67. JAMISON HA 21 ANNI

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Aveva mentito a Charla per la prima volta da quando si frequentavano. Le aveva detto che sarebbe rimasto a casa a studiare.

«Sei sicuro? Potremmo studiare insieme. Ho voglia di vederti» aveva aggiunto lei in un basso pigolio che gli aveva franto il cuore.

«Sai che mi concentro poco con te» aveva replicato lui sperando di farla ridere.

Lei non aveva emesso un fiato. Dopo un lungo silenzio aveva sentito dall'altra parte del telefono: «Okay... Buono studio» e aveva riagganciato. Non era da lei essere scortese e quello era il massimo della scortesia che le avesse mai visto commettere. Era turbato ma non quanto lo sarebbe stato il giorno prima. Adesso aveva altri pensieri per la testa.

Tornò all'Hilton in netto anticipo e attese mezz'ora in auto dall'altra parte della strada. Non sarebbe riuscito a stare un minuto di più in casa, con sua madre che lo scrutava attentamente e sicuramente aveva già capito che la sera prima non era andato tutto alla perfezione. Era tornato a casa prestissimo, anche se il piano originario comprendeva una colazione buffet al ristorante dell'hotel. Poi avrebbe trascorso la giornata con Charla, sarebbero andati al centro commerciale e le avrebbe preso un regalino simpatico per cementare quel primo compleanno insieme.

Ieri Jamison neanche immaginava che avrebbe potuto anche essere l'ultimo.

Sapeva che la sua relazione era in pericolo. Era nelle mani di Roz, una ragazza volubile, scomparsa dalla sua vita per un anno, riapparsa all'improvviso coi suoi ghigni sarcastici e la sua noncuranza.

Jam aveva passato la notte insonne, ripetendosi che avrebbe dovuto scordarla. Poi si era detto che doveva almeno ascoltare cos'aveva da dire in sua difesa. Doveva capire perché se n'era andata e l'aveva piantato in quel modo.

Adesso era davanti all'Hilton perché non c'era altro posto dove avrebbe voluto essere.

Ma lei non arrivava.

Si ripeté che era una ritardataria cronica, prima o poi sarebbe arrivata e lo avrebbe preso in giro perché "le ragazze devono farsi aspettare, mi conosci avvocato, perché sei arrivato così in anticipo?". E a quel punto avrebbe combattuto tra il fastidio di vederla così serena mentre lui stava così male e il desiderio di abbracciarla per assicurarsi che fosse reale.

Controllò l'orologio, poi chiese conferma dell'orario a uno dei facchini in livrea che stazionavano sul tappeto rosso.

«Le cinque e dodici» fu la risposta.

Jamison ringraziò e tornò all'auto con passo pesante. L'aveva ingannato di nuovo. Era scomparsa un'altra volta. Era mai stata lì? Si era sognato tutto?

Allacciò la cintura di sicurezza e poggiò le mani sul volante, assorto. Doveva parlare con Charla, scusarsi per il suo comportamento da stronzo. Non l'aveva trattata come la festeggiata che era. Non aveva nemmeno fatto l'amore con lei e sentiva di doverglielo. Avrebbe rimediato; l'avrebbe invitata quella sera da lui, avrebbe chiesto a sua madre di lasciarli soli. Lei avrebbe protestato, certo, ma non diceva mai di no al suo bambino...

In quel momento sentì un fruscio alle sue spalle e qualcosa di freddo posarsi sulla sua gola.

«Urla e sei morto» sibilò una voce.

Jamison restò immobile, scioccato.

«Il portafoglio.»

Lui indicò il vano portaoggetti con un dito tremante.

«Tiralo fuori.»

Lui ubbidì, prese il portafoglio e si girò lentamente.

E vide Roz stravaccata con le gambe sul sedile e la cannuccia della Coca in bocca. In quel momento succhiò forte e alitò soddisfatta.

Generations - Vol 2Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora