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Mi concentrai invece sui dolci che avevo appena tirato fuori, avevano un aspetto delizioso. Erano come dei cupcakes ricoperti di cioccolato fondente, il mio preferito. Da dove li avevano tirati fuori? Ne presi uno e lo morsi, sentendo subito dopo i denti affondare nella pasta morbida ed in qualcosa di cremoso. Guardai all'interno di esso e lo trovai ripieno di crema alla nocciola. Mugolai di felicità. Dio, sarei potuta morire anche in quel momento. Avvertii gli occhi di qualcuno puntati su di me, e voltai la testa trovando il moro intento a fissarmi, o meglio a fissare le mie labbra probabilmente sporche. Imbarazzata vi passai la lingua sopra, in cerca di residui di crema, e lo vidi trattenere il fiato e serrare di più la mascella. Ora mi sentivo un po' confusa dalle sue azioni. Voltai lo sguardo altrove, per non farmi vedere mentre mi pulivo, ma le sue dita mi fecero girare nuovamente la testa nella sua direzione, incontrando i suoi occhi più scuri del solito. Deglutii il boccone che avevo in bocca senza emettere fiato. Mi sentivo paralizzata da quelle iridi troppo intense. Passò il pollice della mano libera vicino la mia guancia, portandosela poi alla bocca con quelle che sembravano briciole di cioccolato. Deglutii di nuovo, stavolta a vuoto, per quel gesto, mentre nella mia mente si affacciavano pensieri non proprio casti.

<<Lexy, non dovresti provocarmi in questo modo.>> mormorò con voce roca, avvicinandosi ancora di più e poggiando le labbra sulle mie, senza darmi il tempo di rispondere. Non che ne avessi l'intenzione, sentivo il cervello completamente in stand-by. Socchiusi gli occhi e mi lasciai andare contro di esse, sentendo il gusto di nocciola e cioccolato nella mia bocca mischiarsi con il sapore della sua, creando un mix incredibile. Posai lentamente il dolcetto da una parte, portando poi le mani tra i suoi capelli. Al diavolo che potessimo sporcarci a vicenda, sentivo il bisogno di lui uscire da ogni poro della pelle. Le sue braccia si strinsero intorno a me, avvicinandomi ancora di più fino a trovarci praticamente uno in ginocchio davanti all'altro, e sentii le sue mani scendere verso il mio fondoschiena e fermasi lì. Arrossii imbarazzata ed un po' eccitata per quel gesto, ma subito la sua lingua che entrava nella mia bocca mi distrasse. Si muoveva più decisa, come se volesse assaporare ogni angolo possibile, e le sue labbra premettero maggiormente contro le mie. Non riuscii a trattenere un sospiro di piacere, e le sue mani scesero ancora un po' per poggiarsi definitivamente sui miei glutei. Se prima l'avevo trovato imbarazzante, ora ero troppo su di giri per farci caso. Non così tanto però per non notare il rigonfiamento non tanto piccolo che premeva sulla mia coscia. Era diverso dalla prima volta che l'avevo sentito. Sembrava molto più pressante questa volta, molto più... 'Oddio non pensarlo Lexy, non pensarlo!' gridò la vocina nella mia testa, tentando di farmi spostare l'attenzione su altro che non fosse la grossa erezione nei suoi pantaloni. Poi però una delle sue mani si staccò per poggiarsi per terra, e lentamente mi fece coricare sulla tovaglia, continuando a baciarmi. Sentivo ormai le labbra andare a fuoco come il resto del mio corpo. Lui si coricò sopra di me tenendosi poggiato sugli avambracci per non farmi avvertire troppo il suo peso, mentre le mie mani andavano a posizionarsi sulle sue ampie spalle. I nostri baci si fecero pian piano più leggeri, gli occhi di entrambi cominciarono ad aprirsi ma il respiro ed il battito cardiaco rimasero esattamente gli stessi.

<<Piccola.>> lo sentii mormorare contro le mie labbra, mentre riprendevamo fiato <<Mi sembri così minuta in questo momento, che potrei avvolgerti tra le mie braccia e farti scomparire.>> Il mio cuore perse un battito, per poi ricominciare veloce come prima.

