Il silenzio che avvolgeva come un manto la città, innaturale e carico di tensione, e che Idemar aveva definito "la calma che precede la tempesta", fu bruscamente interrotto dal cupo rimbombo dei tamburi, che crebbe fino a far tremare le mura.
Il re aveva fatto scortare donne e bambini nei sotterranei del palazzo, dai quali avrebbero potuto, in caso di caduta della città, fuggire e abbandonare Darmet tramite una galleria sotterranea che conduceva a un piccolo bosco a qualche chilometro dalla città.
Il primo lancio di trabucco nemico colpì di striscio uno dei torrioni, e l'intera Darmet tremò.
Subito, in risposta, i darmetiani lasciarono partire in rapida sequenza tre lanci di catapulta e gli arcieri, schierati sulle mura, si prepararono a scoccare le prime frecce.
E la battaglia ebbe inizio. L'enorme, nero esercito di Hodger marciò verso le mura della città, incurante dei morti che lasciava dietro di sé, colpiti dalle frecce degli arcieri o dalle pietre lanciate dalle catapulte. Il numero era la loro forza, le perdite non erano un problema.
In prima fila erano schierati gli arcieri, precisi e spietati, le cui frecce fioccavano sui soldati di Darmet che stavano sopra le mura. Dietro di loro alcuni Swargr sorvegliavano trabucchi e catapulte, che non smettevano mai di bersagliare le mura scuotendo l'intera città.
Più lontani venivano Swargr e Uomini armati di spade, asce e picche. Tra questi, notò Erya con un brivido, vi erano giovanissimi, persino bambini. Erano i Diversi, scelti come soldati a causa delle loro capacità, e in mezzo a loro avrebbe dovuto esserci anche lei. Li vide avanzare ordinati, compatti, senza esitazioni, e fermarsi fuori dalla portata dei colpi avversari; si muovevano come un unico, grande corpo.
Erya distolse veloce lo sguardo e incoccò una nuova freccia. Aredel e Idemar, accanto a lei, non mancavano mai il bersaglio, e già molti soldati invasori erano stati colpiti dalle loro frecce.
Dietro la fila di arcieri stavano gli Uomini addetti alle catapulte, che lavoravano a ritmo frenetico. Erano quelli che danneggiavano più pesantemente gli avversari, e grida di esultanza si levarono alte quando uno dei lanci andò a colpire uno dei trabucchi nemici trasformandolo in un mucchio di rovine che crollarono sugli Swargr più vicini.
Ma la gioia non durò a lungo: pochi minuti più tardi un'enorme pietra lanciata dal nemico sorvolò le mura con una parabola precisa e mortifera; Erya ne seguì la traiettoria con il cuore in tumulto, incapace di scostarsi anche quando ebbe la certezza che sarebbe caduta vicino a lei.
Colpì una delle catapulte che stavano dietro gli arcieri, e in un istante, con uno schianto spaventoso, una nube di schegge di legno e ferro esplose in ogni direzione. Ed Erya si ritrovò a terra, senza sapere come ci fosse finita, accorgendosi appena dell'ombra sopra di lei, mentre tutto si faceva indefinito e la mente diveniva incapace di comprendere ciò che stava accadendo.
Poi tornò in sé, e lentamente si mise in ginocchio. Vide Idemar steso a terra al suo fianco; da una profonda ferita al braccio usciva copioso il sangue, ed Erya capì che era stato l'amico a gettarla a terra e a proteggerla dalle schegge. Subito allungò la mano e gli toccò la fronte.
«Idemar!» lo chiamò.
Per un terribile secondo non accadde nulla; poi il ragazzo si mosse appena, quindi aprì gli occhi e si sollevò lento, ancora frastornato. Il rumore della catapulta che esplodeva gli rimbombava ancora nelle orecchie.
«Sei ferito» mormorò Erya.
«Non è niente» disse, e si legò un pezzo di stoffa al braccio per fermare il sangue.
Molti dei loro compagni arcieri non erano stati altrettanto fortunati, e alcuni di loro non si sarebbero più alzati dal pavimento lastricato sul quale giacevano.
I due ragazzi cercarono con lo sguardo Aredel, e lo videro, poco distante, scoccare l'ennesima freccia sul nemico. E anche per loro il combattimento riprese.
Dopo qualche ora, al calare del buio, gli invasori si ritirarono, compatti e incuranti dei caduti, e in breve tempo il silenzio scese di nuovo su Darmet, mentre la tregua dava modo a Uomini e Feark di riposare. I feriti furono condotti nelle stanze adibite a infermeria e i corpi dei caduti rimossi dalle strade, in attesa di sepoltura.
Norken convocò i capitani per riferire loro un piano messo a punto per il giorno successivo.
