tanto mi è mancata in queste ore. <<Ciao.>> Sussurro tra le lacrime di gioia. <<Ciao.>> Mi saluta, ma con tono nervoso. <<Come ti senti?>> Gli chiedo ancora sorridente e tirando su col naso. <<Bene, diciamo. Mi sento solo come se un carrarmato mi avesse passato sopra più e più volte.>> Si lamenta, con una smorfia di dolore, toccandosi poi la testa. <<Tu, tu sei l'infermiera che hanno chiamato?>> Mi chiede. Il mondo mi cade completamente addosso. Il sangue mi si gela nelle vene e le lacrime di gioia si sostituiscono con quelle di tristezza. <<No, no, no, io sono la tua ragazza.>> Dico velocemente, alzandomi dal letto. <<Sono io, Ella!>> Dico indicandomi. <<Ma non farmi ridere, io non ho una ragazza!>> Dice arrabbiato. <<Nessuno può amarmi, nemmeno io mi amo!>> Continua rabbioso. <<No, no, io ti amo tantissimo. Abbiamo fatto così tante cose insieme e ne sono successe altrettante: abbiamo partecipato insieme alle sparatorie e anche all'ultima che ti hanno colpito; abbiamo adottato mia sorella che era stata abbandonata dai miei genitori e sei stato proprio tu a convincermi; tuo nonno Salvador...è...è morto e al funerale hai visto i tuoi genitori.>> L'ultima cosa la dico flebilmente, con la speranza che non mi abbia sentito. <<Poi hai due fratelli che sono gemelli, Rosaly e Jason. Per favore, dimmi che te lo ricordi.>> Le lacrime continuano a scorrere copiosamente sulle mie guancia. <<Certo, mi ricordo tutto, ma soprattutto ricordo che ti amo così tanto e che mi dispiace se ti ho fatto questo scherzo così crudele, amore mio.>> Di scatto mi fermo, lo guardo negli occhi sorridenti che si ritrova e mi avvicino a lui. <<Tu, sei un maledetto stronzo! Ti odio!>> Gli grido contro, sedendomi nuovamente vicino a lui e dandogli un pugnetto sulla spalla, non facendogli male a causa della ferita, che se si muove troppo non so se resiste al dolore. <<No, tu mi ami.>> Mi corregge, ma io non mi arrendo. <<Ti odio.>> Dico nuovamente. <<Mi ami.>> Ripete ancora. <<Si, ti amo.>> Cedo, non potendo andare avanti, sapendo già come sarebbe andata a finire. Con attenzione mi avvicino alle sue labbra e lo bacio calorosamente. <<Quanto mi è mancato e sì, sono passate solo ore, neanche giorni.>> Precedo subito la sua domanda. <<Che ne dici se mi alzo e-...>> Lo fermo sul nascere, staccandomi del tutto da lui. <<No, tu rimarrai a letto. Devi riprendere le forze e la ferita si deve rimarginare.>> Lo guardo dura, facendolo ridere, ma subito si ferma, notando che se ride la ferita gli fa male. <<Parlando della ferita, chi mi ha operato?>> Mi chiede curioso. <<Beh...>> Mi gratto la nuca. <<L'abbiamo fatto io ed Elia.>> Dico, con una leggera paura che si possa arrabbiare per aver messo in pericolo la sua vita sotto a mani incerte. <<Ah, menomale. Se mi aveste portato all'ospedale, col pericolo di essere arrestato, mi sarei arrabbiato non poco, però avrei capito. Insomma, come ti sei sentita quando mi hai...operato?>> Mi chiede, facendomi segno di stendermi affianco a lui. Mi stendo di fianco a lui, ma non troppo vicino, avendo paura di fargli male. <<Diciamo che assumersi la responsabilità di salvare la vita del tuo ragazzo è un peso enorme. Avevo paura di sbagliare tutto e non riuscivo a non pensare che tutto potesse finire male, anche dopo l'operazione, ma poi mi sono autoconvinta che quella non era la tua ora e quindi mi sono leggermente tranquillizzata, anche se non tanto, quel poco da farmi capire che saresti stato con me per altri lunghi anni.