72. L'INFERMERIA

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I rumori della battaglia giungevano a lei lontani, attutiti. Si alzò a sedere sul letto e osservò le candide lenzuola; stava recuperando le forze, ma si sentiva ancora debole.

Sapeva ciò che le era accaduto; la sera precedente era rinvenuta in quel letto dell'infermeria, nella stessa stanza che aveva ospitato Sjili qualche giorno prima, e aveva parlato con il ragazzino, con Idemar e Aredel. Era salva solo grazie al Finìlien e alla prontezza di Idemar, e ora non poteva fare nulla per sdebitarsi; l'amico era là fuori, a combattere contro l'esercito invasore, e lei era bloccata a Darmet.

Anche Sjili era in battaglia; Ashira l'aveva preso in custodia promettendo di proteggerlo e il ragazzino era tanto desideroso di rendersi utile che per Erya non era stato possibile impedirlo. Avrebbe lavorato a fianco degli arcieri, alimentando le fiamme dei dardi infuocati che scagliavano sul nemico.

Era doloroso per lei stare lì sapendo che gli amici rischiavano la vita fuori dalle mura di Darmet; ogni volta che il rumore della battaglia giungeva a lei più forte il cuore sobbalzava per la paura, e si sentiva stringere lo stomaco in una morsa d'angoscia. Aveva combattuto al loro fianco per giorni, ma mai aveva sentito la morte così presente. Ora che si trovava al sicuro aveva paura, paura per gli amici come se si trovassero in pericolo per la prima volta. Sul campo di battaglia non c'era mai troppo tempo la preoccupazione.

Per quanto si sforzasse non riuscì ad allontanare l'angoscia irrazionale dalla mente, né a riprendere sonno: appena chiudeva gli occhi era tormentata da scene di battaglia e vedeva gli amici feriti.

Dopo qualche ora trascorsa a rigirarsi tra le coperte si mise a sedere. Per un attimo le mancò il fiato e le girò la testa, tanto che faticò a mettere a fuoco le bianche pareti della stanza. Poi respirò a fondo, e lentamente si abituò alla nuova posizione.

I suoni della battaglia che si svolgeva a poche centinaia di metri giunsero alle sue orecchie più nitidi, e si sentì ancora una volta sommergere dall'angoscia. Non poteva restarsene lì senza far nulla, non con il tormento di quei rumori che avevano la voce della morte.

Si fece forza e posò entrambi i piedi sul freddo pavimento. Poi, con cautela, si alzò, rischiando subito di crollare in avanti priva di forze. Si appoggiò al muro dello stanzino e fece il primo, barcollante passo.

Le pareva di essere stata immobile su quel letto per settimane! Possibile che solo il giorno precedente avesse camminato come tutti gli altri, e combattuto? Possibile che fossero trascorse solo poche ore da quella corsa affannosa verso Darmet?

Aredel l'aveva avvertita, la sera prima: si sarebbe sentita senza forze per l'intero giorno, se non più a lungo, e avrebbe dovuto attendere con pazienza il loro ritorno; ma Erya sentiva di non avere tempo, e di dover fare il possibile per accorciare la durata della convalescenza. Non avrebbe lasciato soli gli amici ancora a lungo, non avrebbe potuto, era impossibile restare a Darmet sapendo quello che stava accadendo fuori.

Passo dopo passo lasciò la stanza e si trovò nell'infermeria, dove la maggior parte dei feriti era adagiata su giacigli ordinatamente disposti all'interno di una grande sala. Qui vi erano decine di guaritori, alcuni darmetiani, altri Elfi.

Il silenzio avvolgeva la sala in un caldo e confortante abbraccio; e non era il silenzio carico di disperazione che accompagna la morte, ma latore di pace e serenità. Erya se ne sentì subito avvolta e il cuore angosciato si placò.

Nessun ferito si lamentava, nessuno gridava dal dolore; tutti erano addormentati e i loro volti sereni.

Erya avanzò a rilento lungo la stanza, osservando curiosa i degenti. Uomini, Feark, Elfi, accomunati dalla stessa espressione rilassata: se non avesse saputo che si trovava in un'infermeria avrebbe creduto di essere entrata in un grande dormitorio, in tempo di pace.

Una guaritrice Elfo dai lunghi capelli castani le si avvicinò. Sembrava danzare senza toccare terra e il suo sorriso aveva qualcosa di luminoso, di forte, come se sprigionasse vita. Il passo successivo parve a Erya più facile, come se bastasse la presenza della guaritrice ad allontanare la sofferenza.