<<Non mi dispiacerebbe se lo facessi. Mi sento al sicuro tra di esse.>> mormorai sincera. Lo vidi sorridere tanto da riuscire a notare la gioia che stavo provando anche nei suoi occhi. Riprese a baciarmi, ancora più intensamente di prima, dal collo fino a dietro l'orecchio, facendomi tremare di piacere e socchiudere gli occhi in estasi. Nonostante questo, riuscii a captare con l'udito il rumore di foglie scostate, e scorgere appena in tempo lo scintillio di qualcosa di metallico tra gli alberi di fronte. Piegai velocemente una gamba e con essa mi spinsi di lato, ritrovandomi sopra il moro, ora visibilmente confuso. Lo fissai un attimo, per poi girare la testa e guardare shoccata la freccia conficcata nella tovaglia, esattamente dove c'erano le nostre teste pochi attimi prima. Anche Galvorn la notò e subito si fece serio le guardingo. Mi spostai velocemente per farlo rialzare, e lui si diresse subito nel punto di provenienza della freccia, che gli avevo indicato con un cenno. Ero ancora seduta, preoccupata per la sua incolumità e con gli occhi fissi sullo stecco appuntito. Non aveva nulla di particolare, come se fosse stato fatto sul momento, a posta per essere usato senza possibilità di rintracciare il suo possessore. Dei passi mi fecero girare la testa di scatto verso il moro, che avanzava verso di me con la stesso espressione di prima.

<<Se n'é andato, e credo faremmo meglio a fare lo stesso.>> affermò. Annuii e mi alzai leggermente tremante, barcollando. Lui mi prese subito per la vita, sostenendomi. Iniziavo a sentire la paura e la debolezza, per quel che ci era appena capitato, sostituire l'adrenalina del momento.

<<Ce la fai a camminare?>> mi chiese preoccupato.

<<Sì.>> Con tutta la mia forza di volontà mi rimisi dritta e aiutai a rimettere tutto a posto. Galvorn prese comunque la freccia, dicendo che avrebbe trovato un modo per capire chi l'avesse scoccata. Era visibilmente arrabbiato, ma non capivo perché e con chi. Ci allontanammo velocemente dal luogo, e non riuscii a togliermi l'orribile sensazione di essere spiata neanche una volta rientrata in camera. Il moro poggiò il cestino sul tavolo e fece per andarsene, ma si bloccò prima di attraversare la porta per girarsi e venirmi incontro. Io stavo seduta ai piedi del letto, con lo sguardo basso e le mani tremanti. C'era mancato così poco per essere colpiti... se non me ne fossi accorta, probabilmente a quest'ora saremmo sdraiati in una pozza di sangue. Dei brividi mi percorsero l'intero corpo a quel pensiero. Galvorn si fermò davanti a me e si accucciò sulle ginocchia. Il suo viso era una maschera di rabbia, dispiacere e senso di colpa.

<<Hai salvato entrambi. Ti devo la vita, se non fosse stato per te->>

<<No invece.>> lo interruppi, alzando gli occhi sicuramente arrossati verso i suoi seri. <<E' colpa mia. La mia presenza ti ha distratto, se non fosse stato per me saresti riuscito ad accorgerti anche della sua.>> I suoi occhi continuarono a scrutarmi, mentre sentivo le lacrime iniziare a bagnarmi le guance. Ancora una volta stavo piangendo di fronte a lui. Stavo diventando un ostacolo, un peso di cui presto di sarebbe sbarazzato. Mi sentii ancora peggio a quei pensieri. Entrambe le sue mani però si posarono sulle mie guance, cercando di asciugare con i pollici le gocce salate che le rigavano.

<< Non è colpa tua. Quel qualcuno ci stava osservando da chissà quanto, di sicuro aspettando l'occasione migliore per farci fuori.>>

<<Stava puntando me, ne sono certa. Tu saresti stato solo una vittima innocente.>> dissi. Lo vidi sorridere, di un sorriso che forse non gli avevo ancora visto, pieno della consapevolezza che mi stessi sbagliando.

<<Non sono un santo, dovresti saperlo. Anch'io ho fatto cose in passato che mi hanno portato ad avere dei nemici.>> Stava cercando di consolarmi, eppure quelle parole erano così piene di tristezza che non ci pensai due volte ad abbracciarlo. Lui rimase un attimo stupito, per poi fare lo stesso, stringendomi quanto più possibile. Era lui quello forte tra i due, che fungeva da roccia nei momenti difficile come quello.

<<Mi sento così debole e inutile. Sono solo un disastro.>> confessai tra i singhiozzi contro la sua spalla. Si allontanò per potermi guardare in faccia, regalandomi subito dopo un sorriso che mi fece sciogliere.

<<Il disastro migliore della mia vita.>> rispose. Anch'io non potei evitare di sorridere, e premetti le labbra contro le sue in un bacio bisognoso e salato. Ne ero sicura, ora più che mai: non importava da quanto lo conoscessi e da quel che mi aveva detto o fatto finora. Mi ero innamorata di lui.

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