24. AGGUATO NELLA NEBBIA

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Stordita, Erya afferrò una mano di Idemar e, accostandosi a lui, gli sussurrò, con il fiato mozzo: «È lei. È lei la minaccia. Il braccio ti avverte solo quando sei tu in pericolo»

Ma quell'improvvisa intuizione era inutile: Idemar l'aveva compreso nello stesso istante, intravedendo un'ombra nel sorriso della donna. Tutta la scena aveva un che d'innaturale, l'aveva avvertito fin dall'inizio, ma solo ora ne aveva la certezza.

Guardò Erya solo per un istante, poi si voltò di nuovo verso la donna, che era sempre più vicina, e fissò inorridito la piega disgustosa che aveva assunto la sua bocca, e l'atroce sorriso che le deformava il volto. Gli occhi erano gelidi, puntati su di loro come se avessero il potere di immobilizzarli, e a ogni passo la lunga chioma lucente fluttuava sinuosa.

Idemar fece un passo indietro, stringendo la mano di Erya.

Un'occhiata, si compresero al volo. Un istante più tardi Idemar fischiò e cominciarono a correre nella nebbia, con Cobalto e Chiomadoro che galoppavano dietro e l'unico intento di mettere più strada possibile tra loro e l'orrenda creatura.

Nella foga, Idemar perse l'arco, ma non osò fermarsi nemmeno un istante per raccoglierlo, perché i lamenti erano ripresi, e non avevano più il suono caldo e armonico che li aveva condotti fino a lì: erano freddi, acuti e carichi d'astio. Un grido di vendetta che gelava il sangue nelle vene.

Non seppero mai come riuscirono a evitare le buche di melma più insidiose, ma furono fortunati e si fermarono solo quando la voce fu lontana e quasi impercettibile.

Entrambi sapevano di aver corso un grande rischio, ma non riuscivano a parlarne: la trasformazione della donna li aveva lasciati senza parole, e aveva fatto piombare loro addosso tutta la gravità della situazione. Proprio come aveva detto Roak, la palude di Fogran era insidiosa, e non avrebbero avuto pace finché non se la fossero lasciata alle spalle.

Discussero qualche minuto sulla direzione da prendere, concordarono di essersi spostati troppo a est, e si affrettarono a proseguire in direzione opposta, i cavalli obbedienti e spaventati al seguito.

Tutto pareva essere di nuovo tranquillo, anche se la nebbia era impenetrabile come prima e le buche melmose un'insidia costante. Il silenzio regnava di nuovo incontrastato, rotto solo dallo scalpitio dei cavalli e dal rumore dei loro passi sul terreno umido, intervallati da frequenti risucchi dei piedi che venivano liberati dalla morsa fangosa.

Lento, il sole cominciò la sua parabola discendente e si avviò al tramonto, colorando la barriera nebbiosa di rosso.

I due ragazzi si fermarono e si sedettero in un piccolo spiazzo meno fangoso degli altri, per consumare un veloce pasto e concedersi un po' di riposo. Cobalto e Chiomadoro non si erano tranquillizzati e continuavano a scalpitare.

«Avremmo dovuto tenere in maggiore considerazione gli ammonimenti di Roak» affermò Idemar. «È stato sciocco da parte nostra seguire quel richiamo»

Erya annuì. Nessuno dei due aveva dubitato di quel pianto fino a quando non si erano trovati di fronte al freddo sorriso della donna, ma almeno questo errore era servito loro a capire che non era il caso di sottovalutare le insidie di Fogran.

«Credi che riusciremo a lasciare questo postaccio?»

«Stai tranquilla, sono certo che presto sarà solo uno sgradevole ricordo» rispose Idemar. Ma lui per primo non era sereno. Il suo senso dell'orientamento aveva subito una serie di duri scossoni da quando avevano messo piede in quella palude, e la ricerca della donna che piangeva era stato il colpo decisivo. Come se non bastasse, il braccio non aveva mai smesso di fargli male e il dolore, anziché diminuire, sembrava farsi più forte. Li aveva condotti al pericolo, anziché aiutarli e, nonostante sapesse di essere l'unico colpevole, non era certo di volergli prestare attenzione. Erya si stava appena rasserenando: era davvero necessario agitarla di nuovo?

Il Cuore di DjinoraLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora