La safe house in cui li avevano piazzati una settimana prima era una piccola villetta a un solo piano. Il vicinato era tranquillo, per non dire inesistente. Abitavano molto lontano dalla splendente Los Angeles, lontano dalla frenetica vita di città, dal chiasso del traffico, dalla puzza di smog.
Intorno a loro c'era solo un enorme distesa d'erba e poco oltre un boschetto. Se le circostanze non fossero state tanto tragiche, ad Alexa non sarebbe spiaciuto abitare lì.
Le mancava il lavoro, però. Le mancavano i suoi pazienti, la sua vita tranquilla. Ogni tanto, quando la vedeva malinconica, Marvin cercava di tirarle su il morale leggendole qualche stupidaggine trovata in Facebook. Alexa rideva ma avrebbe voluto piangere: quel ragazzino paraplegico aveva tanta più forza di lei.
Quando il bollitore fischiò, Alexa spense il fuoco e versò il tè in tre tazze per portarle in salotto, lì dove l'agente Reynolds la stava aspettando. Sedeva sul bordo del vecchio divano in tela scozzese come se dovesse alzarsi da un momento all'altro. I suoi occhi scuri scrutavano continuamente oltre le tende della finestra. Fuori aveva parcheggiato la sua auto, dentro cui l'aspettava una collega in borghese.
«Non doveva» disse Reynolds con la sua voce maschia quando lei gli porse il tè.
«Ho bisogno di tenere le mani occupate.» Alexa si sedette sulla poltrona dall'altra parte del tavolino e sorrise. «E poi non c'è problema al mondo che non si possa alleviare con una buona tazza di tè. Lo diceva sempre mia madre. Era inglese.»
«Era?»
«È morta quando ero piccola.»
I lineamenti duri dell'agente Reylonds non tradirono alcuna emozione. «Mi dispiace.» I suoi occhi migrarono di nuovo oltre il vetro della finestra.
Otterrei più partecipazione da una statua...
«È passato tanto tempo» liquidò la faccenda Alexa. Non aveva comunque voglia di parlare del suo tempestoso passato con un uomo che neanche conosceva. «Vuole chiedere alla sua collega di entrare?»
«Non è per questo che è qui.»
«Vuole dirmi perché siete qui, allora?»
L'agente continuò a tenere in mano la tazza senza sorseggiarla. «Spencer è stato rilasciato. Non siamo riusciti a trovare gli uomini che l'hanno aggredita. Non c'è nessuna prova a sostegno delle sue accuse.»
Le spalle di Alexa si curvarono e lei si lasciò andare contro lo schienale, tirando su i piedi e strofinandosi le gambe nude sotto gli shorts. «Lo immaginavo. Secondo lei perché non l'ho mai voluto denunciare?» Cercava di impedire al pianto di farle tremare la voce. Non voleva crollare, non voleva dargli l'idea di essere quel tipo di donna. Inspirò a fondo, guardò in alto, deglutì e chiese in finto tono tranquillo: «Quindi cosa succede adesso?»
«Resterete nascosti finché non sarà fatta luce sul caso.»
«Quindi non lasciate perdere?» domandò lei sorpresa.
«Non io. Il caso è stato affidato a me, così come la vostra tutela.»
Impossibile impedire alle lacrime di pungerle gli occhi, stavolta. «Grazie» sussurrò Alexa con riconoscenza. In quell'istante il suo cellulare trillò una volta. «Scusi un attimo.»
Alexa raggiunse Marvin in bagno. Lui evitò di guardarla, come sempre. Non si era ancora abituato a dipendere così tanto da un altro essere umano e faceva poca differenza il fatto che quello fosse il suo lavoro.
Alexa lo aiutò ad alzarsi dalla vasca e a vestirsi. Quando fu pronto lo portò in salotto. Reynolds non aveva ancora toccato il suo tè.
Potevo davvero evitare di prepararglielo, pensò Alexa indispettita. Quell'uomo poteva essere un bravo poliziotto ma ne aveva da imparare sulla buona educazione.
In quel momento Reynolds scattò in piedi, fissando la finestra.
«Che succede?» chiese Alexa, sentendo il cuore battere più forte.
Reynolds la ignorò e prese il walkie-talkie proprio mentre una voce femminile diceva: «Cole, è arrivato un uomo. Procedo?»
Reynolds valutò la situazione. Alexa si alzò sulle punte per capire cosa stesse succedendo e vide un taxi fermarsi proprio davanti al vialetto della casa.
«No, lascia che si avvicini» decise infine l'uomo. «Ma tieniti pronta.» Mise via il walkie-talkie e estrasse la pistola dalla fondina, tenendola bassa. I suoi occhi penetranti inchiodarono quelli di Alexa. «Restate qui.»
«Chi è quello?» domandò subito lei angosciata. «È un uomo di Spencer? Volete farlo entrare?»
Reynolds non le rispose e si fiondò all'ingresso, appostandosi accanto alla porta. Alexa affondò le dita nelle spalle di Marvin, non sapeva se per infondergli coraggio o per attingere dal suo.
Non poteva vedere l'agente direttamente ma spostandosi di qualche passo riuscì ad intravederlo riflesso sul grande specchio del corridoio. Teneva la pistola con entrambe le mani, gli occhi fissi sulla porta.
Poco dopo qualcuno suonò al campanello. Quel suono mai udito prima nella safe house giunse totalmente inaspettato, facendole accapponare la pelle. Si mise istintivamente davanti a Marvin, pronta a difenderlo con la vita dopo tutto quello che aveva fatto per lei.
Aveva perso la visuale sullo specchio ma udì la porta aprirsi e subito il rumore di una colluttazione, gemiti soffocati e imprecazioni.
E uno sparo.
Alexa indietreggiò, afferrò la sedia a rotelle e fece per spingerla con tutta forza verso l'uscita posteriore della casa. Ma in quel momento Marvin urlò: «No!»
Si sbarazzò delle sue mani e si precipitò verso l'ingresso.
«Marvin!»
Alexa lo rincorse, cercando di fermarlo ma lui si dibatté con energia.
«Lasciami!» Poi strillò: «Papà!»
Alexa sollevò gli occhi sgranati. Nella loro corsa erano arrivati davanti alla porta. L'agente Reynolds teneva la pistola ancora fumante puntata su un uomo steso a terra con un braccio sanguinante. Aveva folti capelli corvini e il viso smunto di un pallore vampiresco.
Sentendo l'urlo del ragazzino, l'uomo alzò la testa. I lineamenti del suo viso si distesero appena un istante prima di trasformarsi in pietra quando vide la carrozzina. Quegli occhi di ghiaccio così simili a quelli di Marvin divennero gelida pietra.
Il ragazzino ignorò il suo cambio d'espressione e si precipitò verso di lui, chinandosi per gettargli le braccia al collo. Le sue lacrime bagnarono la t-shirt nera dell'uomo e impedirono a Reynolds di staccarlo da lì.
L'agente e Alexa fissavano confusi padre e figlio, le lacrime dell'uno che si mischiarono al sangue dell'altro quando l'uomo si mise in ginocchio per abbracciare il ragazzino.
«Ciao, campione» mormorò lui, carezzandogli i capelli. «Sono tornato.»
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Generations - Vol 2
Literatura FemininaSecondo romanzo della serie "Generations" (INDISPENSABILE LEGGERE IL PRIMO) Sono trascorsi cinque anni dalla fine del primo libro. La terapia di Heather finalmente è conclusa ma lei non è più la stessa donna di prima: per qualche motivo rifiuta di r...