Quando fu più vicina e ne incrociò gli occhi verdi e dorati comprese che si trattava di Lilieth, la grande guaritrice di Ajersis che già aveva curato Eareniel dopo l'attacco dei Kral.

«La tua volontà è forte, Erya»

«Non posso lasciare soli i miei compagni»

«L'incertezza e la preoccupazione sono più dolorose di molte ferite e soffocano, lasciando senza respiro»

«È proprio così che mi sento. Devo tornare da loro»

«La volontà di guarire è l'infuso migliore, in questi casi. Tu non sei malata, recupererai presto le forze»

«Grazie per tutto quello che avete fatto per me»

«Quando sei giunta qui, accompagnata dal custode del Cuore di Djinora, il veleno ti aveva già abbandonata. Avevi solo bisogno di riposo, perché il tuo animo era spossato dalla battaglia combattuta contro l'invisibile nemico che stava per catturarti»

Erya lanciò un'occhiata attorno a sé e lo sguardo cadde su un paziente giovanissimo, quasi un bambino, steso su un giaciglio poco distante.

«Vorrei che avessero anche loro la mia fortuna» sospirò, la voce rotta dall'emozione.

«E così sarà» Lilieth si chinò ad accarezzare la fronte del ragazzino con fare materno. «Stanno recuperando le forze, come te, e presto staranno bene»

«Com'è possibile? Molti feriti sono morti, e altrettanti sono giunti qui in condizioni disperate»

«C'è sempre speranza» sussurrò la guaritrice. «Sempre, anche quando la via si fa buia e spaventosa, la speranza deve dimorare nel nostro cuore, perché il buio è solo un mantello indossato dalla luce»

Erya si disse che non avrebbe mai compreso fino in fondo gli Elfi.

«Lo puoi vedere anche tu. I volti sono lo specchio della pace che avvolge il loro animo. Nessuno di loro morirà, non per le ferite riportate nel corso della battaglia, per quanto gravi fossero. Il nettare di Ilinwe li ha salvati»

Erya sussultò. «Ilinwe!»

Lilieth sorrise, e questa volta il sorriso era velato di tristezza. «Ilinwe si è donato completamente per la salvezza di quanti combattono questa guerra. Non si è risparmiato, ha offerto ogni goccia della sua linfa ai guaritori»

Erya fu colpita dal ricordo di quanto le aveva detto Aredel a proposito della rottura dell'amicizia tra il popolo fearkiano e gli Elfi.

«Ogni goccia?» mormorò.

«Ogni goccia» ripeté Lilieth. «Si è sacrificato per noi, e ora nessuno tra i guardiani del giardino di Ajersis può fare qualcosa per lui. Il suo destino è perire; quando abbiamo lasciato le nostre dimore per metterci in cammino verso Darmet stava già cominciando ad appassire. Ma una goccia della sua linfa scorrerà in tutti coloro che vivranno grazie al suo sacrificio, e Ilinwe resterà in vita nel cuore di tutti i popoli alleati»

Non era facile convincersi della morte di Ilinwe; Erya aveva sempre pensato all'albero di Ajersis come a un'entità dotata di volontà propria ma fuori dalle leggi che regolavano la vita degli esseri umani. Ricordava il tono con cui ne parlava Aredel, un misto di affetto e rispetto, e si chiese se l'amico Elfo conoscesse la sorte dell'albero che aveva accudito, come guardiano del giardino, per anni.

Quella triste notizia le fece sentire la morte ancora più vicina; non avrebbe più potuto tornare nella stanza che le era stata assegnata e riposare, non sarebbe riuscita a sopportare l'angoscia di quella solitudine carica di tensione. Rimase quindi nello stanzone e trascorse il pomeriggio assieme ai guaritori, che osservò con curiosità nello svolgimento del loro lavoro rendendosi utile come poteva.

Molti feriti furono trasportati in infermeria dal campo di battaglia, e a tutti veniva data la pozione che conteneva la linfa dell'Ilinwe. Erya rimase sorpresa nel vedere con quanta facilità i guaritori Elfi riuscivano a curare le ferite più gravi, grazie al preziosissimo aiuto dell'albero bianco. Uomini, Feark ed Elfi si addormentavano nel giro di pochi minuti, e dai loro volti scompariva ogni traccia di dolore.

In particolare, Erya teneva sotto controllo i Diversi liberati. Ogni volta che qualcuno di loro era trasportato in infermeria privo di sensi, la ragazza poteva tirare un sospiro di sollievo: Idemar era ancora vivo.

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