>> Ci sorridiamo a vicenda, creando un'aurea romantica che i film d'amore si devono proprio spostare, ma a rovinare tutto è un conato di vomito improvviso. Immediatamente mi alzo e corro in bagno. Mi accascio sulla tazza e incomincio a vomitare, anche se non ho mangiato nulla oggi. Finito di vomitare, mi sciacquo, mi lavo i denti e poi esco. <<Ella, tutto bene?>> Mi chiede preoccupato. Ancora un po' scossa, annuisco solamente con un leggero sorriso. <<Ma che ti sta succedendo?>> Mi chiede ancora più preoccupato. <<Non lo so, ma andrò dal dottore, va bene?>> Cerco di rassicurarlo. Annuisce, ma non è convinto. <<Io vado un attimo giù.>> Lo saluto con un bacio a stampo e poi esco dalla camera. Raggiungo immediatamente il salotto, nella speranza di trovare Veronica. La trovo, mi precipito da lei, la prendo per le mani e la trascino nel bagno degli ospiti. <<Ella, ma che hai?>> Mi chiede confusa. Chiudo la porta a chiave, mi giro verso di lei con una faccia bianca come un lenzuolo, guardandola disperata. <<Veronica, è da stamattina che ho la nausea e conati di vomito. Poco fa ho vomitato e la nausea non mi da tregua. Solo mentre scendevo le scale mi sono accorta che il ciclo non ce l'ho da circa un mese e sì, è sciocco da parte mia non aver sospettato già prima, ma credevo che era per lo stress e mi si fosse bloccato. Sono io che mi faccio prendere dal panico? Può darsi, ma come si spiega il fatto che oggi non ho proprio mangiato e che quello che ho mangiato a colazione lo avevo già vomitato?>> L'ansia, la paura prendono possesso di me. <<Ella, calmati, siediti e stammi a sentire.>> Mi siedo sul gabinetto, guardando disperatamente la mia amica che con un sorriso si avvicina a me. <<Tu sei la ginecologa tra le due, tu dovresti saperle queste cose, ma capisco che sei in ansia e che sei agitata. Ascoltami, se tu fossi incinta, quale sarebbe il problema?>> Mi chiede sorridendo, tenendo le mie mani nelle sue. <<Veronica, mi devo già occupare di Elis, come faccio con un altro bambino? E poi che ne penserà Samuel? Lui mi disse che sì, vuole figli, ma adesso abbiamo Elis per il momento, sarebbe così difficile gestire entrambi.>> Le lacrime solcano sul mio viso, pensando già a quello che potrà succedere in futuro. <<Tu lo vuoi tenere?>> Mi chiede preoccupata per una risposta negativa. <<Ovvio, Veronica. Non voglio che una creatura, anche se solo ancora una cellula, non abbia la possibilità di vedere la luce.>> Le mie lacrime si fermano. <<Però...>> Ricomincio. <<Non ne siamo ancora sicure.>> La fissò negli occhi, sperando di aggrapparmi a lei in questo momento, alla mia migliore amica. <<Okay, andiamo a prendere il test, più di uno, forse è meglio.>> Mi sorride, facendomi alzare dal gabinetto. Usciamo dal bagno e andiamo verso la porta d'ingresso. Ci dirigiamo al garage, prendendo la mia amata e unica Ferrari. Sfreccio per le vie di Madrid, trovando la prima farmacia nei dintorni. Parcheggio e usciamo dalla macchina. Andiamo dentro alla farmacia, ci avviciniamo al bancone e aspettiamo che i clienti davanti a noi abbiano finito. A parlare al posto mio è Veronica, che chiede gentilmente tre, e dico tre, test di gravidanza. <<Adios>> Ci saluta e noi ricambiamo. Ritorniamo in poco tempo a casa, posiamo la macchina e andiamo velocemente in casa. <<Ci serve un bicchiere di vetro.>> Le dico e lei annuisce. Torna dopo poco con un bicchiere consumato, che prima o poi si doveva buttare. Andiamo nuovamente in bagno, faccio pipì nel bicchiere e poi ci metto dentro uno dei test che abbiamo preso. <<Che poi, no, sto clearblue ti dice anche da quanto tempo sei incinta, ci manca solo che ti dice a che ora lo hai fatto.>> Fa una risatina. <<Io credo di saperlo quando e a che ora l'ho concepito, se sono incinta. >> Dico con non chalance, riportandomi a quel giorno nella Spa.
