3. ALEASE HA 39 ANNI

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Alease continuava a fissare la scatolina, senza osare prenderla in mano o anche solo avvicinarsi al tavolino dove era rimasta appoggiata per tutta la durata della cena e anche oltre. Aveva spreparato, tolto le candele e i piatti sporchi, ma aveva lasciato la tovaglia bianca per non dover spostare la scatolina. Ci aveva messo più del solito a lavare tutte le stoviglie, poi si era concessa un lungo bagno rilassante.

Lui aveva bussato due volte, la prima aveva anche provato ad aprire, ma lei si era chiusa a chiave. Un riflesso incondizionato, non ci faceva neanche caso. Era capitato molte volte che Drew entrasse in bagno mentre lei faceva pipì o era sotto la doccia. Era imbarazzante, soprattutto per lui.

«Tutto okay?» le aveva chiesto, la voce ovattata dalla porta chiusa.

«Sì.»

No. Niente era okay. Non sapeva neanche lei cos'era, ma di sicuro non okay.

Dopo il bagno era tornata giù, aggirando il tavolino e quella scatolina chiusa come se fossero due fauci pronte ad azzannarla appena si fosse avvicinata abbastanza. Si era sdraiata sul divano, un libro in mano. Si era messa gli occhiali – aveva perso alcune diottrie, tre anni prima. Era una seccatura ma tutti le dicevano che gli occhiali le donavano, le ingrandivano gli occhi di per sé molto piccoli e nascondevano le occhiaie.

Alease doveva ancora abituarsi a portarli, spesso li dimenticava sul comodino in camera e poi girava tutta la casa per trovarli ma invano, perché come si fa a trovare gli occhiali se si è diventati miopi d'un tratto e non si vedono che ombre e macchie di colore a distanza di venti centimetri?

Il libro non era valso a distrarla, il bagno non l'aveva rilassata. Era ancora rigida come un pezzo di legno e i suoi occhi continuavano ad essere attratti dalla scatolina.

Avrebbe voluto che sparisse. Avrebbe voluto chiudere gli occhi e dimenticarla. Lei, lui. Le candele, quella domanda.

Perché, perché adesso? Perché ora che iniziavo finalmente ad essere tranquilla?

Lui non immaginava neanche cos'aveva scatenato. Beh, forse un po' l'aveva capito, quando aveva bussato in bagno e aveva provato ad aprire ma si era trovato davanti un muro, letteralmente. E quando era sceso vedendo la luce accesa al piano di sotto e l'aveva trovata sul divano a leggere, o almeno, a fingere di leggere.

«Non hai sonno?»

«Voglio leggere un po' prima. Non ti volevo disturbare con la luce.»

«Non c'è problema, puoi venire su.»

Lei lo aveva guardato di sfuggita, mordendosi il labbro e tornando precipitosamente col naso nel libro. «Qui fa più fresco. Arrivo tra poco, davvero.»

Lui si era rassegnato ed era andato a dormire.

Quel "tra poco" si era trasformato in due ore. Sicuramente lui stava dormendo della grossa. Se fosse entrata ora in camera l'avrebbe sentito russare.

Russava fortissimo, cavolo, specie quando era tanto stanco o dopo aver fatto l'amore. Gli aveva comprato i cerotti nasali ma dimenticava sempre di metterli. Ogni tanto, mentre giaceva insonne dalla sua parte di letto e i minuti e le ore si succedevano rapidi sulla sveglia luminosa, Alease si sentiva sopraffare dallo sconforto e immaginava di andare a dormire sul divano o di tirargli un calcio così forte da farlo cadere giù dal letto. Invece gli dava un colpetto alle costole o tossicchiava, e lui smetteva subito, respirava pianissimo per una decina di secondi e poi ricominciava. E lei non dormiva.

Non succedeva sempre. Altre volte era lei ad addormentarsi di botto mentre lui la teneva abbracciata.

Non poteva lamentarsi, in fondo. No, non poteva proprio lamentarsi. Era felice, da due anni era tornata ad essere felice. Aveva ricominciato a sorridere. Anche Taylor, la sua collega alla libreria, le aveva detto che le sembrava più serena. Lo era, ma ce n'era voluto di tempo. E ora quella maledetta scatolina rischiava di rovinare tutto.

Generations - Vol 2Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora