Quando riaprì gli occhi, per un attimo si trovò spaesato. L'unica cosa che capì immediatamente era che non si trovava più sulla strada sterrata che dalla villa di Spencer conduceva alla via principale.
Visualizzò con gli occhi appannati le pareti bianche, le tendine verdi, le luci soffuse che gettavano ombre inquietanti sui tavolini e gli altri letti.
Ospedale.
Tutto in quella stanza asettica diceva "ospedale".
Sentì un movimento alla sua sinistra e girò la testa, avvertendo subito una scossa in fondo agli occhi riverberarsi fino alle tempie. Serrò le palpebre e trattenne un gemito, aspettando che si placasse.
Il movimento – fruscii di vestiti – si fece più vicino.
«Dio ti ringrazio...» sentì sussurrare.
Quando riaprì gli occhi si trovò di fronte una donna che non aveva mai visto in vita sua. Non era vestita da infermiera; indossava una canottiera grigia, jeans neri al ginocchio e una borsa a tracolla in cuoio con la cerniera aperta a mostrare una marea di fazzoletti usati e la cover arancione di un cellulare datato.
Marvin cercò di guardarla in faccia. «Chi è lei?» gracchiò. La gola gli faceva male e deglutì.
La domanda innocente scatenò il disastro. La donna, che si era alzata dalla poltrona per guardarlo in viso, ci ricadde sopra come un sacco svuotato e iniziò a singhiozzare, coprendosi gli occhi con le mani.
Marvin rimase perplesso ma poi la donna cominciò a farneticare che era stata lei ad investirlo, gli era piombato davanti dal nulla in salita, non aveva proprio potuto evitarlo e le dispiaceva tremendamente, aveva temuto moltissimo per lui...
Marvin osservò i suoi occhi scuri annegare nelle lacrime e la bocca larga tremare per il panico ormai cessato. Poi chiese: «Mi ha portato lei in ospedale?»
La donna annuì, mordendosi le labbra nel tentativo di fermare il tremito. «Io lavoro qui. Ora non sono in servizio. Tua zia è venuta con me, ma quando ha visto che non ti svegliavi si è fatta portare a casa.» Come colta da un pensiero improvviso, affondò la mano nella borsa ed estrasse il cellulare arancione. «Devo chiamarla.»
Chiamò due volte, lasciò squillare, ma non rispose nessuno. Cocciuta, la donna rifece il numero ma Marvin mormorò: «Non risponderà. Starà dormendo adesso. È notte, vero? Che ore sono?»
«Le tre.»
Marvin la guardò stupito. «È rimasta qui tutto il tempo?»
«Era il minimo...» Le cateratte minacciavano di rompersi di nuovo. La donna tirò su col naso, mortalmente afflitta. «Chiamo i dottori. Tu non ti muovere.»
Marvin rimase tranquillo sul lettino, a farsi cullare dai suoni delle sirene e del traffico notturno che venivano dalla finestra. Era solo in quella stanza, l'altro letto era vuoto. Solo lui e i suoi pensieri confusi.
Era scomodo. Cercò di sistemarsi ma le gambe non rispondevano ai comandi. Marvin si sentì serrare la gola per il panico. Tentò di nuovo, sforzandosi al massimo, le tempie che si coprivano di sudore, i denti digrignati, ma si stava ancora sforzando invano quando la porta si aprì ed entrò un gruppetto di persone capitanate dal medico.
«Tutto okay, giovanotto?» gli fece l'anziano, strizzandogli l'occhio e consultando la cartella clinica che teneva in mano. «Hai preso un brutto colpo.»
«Perché non riesco a muovere le gambe?» domandò Marvin col cuore in gola.
Riuscì ad intravedere la donna di prima dietro due infermiere e i suoi occhi velarsi per l'ennesima volta.
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Generations - Vol 2
Literatura FemininaSecondo romanzo della serie "Generations" (INDISPENSABILE LEGGERE IL PRIMO) Sono trascorsi cinque anni dalla fine del primo libro. La terapia di Heather finalmente è conclusa ma lei non è più la stessa donna di prima: per qualche motivo rifiuta di r...