"Credevo di non essere nel periodo di ovulazione, o almeno così dicevano i miei conti. Basta, mi devo scaricare quell'app per il ciclo." Sbuffo, fissando quel bicchiere, con la speranza che non succeda nulla e che sia stata solo un'intossicazione alimentare, anche se improbabile.
Dopo 15 minuti...
<<Ella, è passato anche troppo tempo.>> Si lamenta Veronica. <<Non ho il coraggio.>> Controbbatto con la mia lamentela. <<Dai, forza.>> Sbuffo, mi avvicino al bicchiere e prendo quel test capovolto dalla parte opposta. Lentamente lo giro, sperando e pregando che non sia quello che sento già cos'è. Il test si mostra in tutta la sua bellezza, con la scritta incinta 2-3, cioè le settimane. <<O mio Dio.>> Sussurro. Veronica si affretta a prendere il test e leggere anche lei quella scritta. <<Ella, voglio farlo anche io.>> Mi dice, prima di posare il test nella scatola. <<In che senso?>> Le chiedo sorpresa. <<Non lo so, ho come la sensazione che dentro di me stia cambiando qualcosa e quel qualcosa non sono io.>> Annuisco. Prendo il bicchiere, butto il contenuto nel water e vado a lavarlo per bene. <<Tieni.>> Le porgo il bicchiere. Fa il mio stesso procedimento, finché non è il momento di controllare il risultato. Lo prende e lo guarda attentamente. <<Ella...sono incinta di una settimana.>> Mi dice sussurrando. Lacrime le solcano il viso, avendo paura della reazione di Cameron, che già aveva discusso del fatto che non voleva figli per il momento. <<Come farò? Non provare a dire che stiamo nella stessa barca, perché Samuel accetterebbe la condizione invece Cameron si sentirebbe oppresso e mollerebbe tutto così com'è...>> Scoppia ancora una volta a piangere, abbracciandomi a se. <<Vedrai che capirà.>> La rassicuro, o almeno cerco di farlo. <<Devi solo pensare che tra meno di un mese ti sposi. Parlando di questo, hai cercato qualcosa?>> Le chiedo e lei annuisce sorridendomi leggermente. <<Perfetto, allora quando risolveremo questa cosa, ricominceremo a preparare tutto.>> La abbraccio a me, anche se dentro sono stravolta.
"Ora come farò a dirlo a Samuel? Non ne ho proprio il coraggio, ma non posso neanche nasconderglielo. Aspetta, ma se gli faccio una sorpresa? Sì, certo, io non sono al settimo cielo, però alla fine una nuova vita non fa mai male e se glielo dico con una sorpresa sarà meno pesante del solito discorso serio." Sospiro, concentrandomi nuovamente sulla mia amica, che "per sbaglio" ha scoperto di essere incinta.
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Sei semplicemente mia
RandomElla Sanchez, una ragazza Italo-americana che ha da poco finito l'università per diventare una ginecologa e che ora lavora in uno studio tutto suo. Di colpo si troverà in mezzo al pericolo totale. Dalla sua solita monotonia, si ritroverà in una casa...