Si riunirono sulle mura, poco lontano da uno dei torrioni, il meno danneggiato dalla furia dei trabucchi avversari. Un tratto di parapetto aveva ceduto, e il pavimento di pietra era cosparso di calcinacci e macerie, come gran parte della zona. Le guardie di Darmet avevano ripreso il loro pattugliamento delle mura, e si muovevano su e giù reggendo le fiaccole.
Norken li fece sedere in cerchio e si accomodò tra loro. I suoi occhi brillavano sul volto acceso dal caldo e dalla furia del combattimento, e la voce era ferma e decisa quando cominciò a parlare. «Darmet è una città dalle mura robuste, ma il nemico può contare su grandissimi numeri e gli esploratori ci hanno informati che nelle retrovie, che ancora non si sono avvicinate alla città, vi sono almeno venti fra trabucchi e catapulte, e non possiamo pensare di resistere a lungo. Quello che abbiamo visto stasera è solo un piccolo assaggio di ciò che ci riserva Hodger, e non è possibile per noi difenderci dall'interno della città»
Nihirat fece una smorfia scettica. «Credi sia meglio uscire?»
«Ne ho parlato a Kilian e a re Ulmer, ed entrambi concordano con me. Non è possibile tenere in piedi la città a lungo. Per i nostri avversari quella di oggi è stata una prova, non una dimostrazione della loro forza. Avranno certo verificato che la gittata dei loro trabucchi supera quella delle nostre catapulte, e già da domani dobbiamo aspettarci un posizionamento più accurato da parte loro. Rischiamo di morire schiacciati dalle stesse mura, se non scendiamo in campo aperto»
Nihirat non era ancora persuaso; abbandonare la protezione delle mura non sarebbe stato semplice e pareva avventato, ma Norken era deciso a convincere i suoi collaboratori. «Non abbandoneremo in massa la città. Qui rimarranno metà degli arcieri e gli Uomini con le catapulte, ma è necessario che gli spadaccini e chi possiede armi da corpo a corpo affrontino il nemico in campo aperto. Senza contare che ancora non abbiamo avuto modo di scoprire che cosa è in grado di fare il reparto arretrato dell'esercito, quello composto dai Diversi. Non possiamo aspettarci che non entrino in azione, e si limitino a osservare la battaglia da lontano come hanno fatto oggi. È necessario agire prima di essere presi in contropiede, perché nessuno conosce le loro capacità»
«Sono d'accordo» disse Idemar. «È necessaria un'azione mirata, che li colga alla sprovvista. Certo si aspettano che noi continuiamo a difendere le mura dall'interno e una reazione differente potrebbe creare loro qualche difficoltà»
«Ma è importante che la strategia preveda una valida difesa di quanti attaccheranno il nemico in campo aperto» disse Ashira, accoccolata su una grossa pietra, fino a poche ore prima parte di un muro. «La loro superiorità numerica è schiacciante, non possiamo uscire allo sbaraglio, perché saremmo destinati ad avere vita breve»
«Naturalmente. La compattezza e il tempismo saranno fondamentali. Occorrerà sfruttare al meglio le risorse a nostra disposizione» disse Norken. «Non ci faremo cogliere impreparati»
«Cosa dovremo fare?» chiese allora un Feark in tono sbrigativo.
«Abbandoneremo Darmet prima che sorga il sole, e ci schiereremo a nord della città, appena fuori le mura. Le catapulte, dall'alto, cercheranno di facilitarci il lavoro, così come gli arcieri che rimarranno a difendere le mura. Quando giungerà il nemico lo attaccheremo faccia a faccia, mentre il gruppo di arcieri si terrà nelle retrovie, e ci darà una mano da lì, cercando di evitare il corpo a corpo»
«Siamo inferiori per numero, una mossa di questo tipo potrebbe essere la nostra rovina» obiettò Pyxis.
«È possibile, ma se restassimo tra le mura la rovina sarebbe certa» rispose Ashira. «Senza contare che per il mio gruppo, come per altri, la battaglia non è ancora iniziata. Il nemico deve ancora assaggiare le lame delle nostre spade»
«Proprio perché siamo numericamente inferiori, è giusto sfruttare al massimo le nostre potenzialità» aggiunse Idemar. «Non sono i grandi numeri a far vincere le guerre»
«Però male non fanno» commentò Pyxis, cupo. «In ogni caso, il mio gruppo, che oggi ha assistito allo scontro a distanza senza la possibilità d'intervenire, da domani potrà dar dimostrazione della propria forza»
STAI LEGGENDO
Il Cuore di Djinora
FantasyIdemar vuole scoprire il significato del segno che lo accompagna fin dalla nascita. Erya ha dovuto nascondere per tutta la vita le proprie capacità a causa della paura che quelli come lei - conosciuti con il nome di Diversi - infondono nella gente. ...
